ANSELMI INSORGE: “BASTA CON I PEZZI PIAGNONI SULL’INCENDIO AL TEATRO 5 DI CINECITTA’! QUA RISCHIA DI CHIUDERE TUTTA LA BARACCA! NEANCHE PAOLO BONOLIS O IL ‘’GRANDE FRATELLO’’ CI VANNO PIÙ, TANTO MENO I REGISTI CHE CONTANO PERCHÉ COSTA TROPPO” - ESSI’: E’ L’INTERA CINECITTA’ A SEMBRARE UN NON LUOGO, TRA STRISCIONI DI PROTESTA, LICENZIAMENTI, FUMO ACRE, DOLOROSA QUIETE, FREDDE CORTESIE E IMPROBABILI SINERGIE…

1 - LETTERA...
Caro Dago,

basta, basta, basta. Non ne posso più di questi pezzi piagnoni in prima pagina sull'incendio, probabilmente non doloso (almeno spero), al Teatro 5 di Cinecittà. Naturalmente "mitico", perché vi girò Fellini. Tutti, ancora una volta, a parlare di "fabbrica dei sogni", della "Dolce vita", dell'"anima di una città", di "strana magia del posto", eccetera. Non ci siamo proprio, credimi.

Aria fritta, riflesso condizionato. Tutto finisce, anche il "mitico" Teatro 5, se diventa un magazzino perché neanche Paolo Bonolis o il Grande Fratello ci vanno più, tanto meno i registi che contano perché costa troppo. Lo sai che Aurelio De Laurentiis, che pure è socio di Luigi Abete e di quello che tu chiami "lo Scarparo" nella gestione di Cinecittà Studios, voleva che Carlo Verdone girasse "Posti in piedi in Paradiso" a Torino?

Ma di che stiamo parlando, allora? La mozione degli affetti, ricolma di commozione senile o cinefila, non serve a nulla. A nulla. Le firme dei registi illustri non salveranno, purtroppo, i 220 lavoratori di Cinecittà se non si arriva a un accordo serio. Per dire: lo sai dove Kevin Costner, e ripeto Kevin Costern, ha girato il western "Hatfields & McCoys" per History Channel? In Romania.
Ciao Michele Anselmi

2 - SE IL SOGNO DI FELLINI VA IN FUMO A CINECITTÀ
Filippo Ceccarelli per "la Repubblica"

Fumo nero, puzzo acre, fiamme domate nella notte e mistero abbrustolito ieri mattina a Cinecittà. Dove tra immaginifici progetti e lavoratori licenziati sui tetti, ci mancava giusto l'incendio e nel leggendario Studio 5, quello di Ben Hur, di Fellini e di Maria De Filippi, brucia appunto sul bruciato. Così si arriva agli studios che fa un caldo abbacinante.

RUMORE di cicale sui pini e di automobili sulla Tuscolana, presidi sindacali, un tamburo abbandonato sul marciapiedi e una scritta sul muraglione ocra che accoglie visitatori e ficcanaso. È una specie di rima e a suo modo pone un impossibile interrogativo: «Abete non sa quello che fa!/ Che direbbe Albertone se chiudesse Cinecittà?». Firmato «Spartaco», forse è il gladiatore protagonista di innumerevoli pellicole, ma a differenza di questo non si firmava con una stella a cinque punte.

Qui Albertone pare venisse fin da ragazzino, a fare la comparsa nei film di romani e cartaginesi, i cosiddetti "sandaloni". E poi Sordi tornò ormai quasi alla fine anche ne "Il tassinaro", cineprodotto di una bruttezza senza speranza, e al volante del suo taxi accompagnava a Cinecittà uno svogliatissimo Fellini con sciarpa e cappellone d'ordinanza. Che poi a sua volta quando il Maestro se ne andò, proprio nello Studio 5 fu allestita la camera ardente, vedi l'energia dei simboli, o dei presagi, o di chissà quale arcana entità di emblematica e fantasmatica necrofilia.

Quanto ad Abete, presidente di Cinecittà Studios, per la città dei sogni egli progetta un destino in cui giocano ad acchiapparella tutta una serie di parole - hub, distretto, wellness,
sinergie, unicum, parco ambientale, asset, alberghi, loft - che all'insegna dell'ubiquo e ricorrente entertainment, negli usi e costumi di Roma suscitano tuttavia i peggiori e immediati sospetti di incombente disoccupazione e speculazione edilizia, tanto per cambiare.

Con il che, su presumibile mandato di Abete, i giornalisti sono presi in consegna da una gentile signorina addetta alla comunicazione che alla guida di un'auto elettrica bianca, di quelle in uso a villa La Certosa, li conduce nel luogo della fatidica combustione per fargli constatare dall'esterno che non ve ne sono tracce, come effettivamente appare, e che il rogo era minimo, non si sente più neanche l'odore, ma dentro non si può entrare, non si può vedere, non si può chiedere, niente di niente.

Peccato, davvero. Perché il cinema accende la fantasia, anche quella retrospettiva, e di fronte alla cenere, alla gomma contorta, alle pareti affumicate sarebbe stato fantastico ripensare a tutto ciò che lì dentro la formidabile sapienza degli artigiani e l'eroica prontezza dei direttori di produzione hanno saputo creare in più di 70 anni: neve, deserto, macchine da guerra, templi, astronavi, mitologia, Venezia nel settecento, cow-boy, san Francesco, gangs of New York, stalattiti, Cappella Sistina, piramidi, ma poi anche "Amici" e Fiorello e perfino il congresso di scioglimento della Margherita, a riprova che le
ambientazioni bislacche prima o poi presentano il conto.

Ma soprattutto è alla via Veneto de "La dolce vita" e al mare di "Amarcord" solcato dal "Rex" che torna la memoria estenuata dal rogo e dal suo enigmatico presentimento. Alle gallerie della metro di "Roma" e alla sala macchine di "E la nave va": «Che poi dovemmo girare anche l'allagamento e sotto c'erano i cavi dell'alta tensione, immaginate la strizza...», ricorda Roberto Mannoni, storico collaboratore di Fellini e devoto custode della sua memoria, tuttora conservata in alcuni locali visitabili solo su appuntamento, ma certo non in questi giorni di fuoco e fiamme.

Rapido è il periplo dello Studio 5. Malinconico questo muto procedere su quattro ruote in un luogo che della passeggiata ciarliera sotto i pini e tra le rovine posticce costituiva la quintessenza, ma anche la poesia. Più che vuota, Cinecittà appare svuotata: in pochissimi ormai lavorano da queste parti. Adesso slitta anche il Grande Fratello. Più che densa di ricordi, sembra popolata di assenze, per non dire di spettri.

Qui davanti, ha raccontato Andreotti, gli sfollati e i profughi di guerra stendevano i panni e coltivavano le patate. Poi, grazie al giovane sottosegretario di De Gasperi, in quelle strutture di architettura razionalista volute da Mussolini («La cinematografia è l'arma più forte») e inaugurate nel 1937 con "Scipione l'Africano» e la più massiccia requisizione di elefanti nei circhi della penisola, arrivarono gli americani: capricciosi, ingenui, ubriachi, attaccabrighe. Ma tanto ricchi: «E "Quo Vadis" a Cinecittà - suggellò Andreotti - ha fatto più bene all'Italia del Piano Marshall».

Scivola via silenziosa la macchinetta di Abete, come il fantastico «tranvetto» azzurro che da Termini per decenni ha scaricato davanti ai cancelli orde di miserabili comparse, alcune però poi baciate dalla fortuna. E infatti c'è pure un film di Dino Risi ambientato a Cinecittà, s'intitola "Il viale della speranza", ed è proprio questo che racchiude un bel prato pulito,
lasciandosi alle spalle le colonne a tortiglione, le finte statue, il cannoncino fasullo.

Ecco qui, vicino alla piscina, Anna Magnani aiuta la bimba di "Bellissima" a soffiarsi il naso; e dietro quel capannone, ne "L'intervista", il giovane Fellini interpretato da Sergio Rubini assiste all'indimenticabile dialogo tra due indolenti tinteggiatori romani che devono sistemare un pannello: «A' Cesare...», «Eh», «A Cesare, sai che te vojo di'», «Eh?», «Ma vaffanculo... ».

Arrivava anche una troupe di giapponesi, in quel film, a Cinecittà, e poi gli indiani che l'assediavano sul serio, come fosse un fortino. «E' il posto ideale - sosteneva il Mago - il vuoto cosmico prima del big bang». Ci veniva pure la domenica, ricorda Mannoni, e una volta si spedì addirittura una cartolina da Los Angeles. Riceveva, disegnava, arruolava la gente più strana, sulla scrivania oltre alla colla, un tagliacarte, una sveglietta e certi pennarelli giapponesi, c'erano sempre un paio di forbici che utilizzava con le punte sulle dita per «scaricare la negatività» quando si accorgeva che qualcuno gliene recava una dose sovrabbondante.

Ora striscioni, licenziamenti, fumo acre, dolorosa quiete, fredde cortesie e improbabili sinergie business oriented: fa sempre un po' male vedere la fine di qualcosa, il buio di un'impresa e dei sentimenti. E solo forzandosi quel tanto che basta si ricorda che il vecchio Angelo Rizzoli, che era nato poverissimo e aveva avuto una vita fortunatissima, si raccomandava sempre perché Fellini mettesse alla fine dei suoi film «un raggio di sole ». E lui ce la metteva, una lamina di luce dall'alto dello Studio 5, a rompere la penombra, a guadagnare una piccola speranza.

 

 

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