IL CINEMA DEI GIUSTI - “ACAB (ALL COPS ARE BASTARDS)” OFFRE UN QUADRO VIOLENTO, VELOCE, GIRATO E MONTATO BENISSIMO DELLA VITA E DELLE AZIONI DI UN GRUPPO DI CELERINI, INTERPRETATO DA UN GRUPPO DI ATTORI FANTASTICI CAPITANATI DA FAVINO - IL REGISTA STEFANO SOLLIMA AFFRONTA UN TIPO DI CINEMA DIFFICILE E SGRADEVOLE DA METTERE IN SCENA ADESSO, RISCHIANDO ALLA FINE DI NON PIACERE NE’ AI CELERINI NE’ AI LETTORI DI “REPUBBLICA” NE’, SOPRATTUTTO, AI TIFOSI DIMOSTRANDO LO STESSO CORAGGIO DEI SUOI PERSONAGGI…

Acab - All Cops Are Bastards di Stefano Sollima. In uscita il 27 gennaio, 300 sale.

Marco Giusti per Dagospia

Quando al termine di un bell'inseguimento notturno parte il primo pugno del Cobra, un grandissimo Pier Francesco Favino, per colpire il rumeno che lo ha messo sotto in macchina mentre lui girava come un pazzo in moto fischiettando "Celerino figlio di puttana", e arrivano i titoli di testa sulla musica di "Seven Nation Army" dei White Stripes, abbiamo capito che questo "Acab" di Stefano Sollima, opera prima del figlio di Sergio Sollima, il regista di "La resa dei conti", "Faccia a faccia", "Revolver", "Sandokan", la sua partita l'ha gia' vinta.

Magari non tutto il film e' al livello della sua parte iniziale, un quadro violento, veloce, girato e montato benissimo della vita e delle azioni di un gruppo di celerini della Squadra Mobile romana, interpretato da un gruppo di attori fantastici capitanati da Favino e Marco Giallini.

Magari si sente che Sollima Junior, ancora fresco del successo delle due serie in tv di "Romanzo criminale" e i suoi sceneggiatori, Daniele Cesarano, Parbara Petronio e Lonardo Valenti, che hanno condensato in due ore l'omonimo libro inchiesta di Carlo Bonini, sono allenati al passo del seriale e meno a quello del lungometraggio (e infatti il film sembra un po' un grosso pilot di una piu' che possibile serie).

Magari pesa non poco proprio l'origine giornalistico-letteraria dell'opera, la firma cioe' di uno dei massimi giornalisti d'inchiesta di "Repubblica", che ha una portata non irrilevante per un film di questo tipo. Tutto vero. E questo affatica non poco "Acab" nell'idea sostenuta da Sollima di voler solo fare un film di genere come negli anni '70, alla Castellari o alla Massi, perche' poi deve fare i conti con un sistema produttivo che non e' piu' quello di allora (e questo e' piu' un film di denuncia, d'autore, targato Rai-Cattleya, che non un poliziottesco), e con un'Italia attuale che e' veramente un'altra cosa rispetto a quella, ancora ingenua, dei commissari di ferro di Maurizio Merli e di Franco Nero che si muovevano da elefanti in mezzo ai complessi anni di piombo e giocavano ancora i ruoli ambigui del "cittadino si ribella" e del "poliziotto con le mani legate".

Oggi non si puo' fare un film "civile", targato inoltre "Repubblica", sulla Mobile di Roma, che da anni sembra assorbire gran parte della violenza e dell'odio di tutto il paese, senza non pensare al G8 di Genova, alla Diaz, alle cariche agli stadi, ai conflitti con gli extracomunitari, al potere di Berlusconi, alla stessa citta' finita in mano alla peggiore destra.

Purtroppo non si possono piu' fare i film alla Umberto Lenzi o alla Sergio Martino sulle citta' violente senza fornire delle giustificazioni sociali e morali di cio' che si mette in scena. Chiunque ti presenta il conto. E il problema maggiore di "Acab", e dei suoi personaggi, e' proprio il doversi sempre giustificare di tutta la violenza che abbiamo visto e che vedremo.

L'unica certezza che rimane ai vari Mazinga, Cobra, Negro e' la fedelta' al gruppo, alla divisa, all'essere fratelli, non protetti piu' da nessun superiore e da nessuno Stato. Se Sollima e' bravissimo, forse il migliore oggi in Italia, nelle scene d'azione e nella costruzione di rapporti forti maschili, quando si ritrova costretto a affrontare la parte politica della storia, a dover dare delle spiegazioni, si ritrova un po' come i suoi personaggi, come incapace di entrare nella parte.

Ne' lo aiuta molto una sceneggiatura ben scritta (ci sono anche grandi battute romane), ma calibrata su una struttura di piccoli episodi seriali e non su un quadro d'insieme. Certo, e' piu' facile essere liberi coi personaggi di "Romanzo criminale", e renderli mitici, che non con quelli di "Acab", troppo compromessi con il presente, troppo pesanti.

Ma forse e' proprio per questo, per l'ammissione esplicita di una difficolta' a mitizzare personaggi cosi' scomodi e compromessi, che alla fine preferiamo "Acab" e i suoi antieroi irrisolti rispetto a "Romanzo criminale" e ai suoi malavitosi un po' fighetti.

Con tutti i suoi limiti, "Acab" si prende delle responsabilità e affronta un tipo di cinema difficile e sgradevole da mettere in scena adesso, rischiando alla fine di non piacere ne' ai celerini ne' ai lettori di "Repubblica" ne', soprattutto, ai tifosi dimostrando lo stesso coraggio dei suoi personaggi.

 

MARCO GIUSTI nigro,giallini, favino in ACABACABAcab

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