ATTORI DI VAGLIA (POSTALE): LE STAR NOSTRANE SI ASSICURANO LA PENSIONE CON GLI SPOT: TANTI SOLDI E POCHISSIMO LAVORO - PERFINO ZINGARETTI SI È MESSO IL CAPPUCCIO DA FRATE CON ACCENTO MARCHIGIANO - FIORELLO UBIQUO, HA DI NUOVO FATTO LA STAFFETTA CON GLI STANCHI ALDO, GIOVANNI E GIACOMO - STEFANO ACCORSI E CLAUDIO AMENDOLA HANNO L’ARIA DI CHI PENSA “CHE ME TOCCA FA’ PER CAMPARE”…

Michele Anselmi per "Lettera 43"

Niente da fare: non resistono alla tentazione. Sono attori di vaglia, con gran seguito popolare, perlopiù ricchi e senza problemi di lavoro, eppure, prima o dopo, tutti si fanno fagocitare dalla pubblicità. Specie alla voce telefonia, ramo che tira sempre, ma non solo.

Per dirne alcuni: Claudio Bisio, Fiorello & Baldini, Aldo, Giovanni e Giacomo, Giorgio Panariello, Christian De Sica, Paola Cortellesi, Geppi Cucciari, Teresa Mannino, Neri Marcorè & Marco Marzocca, Diego Abatantuono (adesso in voce dentro un orso), Rocco Papaleo, Enrico Brignano, Sabrina Ferilli. Perfino Luca Zingaretti, che comico non è: il tosto e umanissimo commissario Montalbano, nella vita artista orgogliosamente impegnato a sinistra, ha accettato di travestirsi da frate, parlando con fasullo accento marchigiano stile "Straziami ma di baci saziami", per reclamizzare le super offerte di TeleTu.

«Cambiare è saggio, conviene»: era il claim del primo sketch, tutto giocato sul fraticello che accompagna uno scrittore in giro per il monastero, magnificandone l'aria sana, la vita tranquilla e la potenza del collegamento adsl.

Perché lo fanno? Per soldi, naturalmente, specie quando le campagne pubblicitarie sono lunghe, articolate, in chiave di "tormentone", capaci di garantire guadagni favolosi. In genere la popolarità non ne risente, così almeno pensavano fino a qualche tempo fa gli interessati, sicuri di poter combinare senza conseguenze spot martellanti, fiction nazional-popolari e cinema di qualità.

Forse non è più così. La sovraesposizione mediatica genera abitudine, l'abitudine usura l'immagine, l'immagine compromessa si riverbera sulla credibilità d'attore. Non sempre, ma succede. Prendete il caso di Aldo, Giovanni e Giacomo. Sebbene rilanciato al cinema da "La banda dei Babbi Natale" che a sorpresa incassò nelle feste a cavallo tra il 2010 e il 2011 quasi 22 milioni di euro, il trio, si mormora a un passo dallo scioglimento, non ha saputo resistere alle sirene di Wind, finendo col prestarsi a spot sempre più stiracchiati, stanchi, inconsistenti, culminati nel triste epilogo delle scenette in campagna.

Risultato: archiviati per lasciare il posto a Fiorello & Baldini, coppia rodata e forse più duttile in quel campo, di sicuro più divertente (con grido dell'alce o senza). Vale anche per Bonolis & Laurenti, sostituiti da Enrico Brignano: ma il caffè Lavazza non sembra più lo stesso.

Una, pur brava, che rischia di ripetersi è Teresa Mannino: la bruttina riccioluta di carattere, dalla battuta pronta nei confronti del maschio sbruffone, rifà eternamente se stessa, sia che promuova la telefonica 3 con Raoul Bova sia che reclamizzi con Valerio Morigi le delizie del pollo Amadori. Si vede, ormai, che pensa ad altro, dopo i risultati poco esaltanti su La 7: magari troverà pace a "Zelig". E, a proposito di "Zelig", bisogna dire che Paola Cortellesi, invece, ha saputo dribblare il possibile logorio televisivo, prendendosi ampiamente in giro sul tema del divismo cinematografico al femminile, con la rossa e la blu di Ferrarelle. Paola Cortellova, star vanesia e svenevole, di rosso crinita, continua a non essere male.

Troppo "bifidus regularis" sta facendo male, di contro, alla pur spiritosa Geppi Cucciari in coppia con Alessia Marcuzzi: cominciò con il dilemma «Magra o non magra?», poi è dimagrita davvero, ha fatto carriera in tv su La7, salvo poi vedersi cancellare il programma prima del tg per bassi ascolti. Magari si rifarà, ha la battuta pronta e sa improvvisare; un po' come la collega Luciana Littizzato, un'altra molto di sinistra che non disdegna la pubblicità per la Coop, salvo poi vedersi contestare, tra un Walter e una Jolanda, dalle lavoratrici sfruttate e sottopagate della medesima azienda; o la "sora" Sabrina Ferilli, richiamata per pubblicizzare i divani di Poltrone & Sofà al posto di Teo Teocoli, dopo un contenzioso che aveva interrotto la collaborazione con l'attrice (invece dei 90 giorni concordati l'azienda aveva proposto lo spot per 190).

Poi d'accordo: gli spot si girano in due-tre giorni al massimo, sono denari facili, magari pure dati in beneficenza per qualche buona causa. Magari. Ma resta la domanda: non sarà che alla fine consumano chi li fa ingenerando noia nel consumatore? Claudio Bisio se ne deve essere accorto, dopo tanti spot per Pagine Gialle e il Lotto, infatti ha deciso di dedicarsi al cinema e al teatro, lasciando da parte per un po' la tv. Qualcosa del genere, dopo averci molto marciato con Tim, ha fatto Christian De Sica.

In fondo, pur avendo il cuore a sinistra e il portafoglio a destra, si può resistere alle tentazioni. Carlo Verdone, ad esempio, non s'è mai prestato nonostante le ripetute offerte. Così come Antonio Albanese e Silvio Orlando, per citarne altri due. Per fortuna, almeno, Zingaretti non scomoda alibi sociali e teorie parafemministe alla maniera di Isabella Ferrari. Indimenticabile la sua apparizione post-sex, peraltro ritoccata al computer in zona ombelico, in uno spot di mutande e reggipetti diretto dal divo Paolo Sorrentino.

Naturalmente sarebbe sbagliato mettere tutti nel mucchio. Nel senso che alcune pubblicità sono riuscite. Benché ormai un po' svanito a causa della ripetizione, il ciclo "storico" costruito attorno a Neri Marcorè, Marco Marzocca e Bianca Balti (siamo arrivati a Dante e al girone degli invidiosi) fa ancora sorridere, e nel tono da sketch ricorda un po' il glorioso "Carosello" di quando eravamo bambini. Per dire: «Ottanta sete» che suonava come «ho tanta sete», nello sketch su Marco Polo, era un azzeccato gioco di parole. Ma ormai siamo agli sgoccioli, che si potranno ancora inventare alla Tim?

A forza di moltiplicare "i consigli per gli acquisti", fino alla saturazione, si incrina la credibilità di attori e attrici, specie di coloro che hanno costruito la propria immagine su una certa coerenza, diciamo, politica, di sensibilità sociale. Va benissimo, quindi, che Pierfrancesco Favino giri a Villa Gregoriana uno spot per il Fai; forse va meno bene che finiscano nel tritacarne pubblicitario Stefano Accorsi o Claudio Amendola, pure con aria mesta, quasi a dire: che mi tocca fare per campare. Ecco, se è così, non lo facciano.

 

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