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CHI CADE DALLA PIATTAFORMA - AMAZON SFIDA NETFLIX E ABBASSA I PREZZI PER IL SUO STREAMING - TRE MAJOR CONTRO YOUTUBE, CHE VERSA BRUSCOLINI ALL'INDUSTRIA MUSICALE - APPLE MUSIC NON DECOLLA, SPOTIFY RESTA REGINA

1. AMAZON SFIDA NETFLIX, ABBASSA PREZZO STREAMING TV E FILM

prime video   downloadprime video download

 (ANSA) - La concorrenza nel settore dei video in streaming si fa sempre più agguerrita con Amazon che lancia un nuovo guanto di sfida diretto a Netflix. Negli Stati Uniti il colosso dell'e-commerce ha appena reso "autonoma" la sua piattaforma per lo streaming di serie tv, film e altri contenuti video 'on demand' (disponibili anche da scaricare per essere guardati offline), rilanciandola con un abbonamento da circa nove dollari al mese, un dollaro in meno rispetto all'offerta più gettonata di Netflix.

jeff bezos amazonjeff bezos amazon

 

Il servizio Prime Video di Amazon finora era incluso all'interno dell'abbonamento più costoso a Prime (99 euro l'anno), che comprende anche agevolazioni sulle consegne e sconti per gli acquisti online. Proponendolo come pacchetto a parte, Amazon si pone come concorrente diretto di Netflix che, partita negli Usa come servizio online di noleggio dvd oggi è la piattaforma di tv in streaming più popolare al mondo e da poco disponibile a livello internazionale, Italia compresa.

stanza netflix su airbnbstanza netflix su airbnb

 

Da regina globale dell'e-commerce, Amazon non ha certo fatto mistero negli ultimi anni di voler puntare anche sul promettente mercato dei contenuti video. Per arricchire il suo catalogo, la compagnia di Seattle ha investito - come Netflix - in contenuti originali e ha ingaggiato registi del calibro di Ridley Scott e Woody Allen, che sarà al festival di Cannes. In una recente intervista al Die Welt, il numero uno di Amazon Jeff Bezos ha affermato di voler vincere un Oscar, dopo aver già portato a casa Golden Globe ed Emmy per alcune produzioni esclusive.

 

 

2. TRE MAJOR CONTRO YOUTUBE MA IL VINILE REDIVIVO FATTURA DI PIÙ

Maria Teresa Cometto per “CorrierEconomia-Corriere della Sera”

netflixnetflix

 

Le tre Major dell' industria discografica - Universal, Sony e Warner - si stanno preparando a dare battaglia al Numero Uno della musica online, YouTube. In gioco ci sono i miliardi di dollari che, secondo le etichette e gli artisti, invece di finire nelle loro tasche vanno nelle casse di Alphabet, il gruppo che controlla il sito di video di Google. Ma in gioco c' è anche la libertà per i consumatori di godere di milioni di canzoni oggi disponibili gratis online.

 

«I giganti della tecnologia si sono arricchiti a spese della gente che davvero crea la musica», ha tuonato Cary Sherman, il presidente e amministratore delegato dell' Associazione dell' industria discografica americana (Riaa), annunciando l' altra settimana i risultati 2015 del business musicale negli Usa. Gli ha fatto eco, pochi giorni dopo, Frances Moore, la ceo dell' Associazione mondiale dell' industria discografica (Ifpi): «Oggi il consumo della musica sta esplodendo, spinto dai servizi di streaming e in particolare dalla rapida crescita di piattaforme come YouTube, ma i proventi di questo boom, vitali per finanziare futuri investimenti, non sono riconosciuti in modo equo a favore di chi ne ha diritto».

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I metodi

Il modo più popolare con cui oggi la gente «consuma» la musica è infatti guardare i video su YouTube e piattaforme online simili: oltre il 40% lo fa, ma così viene generato solo il 4% del fatturato mondiale dell' industria musicale, perché l' ascolto è gratuito e gli unici introiti vengono dalla pubblicità.

 

Negli Usa l' anno scorso si è arrivati al paradosso per cui le vendite dei dischi in vinile - tornati parzialmente di moda - sono state più redditizie della musica diffusa da YouTube e dagli altri servizi gratuiti: i «vecchi» album hanno fatturato 416 milioni di dollari contro i 386 milioni provenienti da YouTube e siti simili.

 

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In generale il 2015 è stato un buon anno per il business musicale nel mondo: per la prima volta dal 1998 il fatturato è aumentato di oltre il 3%, arrivando a 15 miliardi di dollari; e per la prima volta gli introiti da musica digitale hanno superato quelli dalla vendita di cd e dischi fisici. La parte del leone l' ha fatta proprio la musica in streaming, cresciuta del 45% a livello globale e del 29% in America, dove ha generato più incassi - 2,4 miliardi di dollari - dei tradizionali download digitali, scesi a 2,38 miliardi.

 

Ma solo una minima parte del fatturato da streaming - meno di 700 milioni di dollari su un totale di 2,8 miliardi nel mondo, secondo le stime dell' Ifpi - viene da piattaforme come YouTube. Il grosso è generato dai 68 milioni di abbonati ai servizi musicali a pagamento come Spotify, Apple Music e Tidal, quelli che riconoscono i diritti alle case.

gli uffici di youtube gli uffici di youtube

 

Anche YouTube ha accordi con le Major per diffondere la loro musica con una regolare licenza. Il problema è che sul suo sito gli utenti continuano a caricare moltissimi video in modo illegale, senza che la stessa YouTube subisca alcuna conseguenza, perché è protetta dal Digital millennium copyright act (Dmca), una norma sull' assenza di responsabilità (safe harbour, porto sicuro) introdotta alle origini di Internet negli Stati Uniti e in Europa per proteggere le dot.com dai rischi di potenziali violazioni di copyright commesse dai loro utenti.

 

Per questo è partita una campagna per riformare il Dmca, sostenuta da tutta l' industria discografica e in prima persona da star come Katy Perry. La Commissione europea ha promesso di occuparsi del problema entro quest' anno. Intanto però le case discografiche Universal, Sony e Warner si preparano a rinegoziare con YouTube i loro accordi, che sono in scadenza.

 

IL CREATORE DI SPOTIFYIL CREATORE DI SPOTIFY

Loro alleati, nell' assedio al sito di Google, possono essere i servizi a pagamento che stentano a crescere, proprio perché così tanta musica è disponibile gratis online. E' vero che il numero dei loro abbonati è più che triplicato negli ultimi tre anni, da 20 a 68 milioni. Ma è niente in confronto ai 900 milioni di ascoltatori di musica gratuita su YouTube, o anche rispetto ai 175 milioni di fan di SoundCloud, il sito tedesco famoso per il lancio di nuovi artisti e nuove singole canzoni.

 

A nove mesi dalla partenza, Apple Music - il servizio di streaming a 9,99 euro al mese - ha conquistato solo 11 milioni di abbonati. Leader del mercato resta per ora la svedese Spotify con 30 milioni di paganti. Mentre perfino un' icona dell' hip-hop come Jay-Z fatica a far decollare Tidal, il servizio di streaming comprato un anno fa, fermo a 3 milioni di abbonati.

beyonce jay z e madonna presentano tidal  6beyonce jay z e madonna presentano tidal 6

 

Anche l' americana Pandora, quotata a Wall Street, sta cercando di convincere una parte degli 80 milioni di utenti della sua Internet radio gratuita, con interruzioni pubblicitarie a optare per l' abbonamento, perché sta accumulando solo perdite. E sulla stessa strada ha appena annunciato di avviarsi SoundCloud.

 

I big

Perfino Google e YouTube offrono la loro versione di servizio musicale a pagamento: rispettivamente Play Music e Red (non forniscono però numeri sugli abbonati). Ma soprattutto si difendono dagli attacchi citando le statistiche: solo il 20% della gente è disponibile a pagare per ascoltare musica, quindi YouTube aiuta gli artisti e le etichette a monetizzare il rimanente 80%, grazie al supporto della pubblicità.

 

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In questo modo YouTube in dieci anni di attività ha pagato 3 miliardi di dollari all' industria discografica. «I servizi gratuiti, supportati dalla pubblicità, sono il futuro», insiste Robert Kyncl, chief business officer di YouTube. Musica per le orecchie dei consumatori, ma non per quelle dei boss delle Major, decisi a fargliela pagare.

 

 

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