1. CANNES APRE SOTTO LA PIOGGIA E CON UN RED CARPET MOSCIO COME UN SEMOLINO: A PARTE IL CAST DI “GATSBY” E I GIURATI NICOLE KIDMAN E STEVEN SPIELBERG, SI VA AVANTI CON L’ANTICA CINDY CRAWFORD E MEZZE CALZETTE COME CLAUDIA GALANTI 2. COMINCIA IL CONCORSO: SI PARTE IN PIENO STILE FRANCESE CON IL PROLIFICO OZON, LA SOLITA CHARLOTTE RAMPLING E UNA DICIASSETTENNE CHE SI PROSTITUISCE: “JEUNE ET JOLIE” 4. STILISTICAMENTE PERFETTO IL MESSICANO “HELI”, MA NON PER TUTTI I GUSTI, AL PUNTO CHE QUANDO I POLIZIOTTI CATTIVI DANNO FUOCO ALLE PALLE DI UN BALORDO SOTTO LO SGUARDO DI TRE RAGAZZINI, QUALCHE SPETTATORE SE L'E' DATA A GAMBE 5.BUONA OPERA PRIMA È “SALVO”, IL FILM ITALIANO CHE APRE LA SETTIMANA DELLA CRITICA

Marco Giusti per Dagospia

Cannes Seconda giornata.

Intanto piove e fa freddo e Cannes e' un cantiere sul modello Venezia. Scaldati i bollori del "Grande Gatsby" arrivano i primi film in concorso. Siamo in pieno scandalo con il primo film della mattina, "Jeune et jolie" del prolifico Francois Ozon, quasi due film all'anno. La bellissima e quasi inedita Marina Vatch e' Isabelle, una diciassettenne di piccola borghesia che si prostituisce con i vecchi, non solo per soldi modello olgettine, ma per un malessere adolescenziale, per una voglia di sperimentare e non prendere sul serio niente.

Come le suggeriscono le poesie di Rimbaud e la colonna sonora di Francoise Hardy, che commenta le quattro stagioni che la ragazza attraversa da quando in estate compie i suoi diciassette anni e perde la verginita' senza provare granche' con un ragazzone tedesco. Isabelle vive con insofferenza la famiglia, una madre ancora bella, Geraldine Pailhas, un fratellino simpatico, un patrigno buffo e non troppo charmant.

La via della prostituzione e' una fuga e un gioco col mondo degli adulti che verra' tragicamente troncato quando le morira' durante una scopata il non giovanissimo Georges, interpretato da un invecchiatissimo Johan Leysen, gia' protagonista di "Prenom Carmen" di Godard e di un erotichello con Serena Grandi, e quando la madre scoprira' la sua doppia vita. Isabelle cerchera' di recuperare la sua giovinezza con i compagni di scuola, ma non riuscira' a identificarsi in nessun mondo e, soprattutto, in nessuna identificazione di famiglia.

Intelligente, elegante, di grande sottigliezza nel disegnare il personaggio dell'adolescente in crisi, la sua volubilita' e la sua apparente indifferenza, il film di Ozon deve molto alla "troppa" bellezza della sua giovane protagonista che si muove come una piccola Bardot maliziosa sia nel mondo degli adulti che dei coetanei, riuscendo a conquistare un po' tutti e essendo se stessa solo con la vedova del povero Georges, la solita Charlotte Rampling intensa da film d'autore francese.

Non per tutti i gusti, al punto che quando i poliziotti cattivi danno fuoco alle palle di un balordo sotto gli occhi indifferenti di tre ragazzini che preferirebbero giocare con l'X-box, qualche spettatore se l'e' data a gambe, il notevole film messicano in concorso "Heli" di Amat Escalante, che proprio a Cannes, ma a "Un Certain Regard" presento' i gia' violentissimi "Sangre" e "Los Bastardos". In "Heli" una famiglia composta appunto da Heli, operaio in una fabbrica d'auto, il vecchio padre, la sorellina Estela di 12 anni, la moglie e il figlioletto, si ritrova all'improvviso al centro di un furto di coca che portera' a tragiche conseguenze per tutti.

Estela ha un fidanzatino piu' grande, certo Beto, che studia da poliziotto e la vuole sposare. Un cretino. Ruba due pacchi di coca che i suoi colleghi avevano accuratamente nascosto dopo una grossa operazione e li nasconde nei cassoni dell'acqua della casa di Heli che, casualmente li trovera' e li distruggera'. I poliziotti responsabili del furto faranno secco il vecchio e si porteranno via Heli e la ragazzina.

Stilisticamente perfetto, come i film di Carlos Reygadas che e' un po' il maestro di Escalante, e' decisamente superiore ai suoi lavori precedenti e si permette preziosismi di gran classe sia a livello visivo che a livello di scrittura. Quello del cinema messicano e' un mondo dove tutto puo' capitare, da un cannone che ti si pianta sulla porta di casa minaccioso a una commissaria pronta a farsi Heli mostrandogli due seni grossi come cocomeri. "Sei frocio?" Fa lei di fronte al suo "no, grazie".

Pur nella violenza e nella miseria, Heli trovera' il modo di difendere la sua famiglia e di imporsi sulla crudelta' della situazione. In qualche modo e' proprio a un modello di cinema minimalista e di grande struttura stilistica come questo che cerca di avvicinarsi l'opera prima di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, "Salvo", il primo dei tre lungometraggi italiani presenti a Cannes. I miracoli esistono.

Se e' un miracolo, infatti, che, senza un euro di incoraggiamento ne' dalla Medusa ne' dalla Rai e senza che abbia ancora un distributore, "Salvo" apra la 524ima edizione della "Semaine de la Critique", e' un miracolo anche che una ragazza cieca dalla nascita, come accade nel film, riacquisti la vista proprio quando un tenebroso killer di mafia le uccide crudelmente il fratello davanti ai suoi occhi.

E' un miracolo, infine, che il killer, alla luce della vista riacquistata di lei, abbia lui stesso una illuminazione e si innamori della ragazza. Al punto che non solo non voglia piu' ucciderla, ma decida di salvarla e di proteggerla. Ma il boss del killer non la prendera' cosi' bene. Il tutto si svolge al ritmo di una sola canzone dei Negramaro che la ragazza ascolta in continuazione, "Piangero'".

Magari ci aspettavamo un po' di piu' da questo "Salvo" scritto e diretto dai due palermitani Grassadonia e Piazza, sceneggiatori e consulenti per Fandango e Filmauro, piccola favola di mafia prodotta da Massimo Cristaldi e Fabrizio Mosca che per girarla hanno dovuto inventarsi un budget proveniente da varie parti del mondo.

Anche perche' ha un grande inizio da western violento in una Palermo di piena estate dove volano le pallottole, tutta vista da una macchina da presa piazzata dietro alla nuca del protagonista, Salvo, freddo killer interpretato dal palestinese Saleh Bakri, alle dipendenze di un feroce boss, il Mario Pupella gia' protagonbista di "Angela" di Roberta Torre, e si apre poi a una sorta di film d'arte con venti minuti ossessivi che seguono, quasi in piano sequenza, una ragazza cieca, Rita, l'inedita Sara Serraiocco, che ha capito di avere a casa un killer pronto a ucciderle il fratello e cerca quindi di non tradirsi.

Dopo questa prima mezzora originale e di grande presa drammatica e visiva, grazie anche alla fotografia di Daniele Cipri', il film si perde un po', come se non riuscisse a mantenere ne' lo stesso ritmo e la stessa originalita', ne' a portare avanti il racconto con lo stesso rigore. Del resto era ovvio che, appena fossimo entrati un po' piu' dentro ai personaggi, quindi fuori dalla situazione di novita' iniziale, il film potesse perdere vigore.

Anche perche' ha, in fondo, una storia di non grande sviluppo, ne' la complessita' del racconto cieca-uomo violento che domina un capolavoro come "On Dangerous Ground" di Nicholas Ray, dove si confrontano due campioni come Ida Lupino e Robert Ryan. Anche fra i due protagonisti di "Salvo" nasce un amore, ovviamente impossibile, mentre, come in ogni western, la situazione si scalda e il killer dovra' fare i conti col proprio passato.

A parte le troppe magliette Lacoste poco adatte a un killer di mafia, a parte qualche ripetizione, siamo di fronte a una buona opera prima, del livello di "L'intervallo" di Leonardo Di Costanzo, diciamo, che e' perfettamente in linea con un certo tipo di cinema da festival internazionale.

2. SPIELBERG SCHERZA CON LA GIURIA: TUTTI UNITI O DOVRÃ’ FARCI UN FILM
Giovanna Grassi per il "Corriere della Sera"

«Parliamo lingue diverse noi nove giurati, ma una sola ci unisce: è quella del cinema, della passione per ciò che lo schermo ci racconta», afferma Steven Spielberg, il presidente di un gruppo di persone quanto mai togate e premiate: i registi Ang Lee e Christian Mungiu, due grandi protagonisti come il francese Daniel Auteuil e l'austriaco Christoph Waltz, l'attrice indiana Vidya Balan, la diva Nicole Kidman, la produttrice e sceneggiatrice inglese Lynne Ramsay e la collega giapponese Naomi Kawase.

Il presidente, che tutti i giurati chiamano con affettuosa deferenza «il nostro sommo maestro», aggiunge: «Se non troveremo un accordo, a seguire potrò sempre girare il rifacimento del film del 1957 La parola ai giurati di Sidney Lumet in cui Henry Fonda appariva più che determinato a convincere i giurati». E ribatte con tono deciso a chi gli chiede come si senta nell'avere tra i giurati Ang Lee, che gli ha soffiato molte statuette agli ultimi Oscar, compresa quella di miglior regista: «Non siamo mai stati rivali, ma sempre amici e ammiratori l'uno dell'altro».

Ang Lee, con la solita calma e serenità, confessa: «Mi sento sempre male quando devo giudicare con altri e per giunta ad alta voce un film, ma siamo qui per aiutare noi stessi e il pubblico a valutare il cinema del nostro tempo. Ha ragione la collega giapponese Naomi quando dichiara: "Giudicare insieme i film ci aiuterà a superare le difficoltà in cui il mondo di oggi è immerso e a rilanciare l'amicizia e tanti approfondimenti culturali e sociali capaci di smussare contrapposizioni ideologiche"».

Netto e deciso, ricordando il ragazzo non ancora trentenne che era stato quando aveva por- tato sulla Croisette Sugarland Express per poi accompagnare sempre fuori concorso E.T., Il colore viola, Indiana Jones 4, Spielberg ha aggiunto: «La gara di Cannes è molto diversa dagli Oscar: in America fac- ciamo la campagna elettorale e quella degli Oscar... A Cannes si dibattono culture, si celebra e ricerca il cinema senza competizioni anche se alla fine c'è un vincitore». Spiritosa Nicole Kidman: «Certo, ho chiesto consiglio a Keith Urban, mio marito, che ha appena concluso i lunghi lavori come giurato di American Idol...».

Si dice entusiastadell'idea di stare «due settimane o quasi con Steven, che conosco da anni e sempre vedo solo tra un aereo e l'altro. È una fantastica occasione». Daniel Auteuil confessa: «Ho accettato subito di fare il giurato ricordando quanti film vincitori di Cannes abbiano formato la mia fame cinematografica e plasmato la mia vita».

Tutti concordano: «Siamo qui per celebrare ed esplorare, insieme al pubblico, il cinema di oggi». Waltz ricorda «come a Cannes le società più disparate trovino, nella diversità dei linguaggi, una forte coltura aggregativa che scopre il cinema del passato e quello che formerà altre generazioni. È stato questo Festival a cambiare la mia carriera dopo la proiezione di Bastardi senza gloria». Aggiunge, con l'abituale ironia: «Cercheremo di fare quella che può essere considerata una seduta di analisi riuscita, ossia quando un cliente e il suo analista si incontrano positivamente cercando di andare a fondo di tante motivazioni. Alla fine, comunque, il nostro sarà soltanto il giudizio di nove persone».

 

 

 

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