ARBORE MAGIQUE: “QUELLI DELLA NOTTE? IRRIPETIBILE. HO PORTATO IN TV CERTE SERATE FELICI A CASA MIA, QUANDO SUONAVAMO JAZZ E FACEVAMO UNA JAM SESSION DI PUTTANATE - LA TV DI OGGI? RISATE FASULLE. CON L’AUDITEL I DIRIGENTI SONO DIVENTATI CONTABILI"

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Silvia Fumarola per “la Repubblica”

 

Arbore non smette di rispondere al telefono: «Abbiamo fatto invecchiare la tv di oggi. Mi ringraziano per le risate, siamo riusciti a trasformare la nostalgia in allegria come se ci fossimo appena alzati dal divano di Quelli della notte ».

 

Trent’anni fa andava in onda l’ultima puntata dello show di RaiDue, comicità surreale, lampi di intelligenza e ironia; la magia si è ripetuta nello studio di Che tempo che fa con Fazio. Record di ascolti e commenti entusiasti. Arbore è in partenza per Mosca, dove il 24 suonerà con l’Orchestra Italiana al Cremlino.

 

“Quelli della notte” è ancora un fenomeno, sprizza felicità.

«Sono felice perché in questi anni ci sono stati dirigenti Rai che dicevano: “Quella è vecchia tv”, come dire che le canzoni napoletane o il melodramma, gli evergreen, sono cose del passato. Noi abbiamo fatto tv jazz, libera, l’esperimento di allora - sublimato con Indietro tutta - era tutto improvvisato, a pensarci una follia. Ma funzionava, era una tecnica messa a punto dopo anni di radio. La gente ancora lo apprezza».

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Cosa manca alla tv di oggi?

«È una “fast tv” qualche volta accettabile, ma mancano le invenzioni, l’intrattenimento non mi diverte, le risate sono fasulle. Virginia Raffaele è un’artista vera, Crozza è bravissimo, ma non sono il mio genere ho l’idiosincrasia per le imitazioni. Io ho fatto solo l’imitazione con l’imitato.

 

Veniva Benigni ma dicevo che era un imitatore. Oggi per far ridere si fa televisione “contro”: si parla male, si fa satira per finire sui giornali, tutto costruito in laboratorio. A Quelli della notte ,nato grazie alla complicità di Giovanni Minoli, tutto scaturiva dall’allegria e dall’umore del momento. La mia non era “tv contro” è sempre stata “tv per”».

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Trent’anni fa come si rivede?

«Con l’incoscienza dei miei 48 anni e l’ambizione di inventare qualcosa con 40 facce nuove, tranne la mia e quella di Giorgio Bracardi. Ho portato in tv certe serate felici a casa mia, quando suonavamo jazz, cantaNapoli e facevamo una bella jam sessione di puttanate. In crociera con Massimo Catalano e Marisa Laurito ubriacavamo la gente con discorsi sconclusionati, lo spirito era quello. Oggi mi confronto con la mia orchestra sulla mozzarella: meglio quella di Cancello e Arnone o di Battipaglia?».

 

Bel dilemma. “Quelli della notte” è stato il manifesto degli anni 80.

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«Non erano ancora gli anni della Milano da bere, della risata sdoganata, del pullover di cachemire. Uscivamo dagli anni di piombo, c’è stata una lunga trasformazione. I cantautori scrivevano capolavori, c’erano Drive in e i varietà di Falqui, elegantissimi, l’orgoglio di dire: facciamo buona televisione, buon cinema».

 

Poi cos’è successo?

«Un eccessivo ossequio al mercato ha inquinato tutto. Con l’Auditel i dirigenti sono diventati contabili, come in un’azienda di saponette, e lo dice un “ non comunista”, filo mercato, filo liberale. C’è un depauperamento della vena artistica. Per fare un film chiedono solo: quanto può incassare? Zavattini non si faceva la domanda».

 

Si sperimentava di più.

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«Se pensa ai personaggi, erano tutte primogeniture. Ferrini è stato il primo leghista, si era inventato “il muro di Ancona” e con lui per la prima volta si metteva in caricatura un comunista. Tortorella diceva: siamo diventati un partito di macchiette ».

 

Il suo salotto non ha eredi, forse “Gazebo” restituisce un po’ lo spirito.

«È fatto benissimo, ma è satira, attualità; noi facevamo satira di costume. Ci sono 400 puntate di Doc che dormono negli archivi, con Pat Metheny, De Gregori, Jannacci, Murolo, Pollini. La Rai non sa di avere un tesoro inestimabile ».

 

Ha mai pensato di rifare “Quelli della notte”?

«È irripetibile. Trovo attori che recitano benissimo ma recitano, è la differenza che c’è tra il jazz e il pop: nel jazz s’improvvisa, il pop si canta».

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