EDITORIA IN AGONIA – LA DISFATTA DELLE SETTE SORELLE DI CARTA – I GRANDI GIORNALI, IN CINQUE ANNI, SI SONO FUMATI UN QUARTO DEI LETTORI E HANNO PERSO UN TERZO DELLA PUBBLICITÀ – E I PRIMI SETTE GRUPPI HANNO SEGNATO UN ROSSO-MONSTRE DI 1,8 MILIARDI

Giorgio Meletti per il “Fatto quotidiano

 

FRANCO RODOLFO E CARLO DE BENEDETTI FRANCO RODOLFO E CARLO DE BENEDETTI

I lettori sono in fuga dalle edicole e tutti sappiamo perché. Le notizie si sentono alla tv, gratuitamente, e chi vuole approfondire usa la rete. I social network aiutano a selezionare le notizie grazie al passaparola e alla condivisione di link e contenuti. Per andare all'edicola resta dunque un solo ovvio motivo: la certezza di leggere una cosa introvabile altrove. È il caso di questo articolo: chi questa mattina ha acquistato il Fatto vi trova adesso i risultati di un’analisi sui bilanci dei principali gruppi editoriali condotta dal Ufficio Studi di Mediobanca. Non è un documento segreto, visto che è stato pubblicato sul sito della Ricerche& Studi spa ( www.mbres.it  ).

 

Semplicemente è stato ignorato dai principali giornali, forse per evitare ai propri lettori la malinconia delle cattive notizie. E infatti la cosa che colpisce di più non è che gli ultimi cinque anni siano stati per i maggiori editori italiani ( Rcs, Espresso, Mondadori, Monti Riffeser, Caltagirone, La Stampa, Il Sole 24 Ore) una Caporetto ininterrotta. Piuttosto il fatto che dal 2009 i sette gruppi esaminati hanno perso 1,8 miliardi di euro senza fare una piega.

Premio Guido Carli Francesco Gaetano Caltagirone con la fidanzata Malvina Premio Guido Carli Francesco Gaetano Caltagirone con la fidanzata Malvina

 

Come osserva lo studio, azionisti e impresa, “avendo una posizione residuale, assorbono la perdita finale”. Dal tempio del potere finanziario nazionale arriva dunque la conferma autorevolissima dell'osservazione empirica di chiunque: possedere i giornali non serve a fare soldi, e le perdite sono il prezzo da pagare per controllare l’informazione.

 

Non c’è altra spiegazione. I grandi editori, nella fotografia di Mediobanca, sembrano assistere impassibili alla ritirata disordinata delle loro truppe. Dal 2009 al 2013 il mercato è stato spietato . Oggi, come si vede dalla grafica, per quasi tutti gli editori il costo del lavoro è superiore al valore aggiunto creato: significa che i ricavi non bastano a pagare neppure gli stipendi di giornalisti, poligrafici e impiegati.

 

La diffusione complessiva dei quotidiani che fanno capo a 6 dei 7 maggiori gruppi (la Mondadori pubblica solo periodici) è calata del 24,8 per cento, da 2,8 milioni di copie al giorno a 2,1. La flessione più marcata è del Corriere della Sera (-28,4 per cento), seguito da Repubblica (- 27,4 per cento) mentre Messaggero, Stampa e Sole 24 Ore hanno perso copie intorno alla media, circa un quarto dei lettori.

 

Mentre la diffusione cala del 24,8 per cento, i ricavi delle vendite dei giornali scendono in misura maggiore, del 27,7 per cento, nonostante in questi cinque anni il prezzo dei quotidiani sia salito notevolmente. Il Sole 24 Ore, per esempio, è passato da 1 euro a 1,50 come prezzo base, accusa una flessione dei ricavi del 35 per cento a fronte di un calo delle vendite del 26,8 per cento. Come se la crisi venisse fronteggiata dagli editori (tutti) con massiccia diffusione gratuita, anche a difesa del fatturato pubblicitario. Che però è andato peggio dell'edicola: - 31 per cento in cinque anni.

berlusconi marina fininvest cir esproprio  crop display berlusconi marina fininvest cir esproprio crop display

 

Gli schiaffoni presi sul mercato hanno eroso il capitale netto delle aziende editoriali, rimpicciolito del 40 per cento in cinque anni mentre il valore di Borsa delle società quotate (tutte a eccezione della Stampa) si è mediamente dimezzata, con un dato impressionante per il Sole 24 Ore, le cui azioni hanno perso il 68 per cento del valore.

 

L’Ufficio Studi di Mediobanca fa notare che il patrimonio di queste aziende è tenuto in piedi da una valutazione generosa dei cosiddetti beni intangibili, quale il valore attribuito alle testate. Siccome si tratta di un valore che esprime le potenzialità di reddito di quei beni, viene sottolineato che in questi anni di crisi nera e perdite si è evitato di svalutare queste voci di bilancio.

 

La ragione è evidente: senza queste voci “ottimistiche” tutte queste aziende, con l’eccezione di Caltagirone e Monrif, avrebbero patrimoni negativi, che in parole povere somiglia molto a doversi preparare a portare i libri in tribunale. La perdita di copie non è maggiore della media europea (-23 per cento), ed è in parte un inevitabile segno dei tempi. Ma sono i drammatici dati di bilancio a farci interrogare sulle contromosse escogitate. In questi cinque anni gli editori hanno fatto fuori il 22 per cento degli occupati, mettendo alla porta 4200 persone. La produttività del lavoro è però diminuita del 15 per cento.

 

CARLO PERRONE JOHN ELKANN CARLO PERRONE JOHN ELKANN

Bisogna considerare che quando si fabbricano automobili la produttività di un operaio si misura in numero di auto prodotte. Nel caso di un giornalista, ma anche di un tipografo, il lavoro di scrittura o di preparazione alla stampa di un articolo rimane sempre lo stesso, sia che si vendano 100 mila copie sia che se ne vendano 10 mila.

 

Tagliare il costo del lavoro unitario dell’1,2 per cento (quindi molto di più considerando l’inflazione), come è stato fatto, contribuisce a migliorare i conti delle aziende. Mentre ridurre il numero dei giornalisti a fronte di una minor vendita di copie, come stanno facendo i grandi editori, non ha senso: visto che non scrivono ogni singola copia con i trasferelli, sfoltire le redazioni è come se la Fiat, vendendo meno macchine, pensasse di far tornare i conti smerciando le Punto senza sportelli.

 

Col risultato quasi certo di spingere il lettore superstite a reagire a un prodotto sempre più scadente, o simile a ciò che trova gratis nel suq di Internet, unendosi a quei lettori in fuga che hanno innescato il declino.

 

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