CANONE VIDAL: “SIAMO GLI STATI UNITI DI AMNESIA. NON IMPARIAMO NIENTE PERCHÉ NON RICORDIAMO NIENTE” - “LENNON RAPPRESENTAVA UN VERO NEMICO PER QUELLI CHE GOVERNANO GLI STATI UNITI. INCARNAVA TUTTO CIÒ CHE ESSI ODIAVANO... INCARNAVA LA VITA, UNA COSA SPLENDIDA. NIXON E BUSH INCARNANO LA MORTE, ED È UNA COSA ORRIBILE»” - “MYRA BRACKENRIDGE”, RITRATTO RAFFINATO DELLA BISESSUALITÀ, RIZZOLI LO RIFIUTÒ E USCÌ DA BOMPIANI…

1- AVANTI TUTTA CON RABBIA...
Articolo di John Wiener per "The Nation" pubblicato da "il Manifesto" - Traduzione Maria Antonietta Saracino

Dal Vietnam all'Iraq non ha perso occasione per attaccare l'aggressività di Nixon e Bush, che a suo dire incarnavano «la morte». Invece la politica italiana non lo entusiasmava. Uno degli aneddoti che meglio rivelano la personalità di Gore Vidal lo ha raccontato Victor Navasky. Nel 1986 Gore aveva scritto un articolo per lo speciale del 120° anniversario di The Nation.

Qualche tempo dopo, Victor fu invitato a pranzo da Bob Guccione, editore di Penthouse, nella sontuosa dimora dell'East Side, famosa per una collezione di opere d'arte da 200 milioni di dollari. «Avevamo appena finito di gustare l'aperitivo quando Bob mi chiese quanto avessi speso per l'articolo di Gore Vidal», ricorda Victor. «Quando gli risposi che tutti gli autori di quel numero, compreso Vidal, avevano ricevuto 25 dollari per il proprio contributo, Guccione rischiò di strozzarsi con lo Chateax Margaux che stava bevendo. Per un articolo per Penthouse, disse, aveva offerto a Vidal 50mila dollari, ma lui aveva declinato l'offerta».

Gore, che nel 1981 aveva accettato l'invito di Victor di collaborare a The Nation, ha pubblicato 41 articoli in cambio di cifre simili. E su The Nation sono apparse alcune sue frasi folgoranti: «Siamo gli Stati Uniti di Amnesia», ha scritto nel 2004. «Non impariamo niente perché non ricordiamo niente».

Oltre che un grande scrittore Gore è stato un grande affabulatore. L'ho intervistato molte volte, in pubblico, alla radio, e per la stampa, e in molti luoghi diversi, il più memorabile dei quali è la sua casa ormai leggendaria sulla scogliera di Ravello, in Costiera Amalfitana, dove erano in molti ad andare a trovarlo.

In quell'intervista, per la Radical History Review, raccontò del suo impegno per introdurre l'espressione «Impero americano» nel lessico politico de paese, e successivamente quello di «stato di sicurezza nazionale», ambedue all'epoca fermamente osteggiati dagli intellettuali legati all'establishment.

E in effetti, gran parte dei suoi scritti apparsi su The Nation erano mirati a definire quei due concetti - così come l'idea di Impero è il tema dominante della serie di sette romanzi storici, «Narrative dell'Impero», che includevano alcuni bestseller assoluti, come Burr (1973) e Lincoln (1984).

In quella stessa intervista parlava anche del suo percorso politico, dalla destra alla sinistra, che lo aveva portato a The Nation. All'inizio era stato contrario alla partecipazione degli Usa alla seconda guerra mondiale. «Il mio radicalismo - disse - comincia nel 1948 con The City and the Pillar, uno dei primi romanzi americani sull'omosessualità maschile, e con gli attacchi violenti che arrivarono dal New York Times. Poi giunse la messa al bando da parte di Hollywood: lui all'epoca lavorava per Hollywood e pur non avendo mai fatto parte del Partito Comunista, lo sconvolse vedere i suoi amici messi al bando dall'industria cinematografica.

Il terzo passaggio si verificò nel 1968 quando pubblicò una farsa a forte contenuto sessuale, Myra Breckinridge, partecipò a un dibattito televisivo con Buckley durante la convention dei Democratici e collaborò alla nascita del New Party, contro la guerra, poi del People's Party, che co-diresse insieme a Benjamin Spock dal '68 al '72. Infine, nel 1980 Victor lo invitò a collaborare a The Nation, e Gore accettò subito. Il suo primo articolo si intitolava Some Jews & the Gays («Certi ebrei e i gay»), corrosiva reazione agli articoli anti-gay apparsi su Commentary, la rivista conservatrice ebraica diretta da Norman Podhoretz.

Gore era fantastico quando parlava in pubblico. Nel 2007, a Los Angeles, in occasione del «Times Book Festival», all'Università della California, la Royce Hall era letteralmente stipata di duemila di quelli che si pssono definire solo come «fan adoranti». Sul palco gli chiesi che cosa avesse risposto a Susan Sarandon e Tim Robbins quando gli avevano chiesto di fare da padrino al loro figlio. La risposta era stata: «Padrino (godfather), sempre; dio (god) mai».

In quell'incontro gli feci anche notare che aveva scritto pressoché tutto - romanzi, saggi, opere teatrali - e vinto ogni possibile premio, e dunque, gli chiesi «che cos'è che ti fa andare avanti? cosa ti spinge ad alzarti la mattina?». «La rabbia», rispose.

Alla fine degli anni '90 Gore Vidal nominò Christopher Hitchens suo «successore, erede o delfino», ma quando l'11 settembre Hitchens si espresse a favore della Guerra in Afghanistan e lasciò The Nation, Gore ritirò la sua «nomina».

Nel 2010 Hitchens tornò all'attacco con un articolo su Vanity Fair, intitolato «Vidal loco», cioè «pazzo», scagliandosi contro Gore per il suo sostegno alla causa della «verità sull'11 settembre», un fatto che per la verità lasciò costernati molti di noi. (Va precisato che Gore sosteneva la versione più blanda - cioè che l'amministrazione Bush era stata precedentemente informata ma aveva permesso che ci fosse l'attacco alle torri - anziché quella secondo la quale le due torri erano fatte esplodere dall'interno per ordine di Bush).

Tra le frasi memorabili di Gore Vidal, ce n'è una che per me ha un significato speciale. L'ha pronunciata nella sua partecipazione, del tutto inattesa, al documentario del 2006 Gli Usa contro John Lennon, basato su un libro che avevo scritto sul tentativo di Nixon di espellere Lennon nel 1972 per il suo attivismo contro la guerra.

«Lennon rappresentava un vero nemico per quelli che governano gli Stati Uniti» diceva Gore con un lampo negli occhi. «Incarnava tutto ciò che essi odiavano... incarnava la vita, una cosa splendida. Nixon e Bush incarnano la morte, ed è una cosa orribile». Gore Vidal ha scritto da cittadino della repubblica e da critico dell'impero. Non avremo mai un altro come lui.

LA MYRA RIFIUTATA DA RIZZOLI
Claudio Gorlier per "La Stampa"

La mia amicizia con Gore Vidal risale agli Anni 60, quando promossi la pubblicazione in italiano, da Rizzoli, di Julian e di Washington D.C . Romanzi - come dire? - storico politici. Il protagonista del primo, l' imperatore Giuliano, detto l'Apostata Vidal lo presenta come l'ultima grande figura politica e intellettuale del mondo classico pagano, ucciso a tradimento dai suoi soldati cristiani.

Nel secondo emerge la penetrante maestria di Vidal nella rappresentazione dell'ambiguo ambiente politico dei vertici americani. Vidal, tipico intellettuale aristocratico del Sud, metteva elegantemente e spietatamente in gioco il potere. Poi apparve l'impagabile Myra Brackenridge , ritratto raffinato della bisessualità, opera di un gay dichiarato. Rizzoli lo rifiutò e uscì da Bompiani. Il «canone Vidal» rimane tra i supremi della letteratura americana contemporanea.

 

 

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