dolcenera baccini

“LAVORAVO AL PORTO DI GENOVA. SBAGLIAI E LA CONSEGNA DEGLI STIPENDI VENNE POSTICIPATA DI 10 GIORNI. DIECIMILA CAMALLI VOLEVANO UCCIDERMI” – FRANCESCO BACCINI: “TORNASSI INDIETRO NON FAREI "MUSIC FARM". IN QUEL PERIODO AVEVO SUBITO UNA TRUFFA GIGANTE DAL MIO EX MANAGER. NON AVEVO PIÙ NIENTE. LÌ DENTRO ERO IMPAZZITO". E L’INFATUAZIONE PER DOLCENERA? “È NATA PERCHÉ GLI AUTORI MI DICEVANO: “SAI CHE PARLA SEMPRE DI TE?”. IO HO FINITO PER CREDERCI” - LE NOTTATE CON DE ANDRÉ E QUELLA VOLTA CON LUCIO DALLA...

Estratto dell’articolo di Sandra Cesarale per il “Corriere della Sera”

 

(…)

dolcenera baccini

 

Francesco Baccini negli anni '80 «emigrò» da Genova a Milano per fare musica. A Sanremo è andato una volta sola («Nei '90, con una canzone sui luoghi comuni del festival») ma è stato premiato con due Targhe Tenco. Cantautore imprevedibile, ironico e, dice lui, sottovalutato. Anche criticato: la sua Le donne di Modena è stata accusata di sessismo («Ridicolo, era una presa in giro del gallismo italiano»).

 

A fine settembre uscirà su Amazon Prime il suo docufilm su Luigi Tenco, Tu non hai capito niente.

«A 28 anni ero uguale a lui. Arbore, De André e Dalla erano impressionati dalla somiglianza. Fabrizio mi parlava come se ci conoscessimo da duecento anni, ogni tanto mi chiamava Luigi: “Fumate anche allo stesso modo”».

francesco baccini 1

 

Con Faber eravate molto amici.

«Ci siamo conosciuti perché Dori Ghezzi lo portò al mini-concerto per la presentazione del mio primo disco, Cartoons . Li avevo intravisti dal palco, ma pensavo fosse un miraggio. Invece alla fine della serata Fabrizio mi invitò a cena a casa sua. È iniziata così ed è andata avanti fino alla sua morte. De André non dormiva la notte, io neanche. Facevamo mattina a parlare di qualsiasi cosa, con me rideva molto».

 

Enzo Jannacci.

«Il numero uno tra i miei punti di riferimento. Tragicomico, il più poeta di tutti, anche se non è riconosciuto perché in Italia l’ironia è di serie B. Mi definiva un errore temporale: “Hai meno anni di noi ma sei dei nostri”. Aveva aperto un locale, La bolgia umana, sempre vuoto. Mi diceva: “Dai, andiamo a mangiare lì, almeno ci saranno due persone».

francesco baccini 19

 

Lucio Dalla.

«Ero stato invitato a una rassegna in provincia di Avellino con nomi pazzeschi. La sera del mio concerto piove e l’organizzatore mi propone di esibirmi il giorno dopo con Lucio. Ero uno sconosciuto, salgo sul palco e Dalla mi fa: “Bac ora sono c... tuoi”. Io canto due, tre, dieci pezzi e la gente continua ad applaudire. Alla fine mi chiede: “Cosa fai martedì? C’è l’ultimo concerto mio e di Morandi a Urbino. Vieni?». Suonai davanti a duemila persone».

francesco baccini 11

 

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Lei, invece, a vent’anni cantava nei locali di Genova.

«Almeno lì mamma non mi poteva controllare. A casa, quando intonavo qualche canzoncina urlava dalla cucina: “Mica stai cantando?”. Poi cominciai a scrivere i miei brani. Erano strani...Quando ascoltò Figlio unico voleva chiamare lo psicoterapeuta».

 

A 23 finì al porto di Genova come papà e nonno.

francesco baccini 1

«Camallo per un anno, poi mi spedirono in amministrazione. “Farai carriera”, dicevano. Papà non c’era più, mia sorella studiava, il capofamiglia ero io. Non era la vita che volevo. Pensavo: se rimango qui dentro divento un serial killer. Facevo casini e continuavano a spostarmi da un ufficio all’altro. Mi misero al centralino. Ma m’annoiavo e iniziai a fare numeri a caso in tutto il mondo: “ Hallo, here is Porto di Genova”. Quando arrivò la bolletta del telefono quadruplicata si spazientirono: “Baccini, questa è l’ultima volta, qui non puoi sbagliare”.

 

Invece...

«Stavo in una stanza, da solo. Il mio compito era, una volta al mese, prendere i tabulati del centro meccanografico e metterli in una macchina che tagliava le buste paga».

PAOLO BELLI BACCINI

 

Tutto lì?

«Sono durato trenta giorni. Pensavo di aver fatto un lavoro perfetto. Mi chiamò la direzione: “Non ti far vedere per i prossimi venti giorni ci sono diecimila operai che ti vogliono uccidere”. Avevo sbagliato e per la prima volta il Porto di Genova posticipò di dieci giorni la consegna degli stipendi.

 

Ne approfittai, diedi la liquidazione a mamma, le lasciai un biglietto e scappai a Milano con 100 mila lire in tasca, sulla mia Renault 9 a gas, aveva un vetro rotto e un faro spaccato. Vivevo in macchina come un barbone. Suonavo in un locale in cambio della cena».

 

Alla fine riuscì nel suo intento.

«La prima persona che accettò si incontrarmi fu Mara Maionchi, allora direttore artistico di una discografica, ho fatto X-Factor ante litteram. Era uguale adesso solo un po’ più magra. Poi mi iscrissi a un concorso e firmai un contratto con la Cgd. Ci presentammo in 1.800, rimanemmo in quattro».

 

PAOLO BELLI BACCINI

Una strada in salita.

«Per farmi incidere un disco mi tolsero il pianoforte e mi trasformarono in un cantante confidenziale. “L’ironia non vende. E tu sei genovese, hai mai visto ridere Gino Paoli o Luigi Tenco?”. Devo ringraziare Gastone Razzi che lavorava in Cgd, capì tutto ma non aveva potere».

 

La portò a Roma da Vincenzo Mollica.

«Non sapevo chi fosse, entrai nel suo ufficio e lui mi chiese di cantare i miei brani, al pianoforte. Si gasò: “Quando inciderai questo album?”. Io: “Mai”. Mi fece uscire dalla stanza e lo sentii urlare al telefono. Da allora ho avuto la libertà di fare le canzoni che volevo».

 

Quali errori non rifarebbe?

francesco baccini

«Non me ne andrei via dalla major discografica, lì avevo la mia storia, invece ho sparpagliato i miei album in cinque etichette differenti. E non farei Music Farm». Fu mandato via per una bestemmia. «In quel periodo avevo subito una truffa gigante dal mio ex manager. Mi sono svegliato una mattina e non avevo più niente. Siccome non ho il file della depressione ho ricominciato daccapo e accettai di andare in tv perché mi offrirono un cachet importante. Dopo un po’ lì dentro pensi che non uscirai più. Ero impazzito. Mi sembrava di fare un viaggio senza ritorno in una navicella che va su Marte con Iva Zanicchi».

 

E l’infatuazione per Dolcenera?

dolcenera baccini

«È nata perché gli autori mi dicevano: “Sai che parla sempre di te?”. Io manco me ne accorgevo, ma ho finito per crederci».

 

(…)

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