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HAI CAPUTO BENE: "I MIEI DISCHI SULLE RADIO NON PASSANO. LA MUSICA È IN MANO A UNA LOBBY E LOBBY FA RIMA CON MOBBING” - "TRANNE EROINA E LSD DA GIOVANE HO PROVATO OGNI COSA" - L'ETERNITA' DELLE TESTE DI CAZZO

Malcom Pagani per “il Fatto Quotidiano”

 

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Respirazione artificiale per resuscitare il vecchio buonumore: “Dopo decenni di vita spericolata mi sono riscoperto probo. Ho superato un infarto e preso una bastonata seria, calmarsi è stato necessario”.

 

A sessant’anni: “Ma a 30 ero certo non sarei arrivato neanche a 40” Sergio Caputo si dice felice: “Tranne Eroina e Lsd, da giovane ho provato ogni cosa. Pensavo che essendo allucinato di mio, non mi servisse nulla di lisergico. Per il resto tra alcool, notti in bianco e albe azzurre, ne ho viste di tutti i colori”.

 

Dei denari che sarebbero dovuti piovere per il successo di Un sabato Italiano, Caputo non intercettò neanche le gocce: “Non sono diventato ricco e la verità è che non me ne importa niente. I soldi me li hanno rubati gli editori ingordi e le case discografiche, ma anche se li avessi davvero guadagnati, oggi non li avrei comunque più. ‘Non ti crucciare’ mi dice ridendo la mia seconda moglie, Cristina‘sarebbero stati pretesi fino all’ultimo centesimo dalla tua ex’”.

 

L’aria è formidabile, le stelle sono accese, i concerti in attesa (a maggio, il giorno 15, all’Obihall di Firenze, poi fitta tournée estiva) e ad ascoltare Sergio Caputo, meglio e peggio di un’esistenza intera sembrano essere passati in equilibrio senza lasciar traccia di rimpianto: “Non ho più vizi, non inseguo il lusso e dopo aver passato anni in America sono tornato in Italia senza sognare né il ranch né la Ferrari. Sono diventato un uomo di famiglia, ho due figli e guido una volta al mese. Amo dipingere, disegnare, cucinare, scrivere e non diversamente da ieri, suonare”.

 

L’ex art director della McCann-Erickson che di notte trasformava i vicoli di Roma in New Orleans parla lentamente, ride con moderata disillusione e illustra Pop Jazz and Love, dieci brani inediti, quindicesimo album di un’anomala parabola musicale, con l’aria distratta dei personaggi che abitavano le sue canzoni di ieri: “Sono stato in prova nel jet set/ ma non ho superato il test”.

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Da anni, in eretica controtendenza, Sergio Caputo autoproduce da sé i propri dischi.

Sono stato sempre una persona molto indipendente e solitaria e almeno in parte, solitudine e desiderio di indipendenza li ho pagati.

 

Alcatraz Moon, il nome dell’etichetta che distribuisce il suo ultimo disco, pare un manifesto programmatico.

Ma io mi sono sempre sentito più sulla luna che in prigione. Il mercato ha le sue regole e io dalle regole ferree mi sento costretto. All’ora d’aria ho preferito la libertà.

 

Libertà dove sei era il titolo del suo primo 45 giri, datato 1978.

Il produttore, Vincenzo Micocci della It, sapeva quel che faceva. Ha scoperto artisti che senza di lui non sarebbero emersi e tirato fuori il meglio da persone che lasciate al proprio talento grezzo non avrebbero saputo esprimerlo. Caratterialmente era una sfinge. Per quanto lo frequentassi assiduamente, non sono mai riuscito a conoscerlo fino in fondo.

 

Secondo Alberto Fortis che su Micocci scrisse una canzone, Vincenzo era troppo stupido per vivere e troppo ladro per amare. 

Micocci era un tipo strano. A volte era di un’umanità spaventosa, altre uno stronzo a livelli inaccettabili. Fuori dalla porta del suo ufficio c’era un divano e tra quei cuscini da Renato Zero a Rino Gaetano per tacere di Venditti e De Gregori, sono passati in tanti. Il suo era un mondo di anticamere. Prima di essere ricevuto, l’artista attendeva per ore.

 

Anche lei?

Lo incrociai fuggevolmente sull’uscio e peccai di presunzione: “Micocci, se mi fai aspettare più di 10 minuti non mi vedi più, io mi alzo e me ne vado”.

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Se ne andò?

Aspettai. Ero spregiudicato, ma non stupido. E anche se non sapevo quanto la mia vita potesse dipendere da quell’incontro e con la gente del suo ufficio mi mostrassi sicuro ai limiti della supponenza: “Se non lo vuol fare, pazienza”,  decisi di scoprirlo e di giocarmi l’occasione fino in fondo.

 

La boria era figlia del carattere? Descrivono il suo ben oltre il limite dell’irsuto.

Lavoro molto bene da solo e non ho mai avuto la corte al seguito. Vedo molti miei colleghi con teorie di assistenti, addetti stampa e reggicoda. Io sono all’opposto e il dato mi ha alienato qualche simpatia.

 

Enrico Rava, Dizzy Gillespie, Tony Scott, Lester Bowie. Quando ha scelto di collaborare ha saputo a chi rivolgersi.

Stare per conto proprio, come facevo fin da piccolo, non significa che non sappia collaborare e che a volte non sia entusiasta di farlo. Ci vogliono le condizioni ideali e non sempre è facile trovarle.

 

Quali furono le condizioni in cui poco più di trent’anni fa nacque Un sabato italiano?

Una notte invernale di pioggia fitta, una casa all’Aventino, un cortile romano in cui i gatti avevano improvvisato una reunion.

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Il fetido cortile ricomincia a miagolare, come nel primo verso della sua canzone.

I gatti miagolavano senza sosta e io iniziai a scrivere. Il primo verso lo declamai in tono teatrale alla Gassman, il resto venne da sé riempiendo un block notes di appunti. Nella canzone volevo mettere le vicende delle nostre notti etiliche, il nostro piccolo universo fatto di incontri occasionali in attesa di qualcosa che non succedeva mai. A un certo punto della sera suonò il campanello.

 

Erano gli amici di sempre, scesi, bivaccai in giro fino a tardi, tornai all’alba e dormii un paio d’ore. Al risveglio trovai mozziconi di sigarette e bicchieri di whisky lasciati a metà. Sul taccuino, con mia grande sorpresa, c’erano i miei appunti. Un sabato italiano nacque così, senza ambizioni eccessive.

 

L’album si rivelò un grande successo.

Il successo fu brutale, le apparizioni televisive continue e la critica benevola: “Caputo racconta cose semplici con leggerezza” scrivevano, anche se in realtà quelle canzoni mettevano in scena un mondo più profondo e complesso di quanto io stesso non fossi disposto ad ammettere.

 

Da quell’esperienza sono trascorsi più di trent’anni.

L’anno scorso rielaborando in chiave jazz quelle canzoni così marcate dal sound degli anni ’80, ho festeggiato il trentennale di un album che mi aveva piacevolmente perseguitato e mi si era attaccato addosso come una seconda pelle. Volevo restituire a quei pezzi una forma che durasse nel tempo perché, mio malgrado e con mia grande sorpresa, quei versi erano sopravvissuti ai decenni. Da quel momento ho voltato pagina. Esploro nuovi territori nel mio stile. Il pop-jazz.

Sergio CaputoSergio Caputo

 

L’approvazione improvvisa del pubblico le cambiò la vita?

Della popolarità mi sono sempre disinteressato. Mi guardavo da fuori, come fossi un altro e mi dicevo: “Chi cazzo è questo qui? Che vuole?”. Ci sono volte in cui per saltare una fila alla posta o evitare di essere divorato dalla burocrazia, mi piacerebbe essere riconosciuto. Non succede mai. Il dottore del Pronto Soccorso dell’Ospedale Gemelli però, l’uomo che mi ha salvato dall’infarto, mentre osservava l’elettrocardiogramma canticchiava i testi delle mie canzoni. Mi ha fatto piacere. Mi son sentito protetto. Mi ha ricoverato a forza e ha avuto ragione. È stato un incontro fortunato, siamo diventati amici fraterni.

 

All’epoca di Un sabato italiano lei faceva un altro mestiere.

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Lavoravo da art-director, creativo alla McCann-Erickson, un’agenzia di comunicazione e pubblicità tra le più importanti al mondo. C’ero entrato per caso e giorno dopo giorno, avevo fatto in modo di trovare un mestiere anche a molti amici che un lavoro non l’avevano. Facevo una vita da vampiro. Passavo la notte tra un locale e l’altro, rincasavo alle prime luci del giorno, andavo a lavorare e poi tornavo a dormire con la sveglia puntata alle 23. Una vita incoerente che solo quel lavoro poteva consentirmi di fare e che come le dicevo prima, se avessi continuato a condurre mi avrebbe certamente ammazzato.

 

Nel suo secondo libro, Un sabato italiano-memories, lei racconta dello choc per la chiamata alle armi.

Il tarlo della cartolina militare me lo inoculò il mio capo alla McCann: “Sergio, ma dai documenti della tua assunzione manca il congedo, devo preoccuparmi?”. Negai e cominciai a sudare freddo. Inforcai la Vespa e mi fiondai al distretto. Lì, puntualmente, scoprii la verità. Mi aspettava un reggimento ad Ascoli Piceno. Il mio amico Rino Rinetti stilò un paio di ipotesi plausibili per ovviare all’incubo: “Puoi romperti una gamba, fingere di essere gay come in Un Mercoledì da leoni o insano di mente, ma insomma, partire a 27 anni per le armi proprio non puoi”.

Sergio CaputoSergio Caputo

 

Finì che dopo aver sfiorato Ascoli, mi ammalai davvero. Mesi alla neuro del Celio, tra un controllo e un farmaco a colloquio con gli strizzacervelli. Un’esperienza sinistra. Uno degli ultimi che mi visitò, detto la linea: “Ascolti, lei in caserma non può tornare. Se le capita o uccide qualcuno o si uccide”. Aspettai i test decisivi in uno stato di prostrazione desolante. Alla fine mi congedarono. E per riprendermi ci vollero settimane.

 

Come si conciliavano le notti alcoliche con l’essenza di una multinazionale che provvedeva alle campagne pubblicitarie della Coca-Cola, della Philip Morris e della General Motors?

Ho ballato da outsider anche alla McCann divertendomi, con i miei colleghi del reparto creativo, a sguainare la spada e a duellare con gli altri impiegati del comparto fiscale. Malgrado incarnassi l’immagine dell’artista che loro rifuggivano, seppi guadagnarmi rispetto con le idee. Avevo i capelli lunghi fino alle spalle e dimostravo meno anni di quelli che avevo. Mi guardavano male e poi, destabilizzati, si ricredevano perché quel mestiere lo sapevo fare.

 

Disegnare aveva rappresentato una forma di reazione ai tanti pomeriggi della preadolescenza passati in casa. Mia madre faceva la sarta e di portarmi in giro non aveva tempo. Così tra un programma radio da ascoltare affinando le imitazioni, un libro, un giro di chitarra e un tratto di matita sul foglio, imparai a costruirmi un mio piccolo universo. A deformarne i tratti.

CHARLES BUKOWSKICHARLES BUKOWSKI

 

In che ambiente familiare è cresciuto?

Tranquillo. Allegro. Vivo. Avremmo potuto essere abbastanza benestanti, ma mio padre giocava e il benessere svanì rapidamente dietro le puntate. Non ci è mai mancato nulla, ma di certo non facevamo la vita dei coetanei che frequentavano le nostre stesse scuole. Sono cresciuto con gli adulti e con grande disappunto di una sorella che non voleva avere il fratellino tra le palle, anche con i suoi amici che avevano qualche anno in più di me. Del mio periodo scolastico e degli anni ’70, anni cupi, mesti e involuti, non ho comunque un buon ricordo.

 

Una volta arrivato alla maturità gli amici li scelse da sé.

Rincorrevamo il mito dell’eccesso. Dell’avventura letteraria. Eravamo sempre in bilico tra assurdo e commedia. In una scena dei Monty Python. Nella casa che dividevo con Alfio e con Alison, una hostess che nell’appartamento non c’era praticamente mai, giravano sul piatto i Talking Heads mentre il cane di Alfio, Dylan, faticava ad accettare la sua condizione di cane e pretendeva, con non pochi conflitti identitari, di essere trattato come una persona. Era una vita folle e senza orari. Attraversavo Roma con la mia Ami 8 sporca e arrugginita e andavo nei locali sperando che dietro la porta si palesasse il profilo di Bukowski.

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Era rabbia o soltanto leggerezza inconsapevole?

Nelle nostre intenzioni era soprattutto letteratura. Leggere la Beat generation, i poeti francesi e quelli americani, ci spingeva a emularne le biografie, i dolori, le passioni, i percorsi non di rado infelici.

 

Al vuotare il bicchiere sotto le stelle di Roma non era estranea la vena romantica. Romanticismo nel senso ottocentesco del termine. Ero sempre alla disperata ricerca di un amore. Giravo tutta la notte in cerca della donna ideale e quando la trovavo, non corrispondeva mai ai miei desideri. Ci si incontrava, si scopava e poi non ci si vedeva più.

 

Più che una celebrazione della letteratura, a ben guardare, si trattava di un’autocelebrazione di cose lette e metabolizzate male. Volevo vederle e viverle anche dove non c’erano. Non ha idea di quante volte mi sia trovato a fare l’autostop e in mancanza di uno straccio di guidatore che mi desse un passaggio, sia tornato a casa a piedi con la coda tra le gambe.

 

Lei salì anche sul palco del Folkstudio.

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A Giancarlo Cesaroni, il gestore del locale, non so per quale ragione stavo profondamente sulle palle. Andai da spettatore e mi ritrovai sul palco. Non avrei mai pensato di fare il musicista e invece accadde. Nel Folkstudio di allora convivevano due aspetti, due anime molto contrastanti e apparentemente inconciliabili.

 

C’era il cantautore suicida, dall’aspetto sofferto e politicizzato, perfetto per il dibattito avversato da Nanni Moretti fin dai tempi di Io sono un autarchico e c’erano personaggi assolutamente geniali, all’epoca musicalmente del tutto incompresi. Roberta D’angelo e un tipo, Mungo fungo, che secondo me era il Frank Zappa italiano. Quando il Folkstudio ingiallì, mi spostai altrove. C’erano tanti posti per fare musica allora. Dal Murales al Blu House. Lì da Roberto Gatto a Roberto D’Agostino, incontravi i personaggi che alle notti grigie restituivano colore.

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Per cercare altre tinte lontano da Roma, lei ha vissuto per oltre 10 anni in America.

Dodici anni esatti. Cercavo una terra poetica e mi ritrovavo puntualmente circondato dalle mie domande retoriche: “Ma dove cazzo è finita l’America che sognavo?”. Le conversazioni tipiche vertevano su temi che mi sorprendevano: “Cosa fai? Quanti soldi hai in banca? Fai il musicista? E Dove suoni?”. Dalla patria del Rock mi sarei aspettato altro. Poi ho capito alcune cose e mi sono abituato.

 

Cosa ha capito?

Roberto Gatto alla batteria Roberto Gatto alla batteria

Che l’America che immagini osservando un film non c’è. Non esiste. L’attitudine è empirica. Gli americani vivono seguendo formule e regole precise e se vuoi convivere senza traumi, devi sapere che quelle regole, spesso fatte per i cretini, vanno rispettate. C’è chi le segue pedissequamente e poi ci sono gli outlaw. Gli emarginati o quelli che provano a romperle per fare le loro. Può essere difficilissimo se non impossibile e può soprattutto rivelarsi vano.

 

Se affronti l’integrazione con arroganza, vivere negli States può essere un inferno. Se ti adegui è un altro conto. In America, per intenderci, non si gira attorno all’ostacolo per superarlo. Si aspetta che l’ostacolo venga rimosso. E il tempo dell’attesa suona come esempio valido per tutti. Come monito.

 

Lei si è adeguato?

Ho capito dove mi trovavo ma c’è voluto tempo. I musicisti comunque vada si riconoscono alla prima occhiata. Hanno un loro linguaggio cifrato. Si ritrovano in qualsiasi posto del mondo.

 

Non sulle radio italiane però. Di recente ha denunciato l’assenza dei suoi dischi nella consueta programmazione delle emittenti nazionali.

 

Non ho denunciato niente, ho messo un post su Facebook ed è scoppiato un casino. Ma il dato di fatto è vero. I miei dischi, quelli di Paolo Conte e di altri artisti sulle radio non passano. È disonesto. È come se nascondessero un prodotto sugli scaffali di un supermercato e non permettessero di conoscerlo. La musica è in mano a una lobby e lobby fa rima con mobbing. Quando decidi di estromettere dalla programmazione  tutto ciò che non ti fa guadagnare, dai vita a un regime di monopolio. È illegale.

antonello vendittiantonello venditti

 

E la irrita.

In realtà non me ne frega niente. Suonavo ieri e suono oggi. Nessuno può impedirti di imbracciare una chitarra. E le teste di cazzo, purtroppo, sono sempre esistite.

renato zero renato zero Paolo Conte SnobPaolo Conte Snob

 

charles  BUKOWSKIcharles BUKOWSKI

 

 

 

Sergio Caputo swingsSergio Caputo swingsCharles  BukowskiCharles BukowskiSergio CaputoSergio Caputo

 

 

 

 

 

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