TRUMAN CAPOTE PRESO ALL’AMIS - L’AUTORE DI “A SANGUE FREDDO” ACCETTÒ DI AUTOGRAFARE L’OMBELICO DI UNA SIGNORA MA IL MARITO NON LA PRESE BENE E SE LO TIRÒ FUORI: “CHE NE DICI DI AUTOGRAFARE QUESTO?” - E CAPOTE: “FORSE RIESCO A METTERCI LE INIZIALI”

Marco Missiroli per il “Corriere della Sera

 

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Eccolo lì, Martin Amis ha poco più di vent’anni e si presenta alle riunioni del «Times Literary Supplement» con i capelli lunghi, una camicia floreale e gli stivali tricolori alti fino al ginocchio.

 

Porta i segni di notti bohémien e condotte hippy, di derive debosciate e di un padre ingombrante che detta le fondamenta della cultura britannica. È il ragazzo della buona Londra con la dentatura della peggiore Londra. È, soprattutto, il cervello più affilato e metodico della nuova critica letteraria. «Non facevo che leggere libri di critica: mi portavo dietro Edmund Wilson e William Empson praticamente ovunque: nella vasca da bagno, in metropolitana. Prendevo questa faccenda molto sul serio». 
 

MARTIN AMISMARTIN AMIS

Comincia qui la rivoluzione amisiana: ribaltare gli stereotipi letterari a colpi di talento illuminante. Da critico? No di certo. Da scrittore? Non proprio. Il vangelo di questo figlio della narrazione viene dalla lettura. Più precisamente: dal semplice effetto che le parole hanno sugli uomini. È la fisiologia de La guerra contro i cliché (traduzione di Federica Aceto, Einaudi, pagine 224, e 22), il grande corpo che raccoglie il giudizio, le ironie, le avventure di questo autore verso i suoi maestri: Nabokov, Mailer, Bellow, Capote, Joyce, Roth e altri bellimbusti. La classe è al completo. Martin Amis non siede in cattedra, è tra i banchi. 

Anatomia di una devozione (e di una ninfetta ) 
È il 1981, Nabokov è morto da poco e Lolita echeggia più di sempre. Per Amis è un libro capitale. Lo scrittore inglese va a Montreux perché la signora Nabokov lo aspetta per una memoria intima sul marito. È una donna riservata, fa un’eccezione e accoglie il giovane Martin al Palace Hotel dove i coniugi Nabokov hanno vissuto dal 1961.

 

Norman MailerNorman Mailer

È lo sfarzo naturale per il padre di Lolita e la sua giovinezza da poeta milionario, il passato da playboy nella Russia rivoluzionaria, l’esilio statunitense di successo. L’opulenza e i maggiordomi, le mance copiose e le lenzuola di seta, la discrezione: sono parti della lingua nabokoviana che finiscono nella sua ninfetta. 
 

Vera Nabokov amministra questo mondo di opposti e incarna una funzione cruciale: la devozione. È stata la custode delle insicurezze di un uomo all’apparenza sicuro, rispettando le leggi del bassorilievo: meno compariva nella carriera del marito, più c’era. Accoglie Amis offrendogli vino, sono le undici di mattina, per lei sceglie un J&B. Amis parte da questo brindisi e finisce nelle lezioni che l’autore di Disperazione teneva alla Cornell University, quando agli studenti disse che l’unica antenna di un lettore è il «formicolio tra le scapole» che produce un buon paragrafo. 
 

NabokovNabokov

Di Nabokov i suoi alunni dicevano che era un insegnante divertito e spiazzante. Ed è qui che il critico ribalta il cliché: apre all’ironia dello scrittore russo e scopre la sua attitudine a spiegare i maestri interpretandone le intenzioni. L’obliquità di Flaubert merita lezioni sospettose, il fuoco d’artificio di Joyce necessita di un tono scoppiettante, la crudeltà di Cervantes vuole letture implacabili. In ogni sfumatura veglia l’irresistibile Lolita, su cui Amis compie l’anatomia perfetta: ne seziona l’intera vitalità, risparmiando il cuore. 

Tutti sul ring della grande letteratura 
E poi arriva l’incontro con il pugile della letteratura, Norman Mailer. Attaccabrighe, saggio, ubriacone, scopatore folle. Genio. Colui che scrisse il romanzo della maturità a poco più di vent’anni e i romanzi dell’immaturità per il resto della vita. 
 

Per Amis è la vita da scrittore come dovrebbe essere e come non dovrebbe essere. La creazione e la distruzione, senza la pausa della scrittura misurata. Lo incontra nel 1985, trent’anni dopo che un Mailer all’apice del successo sentenziò di temere solo la perdita di forza di volontà.

 

Di lì a poco avrebbe usato la scrittura come misura virile, accusando i colleghi di «dimensioni» insufficienti per portare a letto la «Grandissima Troia», espressione con cui Mailer chiama la scrittura. È un’erezione eterna che nasconde il demone dell’autore: come accadde con Il canto del boia , in cui l’autore americano ricostruì la mente di un assassino allo stesso modo di Capote con A sangue freddo . Solo che Mailer tentò di riabilitare moralmente l’omicida. 
 

Saul 
Below 
Saul Below

La Grande Troia si infuriò a tal punto da mostrargli come la letteratura possa rivoltarsi contro chi la tradisce. È su questo nervo scoperto che Amis lo stuzzica. Conosce il rischio di una scazzottata, ma il critico non può essere ostaggio della paura. Così domanda: chi è nato prima, la Bestia o l’uomo nel Ventre della Bestia? La scrittura o l’artificio della ribellione? Amis aspetta la reazione di Mailer: può valere un occhio nero. Il pugile è stanco, dall’angolo della vecchiaia colpisce solo a parole, «Gli scrittori migliori sono quelli che si comportano peggio». 

Bocche chiuse e armistizi. Il dono di Saul 
Saul Bellow è il cielo letterario di Amis, l’uomo che meglio del padre l’ha concepito come autore. «Appena si comincia a osservare da vicino la vita di uno scrittore, assume immediatamente una forma umana: soltanto umana, fin troppo umana». Sta di fatto che Amis lo incontra «con un nervosismo come mai prima» nell’ottobre del 1983, all’Arts Club di Chicago.

 

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Quel pomeriggio, dopo aver discusso di come si cattura il Grande Romanzo Americano, accade qualcosa che frantuma la percezione critica di Amis: Martin sente che Saul Bellow è la scrittura. Ne ha la certezza, lì, mentre lo intervista. E un’epifania preparata da capolavori come Le avventure di Augie March e Herzog , divampa adesso. Ogni teoria è inutile: in questo caso «al critico non resta che circoscrivere i brani da citare, cercando quanto possibile di tenere la bocca chiusa». L’opera più del giudizio e dell’interpretazione. L’opera oltre la critica: l’estinzione totale dei cliché, senza la guerra. Il dono di un padre al proprio figlio. 

Il successo è una questione di ombelico 
«Quello che mi ha ricevuto nel suo appartamento sulla UN Plaza in un equatoriale pomeriggio newyorkese era, io spero e voglio credere, un Truman Capote decisamente sottotono».

 

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È il 1980 quando Amis lo incontra. Capote è sfibrato da una serie di interviste, la verità è che ha iniziato la sua parabola discendente. Morirà quattro anni dopo. Di quella chiacchierata rimarrà la voce che è una «cantilena tremula e asmatica» e una dichiarazione: «Sapevo benissimo che sarei diventato ricco e famoso». È il cliché annunciato che mette a nudo il mito. La vanità. L’ingordigia. La superbia. Il genio. I quattro vizi capotiani diventano le leve su cui Amis spinge per conoscere il movente di A sangue freddo : «Ho scritto quel libro perché mi interessava la forma e nient’altro». 
 

L’involucro narrativo è l’ossessione dello scrittore dalla voce tremula, Amis ci gira intorno come uno squalo finché arriva l’aneddoto perfetto. È lo stesso Capote a raccontare di una sera al ristorante, «all’improvviso arriva questa donna con una camicetta attillata, se la tira su e mi porge una matita per sopracciglia. E poi mi dice “Voglio che mi autografi l’ombelico”.

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Così scrivo il mio nome T-R-U-M-A-N C-A-P-O-T-E. Il marito era ubriaco fradicio, guardandomi con odio profondo le prende la matita e me la dà, poi si sbottona i pantaloni e tira fuori l’affare. Ci guardavano tutti. “Visto che autografi qualsiasi cosa, che ne dici di autografare questo?”. C’è una pausa e poi io dico “Be’, non so se riesco ad autografarlo, ma forse riesco a metterci le iniziali”». 

 

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