kennedy by paul schutzer

QUANDO SUPERMAN ENTRÒ NEL SUPERMARKET - TORNA IL CAPOLAVORO DI NORMAN MAILER, OVVERO IL RACCONTO DELLA CAMPAGNA DI JOHN KENNEDY. SECONDO IL GIORNALISTA, FU IL SUO ARTICOLO A DECIDERE LA VITTORIA DI JFK

norman mailernorman mailer

Il testo pubblicato dal “Venerdì” è tratto da “Superman comes to the Supermarket” di Norman mailer (ripubblicato da Taschen), capolavoro del new journalism americano scritto 55 anni fa per la rivista “Esquire”.

 

“E’ stata la televisione più di qualsiasi altra cosa a far ribaltare la situazione”: così John F. Kennedy spiegava la sua vittoria di misura su Richard Nixon alle presidenziali del 1960. Al contrario, Norman Mailer era convinto che fosse stato il suo articolo pubblicato su “Esquire” a far vincere Kennedy. In questo volume, edito da Taschen, oltre ai testi di uno dei padri del ‘new journalism’ possiamo ripercorrere la storica campagna attraverso le straordinarie immagini di grandi fotografi come Cornell Capa, Jacques Lowe, Paul Schutzer. Curato da Nina Wiener è in libreria a 99,99 euro (p. 370).

norman mailer superman kennedynorman mailer superman kennedy

 

Norman Mailer per “Esquire”

Traduzione di Fabio Galimberti per “il Venerdì di Repubblica

 

Per una volta cerchiamo di ragionare su una convention politica senza perderci in intere costruzioni di fatti e temi. La politica ha le sue virtù, fin troppe – non figurerebbe accanto al baseball fra gli argomenti di conversazione se non rispondesse a tantissime esigenze – ma è legittimo sospettare che il suo fascino segreto sia affine a quello della nicotina. Fumare una sigaretta consente di isolarsi dalla propria vita, non si sente granché e si è felici così, e la politica ci tiene in quarantena dalla storia; la maggior parte delle persone che si cibano della vita politica sono della partita non perché vogliono fare la storia, ma perché vogliono essere distratti dalla storia mentre viene fatta.

norman mailer e jacqueline kennedy onassisnorman mailer e jacqueline kennedy onassis

 

Se quella convention democratica che ormai retrocede oltre il limitare dell’estate del 1960 viene ricordata solo a metà nell’eccitazione delle elezioni imminenti, forse è il momento adatto per prenderla di nuovo in considerazione, perché la montagna di fatti che si celava dietro le sue fattezze nel luglio scorso è stata soffiata via nei venti dell’Alta Televisione, e l’uomo della strada (quel peculiare termine politico che fa riferimento a quel donchisciottesco elettore che tirerà una leva o l’altra per ragioni pregnanti quali «Una volta avevo un tenente leccapiedi che assomigliava a Nixon», oppure «Quel Kennedy mi sa che ha i denti finti»), il non facilmente preventivabile uomo della strada ha dimenticato in larga parte ciò che è successo e non saprebbe dirvi contro chi gareggiava Kennedy più di quanto voi o io sapremmo dire chi aveva la migliore media battute nel campionato di baseball nel mese di giugno.

kennedy con i figli by jacques lowekennedy con i figli by jacques lowe

 

Insomma, cercare di parlare di quello che è successo è più facile adesso che nei giorni della convention: non si è costretti a mettere dentro tutto (un atto di scrittura per cui più che una penna servirebbe un bulldozer) e si può provare a esporre la propria piccola tesi agghindandola con un nastro o due di metafora. Tanto meglio. Perché i misteri mal sopportano i fatti, e la convention democratica del 1960 è cominciata come un mistero ed è finita come un altro.

 

Dal momento che il mistero è un’emozione che ripugna a un animale politico (per quale altro motivo condurre una vita di banchetti scadenti, fumo di sigaro, sedie pieghevoli, alito cattivo e un gergo atrocemente stupido se non per sfuggire agli echi di ciò che non è noto), la separazione psichica tra quello che stava succedendo nel parterre, nelle riunioni ristrette, nel quartier generale, e quello che stava succedendo in parallelo alla storia della nazione era un mistero sufficiente ad annegare nella depressione i lavori dell’assemblea.

kennedy by paul schutzerkennedy by paul schutzer

 

Da un lato è stata una convention noiosa, una delle meno interessanti secondo l’opinione generale, alleviata da sprazzi di colore localizzati, beneficata di due mezz’ore di eccitazione grazie a due dimostrazioni per Stevenson, tenuta a galla dalla classe della macchina elettorale dei Kennedy, ravvivata dalla sorpresa della nomina di Johnson a vicepresidente, ma comunque noiosa e depressa nel tono generale, con le grandi feste sommesse, i pettegolezzi insipidi, nessuna eccitazione reale, solo momenti, o dettagli, come dicono nelle corride.

 

kennedy by paul schutzer kennedy by paul schutzer

Eppure è stata anche, si poteva sostenere (e lo si può sostenere ancora), una delle più importanti convention nella storia degli Stati Uniti, non è escluso che si riveli la più importante in assoluto. L’uomo che ha ottenuto la nomination è diverso da qualunque politico che abbia mai corso per la presidenza nella storia del Paese, e se dovesse essere eletto salirebbe al potere in un anno in cui l’America ha corso il pericolo di scivolare in un profondo declino.

 

UNA DESCRIZIONE DEI DELEGATI

 

Figli e figlie della Repubblica in preda a legittimo panico; professionisti di piccolo calibro di judo politico da piccola città al loro Grande Momento nella Grande Città

La depressione ovviamente ha diverse radici: è la protezione discutibile che nasce dal non saper riconoscere il fallimento, è il fardello psichico dello sfinimento ed è anche, e spessissimo, la disciplina della volontà, o l’ego che consente di continuare a lavorare quando la propria emozione inconfessata è il panico. E panico credo fosse il sentimento più importante fra tutti quelli che albergavano nel petto dei delegati convenuti a Los Angeles.

 

kennedy by paul schutzer  kennedy by paul schutzer

I delegati non sono i figli e le figlie più nobili della Repubblica: un uomo di buon gusto appena sbarcato da Marte darebbe uno sguardo al parterre della convention e se ne andrebbe per sempre, convinto di aver visto una delle più squallide congreghe infernali.

 

Se ancora aleggia nell’aria la flebile eco di un vino di carnevale, del pepe di una corrida, delle burle, dei travestimenti e dello sfarzo di una giostra medievale, tutto è ingoiato e rigurgitato dai sensi nel bolo più nauseante di un gas mortifero di cui bisogna sbarazzarsi, un gas mortifero di fumo di sigari, aria viziata, bocca aperta, cicche sparse a terra, fetido, squallido, stakanovista, burocratico, un gas di linguaggio e di facce («Sì, quelle facce», dice l’uomo sceso da Marte: avvocati, giudici, portaborse, mafiosi, sgherri e maggiorenti del Sud, vecchie signore maestose, sindacalisti e crumiri), di parole pompose e lunghe pause che adornano come un dolore plumbeo la febbre, la febbre di essere dentro, sopra, o forse di essere semplicemente dietro la storia? Un panico legittimo per un delegato.

kennedy by paul schutzer   kennedy by paul schutzer

 

L’America è una nazione di esperti senza radici: creiamo continuamente tattici che non riescono a vedere la strategia e strateghi che non riescono a fare un passo, e quando la cultura ha finito il suo lavoro le istituzioni ammanettano l’infermità.

 

Un delegato è un uomo che sceglie un candidato per la carica più importante del pianeta, un presidente che deve convivere con problemi che sconfinano nell’etica, nella metafisica e ora nell’ontologia; il delegato viene preparato a questo incarico privilegiato svuotando cestini della carta straccia, sommando fesserie e dicendo sì al momento giusto per vent’anni nel piccolo apparato politico di qualche città grande o piccola, e la sua ricompensa, o almeno una delle sue ricompense, è arrivare ad avere un invito per la convention.

 

Esperto improvvisatore nella politica locale, professionista di piccolo calibro, spesso mediocre, del judo politico da piccola città, arriva nella grande città con un’opinione per nove decimi già formata: seguirà gli ordini del capo che lo ha portato lì. Naturalmente non è proprio tutto così squallido: la sua opinione viene ascoltata, il capo terrà conto di quello che ha da dire come un fattore interessante fra altri cinquecento, e soprattutto, la cosa più importante per il delegato, ha l’illusione di una parziale libertà.

 

kennedy by jacques lowekennedy by jacques lowe

A meno di non essere severamente sincero con se stesso (e se è così sincero, perché sgobbare tanto affannosamente ai bassi livelli di un apparato politico?), può avere l’illusione di aver contribuito a scegliere il candidato, può addirittura interrogarsi con la massima sincerità sulla sua scelta, accarezzare l’idea di votare in difformità dalle indicazioni del suo capo, cercare di calcolare i limitati guadagni politici personali se imbocca la strada della lealtà o sceglie la via di alzare il prezzo.

 

Ma anche se è lì solo per accodarsi, se il suo voto è una certezza nella mente del suo capo politico, da gettare qui o spostare là come decide il capo, comunque per il capo, da un peculiare punto di vista, lui esiste davvero: il delegato è il grande pubblico americano, il bar o lo studio legale di cui è proprietario, il pezzo di sindacato che rappresenta o l’ufficio immobiliare, è parte del panorama politico che il capo usa per farsi un’immagine di come andranno le votazioni, se la gente apprezzerà il candidato.

 

kennedy by jacques lowe kennedy by jacques lowe

E se il boss è depresso da quello che vede, se il candidato non gli sembra quello giusto, se ha un cupo presagio che il candidato non è il suo genere (mentre, per esempio, era il suo genere Harry Truman, o potrebbe essere il suo genere Symington, o Lyndon Johnson), allora il capo voterà per lui, se deve, perché non può farsi trovare dalla parte sbagliata, però non sentirà il piacere di una scelta personale. E questo è l’epicentro del panico.

 

Perché se il capo è depresso, il delegato è doppiamente depresso, e il fatto emotivo è che Kennedy non si riesce a mettere a fuoco, non si riesce a mettere a fuoco secondo la vecchia visione della politica, non è confortevole; in effetti per il capo è un mistero come abbia fatto Kennedy ad arrivare dov’è arrivato, non un mistero per le sue strutture: Kennedy nuota nel denaro, Kennedy ha preso i voti alle primarie, e soprattutto Kennedy ha una macchina politica che è un gioiello.

 

È efficiente quanto un team d’eccellenza della Notre Dame University, tutta disciplina, acume ed entusiasmo, capace, allenata, mai noiosa, rapida come il fulmine, piena del sale del bel gioco, una macchina meravigliosa: il capo la adorerebbe, se solo al volante ci fosse un candidato ragionevole, un Truman, o anche uno Stevenson, a Dio piacendo un Lyndon Johnson del Nord, ma invece è guidata da un uomo che sembra così giovane da poter allenare la squadra matricole, e che non è confortevole per niente.

kennedy by cornell capakennedy by cornell capa

 

Il capo conosce gli apparati politici, conosce i problemi sul tappeto, il prezzo di parità dei prodotti agricoli, la legge Forand per le cure sanitarie, la legge Landrum-Griffin, ma non è assolutamente all’altezza quando si tratta di misurarsi con rivoluzionari cubani conciati come beatnik, la concorrenza missilistica, negri che depredano i bianchi in Congo, le complessità della ricaduta radioattiva e uomini dell’Associazione nazionale per il progresso delle persone di colore a cui bisogna rivolgersi con l’appellativo di «signore».

 

kennedy by cornell capa kennedy by cornell capa

È tutto fuori controllo, tutte le cose importanti sono fuori posto, gli affari esteri ormai sono la vampata di calore e sono candidati senatori invece di governatori, un disastro per il vecchio stile familistico della misura politica, dove un capo politico conosce il suo governatore e sa quello che sa il suo governatore. Così il capo è depresso, profondamente depresso.

 

Viene a questa convention rassegnato a nominare un uomo che non capisce, o per meglio dire, anche se capisce il candidato che sarà nominato non è contento dei segreti del suo fascino, per ciò che intuisce di questi segreti, che sembrano avere troppo poco a che fare con la politica e fin troppo a che fare con le follie private della nazione che vede migliaia – o erano centinaia di migliaia? – di persone manifestare nella lunga notte prima dell’esecuzione di Chessman, e una stella del cinema, la più grande di tutte, Marlon il Brando, là fuori nella notte insieme a loro.

i fratelli kennedy e lindon johnson by jacques lowei fratelli kennedy e lindon johnson by jacques lowefotografi della campagna kennedyfotografi della campagna kennedy

 

Sì, questo candidato, con tutto il suo curriculum, il suo ottimo, sano, convenzionale curriculum liberale, ha una patina di quell’altra vita, la seconda vita americana, la lunga notte elettrica con le fiamme del neon che conducono giù per la strada al sussurro del jazz.

 

 

 

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