marcello lippi mondiale

“L’ITALIA FUORI DAL MONDIALE PER LA TERZA VOLTA DI FILA? IL NOSTRO CALCIO RESTA UN PUNTO DI RIFERIMENTO. SERVE PAZIENZA E FIDARSI DEI CALCIATORI. MA BISOGNA ANCHE ALLENARE CHI LI ALLENA” – MARCELLO LIPPI RACCONTA IL TRIONFO A BERLINO 20 ANNI FA: "ERO SICURO CHE I TEDESCHI CI SPIASSERO. UN GIORNO, DOPO L'ALLENAMENTO, DISSI AI RAGAZZI DI METTERSI CON LA SCHIENA DAVANTI A UNA SIEPE E TIRARSI GIÙ I PANTALONCINI: NON USCÌ NESSUNO, FORSE MI SBAGLIAVO" - "IN DIFESA NON PASSAVANO NEANCHE LE NOCCIOLINE, I CALCIATORI SONO STATI LA MIA FORTUNA, HO SOLO SPIEGATO LORO CHE SI VA SEMPRE IN CAMPO PER VINCERE. MI SPIACE, MA PARTECIPARE NON BASTA" – "MI CHIAMAVANO ALLENATORE DI CERVELLI? LA DEFINIZIONE MIGLIORE" – VIDEO

 

 

Maurizio Crosetti per “la Repubblica” - Estratti

 

Vent'anni dopo, come i tre moschettieri, ma i moschettieri di Marcello Lippi erano molti di più. E lo sono ancora. Vent'anni dopo quel Mondiale, anche se il tempo lo portiamo dentro ed è sempre presente. Ora Marcello è a Ibiza, dove trascorrerà l'estate. Era il 2006: ieri, adesso. Gli telefoniamo per dirgli buon compleanno. 

marcello lippi

 

Già pronta la festa? 

«Ma no, quel ricordo è con me ogni giorno, da vent'anni è la mia vita, è la cosa più bella che mi sia successa insieme alla famiglia che ho avuto. Al massimo, faremo un brindisi». 

 

Se diciamo Berlino, qual è il primo pensiero? 

«Io che apro la zip della tuta appesa in panchina, e metto al sicuro gli occhiali prima dell'ultimo rigore: ero certo che avremmo vinto e che mi sarei messo a correre, i ragazzi mi avrebbero abbracciato e gli occhiali si sarebbero rotti come nella finale di Champions di dieci anni prima: volevo evitarlo. Quegli occhiali, intatti, ora sono al museo della Fifa a Zurigo». 

 

Il secondo pensiero? 

«La gratitudine per avere allenato persone magnifiche: i calciatori sono stati la mia fortuna, io ho solo spiegato loro che tutto nasce dal cervello e che si va sempre in campo per vincere. Mi spiace, ma partecipare non basta». 

 

Torniamo a quei famosi rigori: come andò? 

gianni agnelli marcello lippi

«Capisci che vincerai o perderai da come i giocatori ti guardano: se ti fissano, vuol dire che vogliono tirare tutti. Se guardano da un'altra parte, sono guai perché stanno scappando. A Roma, rigori per la Champions ‘96, mi guardavano tutti, a Manchester nel 2003 nessuno, a parte Trezeguet che disse "va bene, il primo lo tiro io", e lo sbagliò. A Berlino, di nuovo, tutti mi fissavano: era fatta». 

 

Trezeguet sbagliò anche a Berlino. 

«Prima che andasse al dischetto, mi avvicinai e gli dissi: "Tu mi devi qualcosa". Fu l'unico dei francesi a fallire». 

 

Certo che chiedere a Grosso di tirare l'ultimo rigore, tra tutti quei campioni, che coraggio. 

roberto baggio, gianluca vialli e marcello lippi

«Quando glielo dissi, lui rispose: "Iooo?" Sì, perché hai conquistato il rigore contro l'Australia al 90' e hai segnato ai tedeschi al 119', sei l'uomo dell'ultimo secondo, gli feci. E vincemmo la Coppa». 

 

Raccontati così, quei rigori storici sembrano un teatrino. 

«Prima di cominciare, Del Piero mi dice: "Mister, io batto l'ultimo come a Roma per la Champions". E io rispondo: ma se abbiamo vinto al quarto tiro, senza che tu neanche calciassi… Ho sempre pensato che i più bravi debbano tirare subito, così l'avversario deve inseguire. Avevo scelto Pirlo per il primo rigore e Materazzi per il secondo, per il terzo si fece avanti De Rossi, e Del Piero ebbe il quarto. Dell'ultimo abbiamo detto». 

 

varriale lippi

Ma veramente eravate sicuri di portare a casa la Coppa? 

«Dopo la prima partita, sì. Stavamo troppo bene, sia di muscoli che di testa e cuore. E in difesa non passavano neanche le noccioline: per questo decisi di mettere i quattro attaccanti nel finale contro la Germania. Fu la partita più bella: eliminare i padroni di casa ai supplementari, in casa loro». 

 

È vero che i tedeschi vi spiavano? 

«Ero sicuro di sì. Un giorno, dopo l'allenamento, dissi ai ragazzi di mettersi con la schiena davanti a una certa siepe e tirarsi giù i pantaloncini: ero convinto che lì dietro si nascondessero i fotografi. Siccome, però, non uscì fuori nessuna immagine di quel momento, forse mi sbagliavo». 

 

Senza l'espulsione di Zidane ce l'avremmo fatta? 

«E chi può dirlo? È spiaciuto anche a me, sono legatissimo a Zizou: lo considero il più forte tra i molti che ho allenato. Voi lo vedevate in partita, è un uomo che ha deciso finali importantissime, ma noi della Juve lo ammiravamo ogni giorno in allenamento, e non potete immaginare i numeri che faceva. Dal punto di vista tecnico, Zidane era immenso». 

lippi peruzzi

 

Lei come visse la festa, quella sera? 

«Restai da solo in albergo, fumando il sigaro e riguardando il match. Andò benissimo così». 

 

(…)

 

 

Cosa accadde, dentro di lei, dopo Berlino? 

«Tornai al mio mare, a Viareggio. Quando con la barca mi capitava di ormeggiare in qualche caletta, la gente mi riconosceva e le altre barche si avvicinavano, poi le persone si mettevano a cantare "Popopopò": meraviglioso». 

 

Perché quella Nazionale era così forte? 

marcello lippi a che tempo che fa

«Per lo spessore umano e l'intelligenza. Sono sicuro che quei ragazzi avrebbero avuto una buona riuscita nella vita, qualunque cosa avessero fatto». 

Non pochi sono diventati allenatori, anche bravi. 

«Me l'aspettavo, forse è anche un po' merito mio». 

 

Un elemento chiave fu Materazzi: che rapporto avevate? 

«Non era mai stato un mio giocatore, a parte in Nazionale, ma lo stimavo: è un uomo vero». 

 

marcello lippi 67

Lei faceva molti discorsi, prima delle finali? 

«Una sola frase: "Andiamo e vinciamo". Ci sono momenti in cui la tattica e la tecnica non contano niente». 

Marcello Lippi allenatore di cervelli: la chiamavano così. 

«La definizione migliore». 

 

Un altro Mondiale senza l'Italia: cosa ci è successo? 

«Il nostro calcio era, resta e resterà sempre un punto di riferimento assoluto. Bisogna avere pazienza e fidarsi dei calciatori. Ma bisogna anche allenare chi li allena». 

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