IL CINEMA DEI GIUSTI - PREPARATE I FAZZOLETTI. TORNA IL MÉLO MILITARE. ERA DAI TEMPI DI “GUAI AI VINTI!” DI MATARAZZO, ANNO 1954, CHE NON VEDEVAMO UN FILM COME QUESTO “VENUTO AL MONDO” DIRETTO DA SERGIO CASTELLITTO E TRATTO DAL ROMANZO OMONIMO DI SUA MOGLIE, MARGARET MAZZANTINI (PIÙ FIGLIO ATTORE) - LA CRUZ È BRAVA, MA L’ASSEDIO DI SARAJEVO FA UN PO’ DA TAPPEZZERIA ALLA STORIA D’AMORE, INFARCITA DA UNA SERIE DI FRASI A EFFETTO CHE FANNO RIDERE…

Marco Giusti per Dagospia

Preparate i fazzoletti. Torna il mélo militare. Era dai tempi di "Guai ai vinti!" di Raffaello Matarazzo, anno 1954, che non vedevamo un film d'amore, di guerra e di sangue come questo "Venuto al mondo" o "Twice Born", come recita il titolo internazionale, diretto da Sergio Castellitto e tratto dal romanzo omonimo di sua moglie, Margaret Mazzantini.

Certo, al posto di Mario Del Monaco che cantava "Primavera di baci" fra i soldati abbiamo i Nirvana e il culto di Kurt Cobain, non troviamo tra gli sceneggiatori due penne stravaganti come Achille Campanile e Mario Monicelli ma la stessa coppia Castellitto-Mazzantini, eppure gli elementi chiave del mélo militare, compresi lo stupro etnico e il senso di colpa per gli avvenimenti più grandi di noi che ci circondano ci sono tutti.

Alla fine si piange dove si deve piangere e si ride, ma questo è il gioco del mélo, per gli eccessi di enfasi drammatica propri del genere. Infarcito di una serie interminabile di frasi a effetto, che Campanile e Monicelli ci avrebbero forse risparmiato, del tipo "E' più facile correre sotto le granate che camminare sopra le rovine" o di dialoghi un po' retorici del tipo "Che sapore ha la verità? - Orrendo!" o "Sono sterile! - Siamo una generazione sfortunata!", "Twice Born" rischia spesso la risata non voluta del critico maramaldo ed è stato un bene non mandarlo a Venezia, ma ha dalla sua, oltre alla totale aderenza a un genere poco praticato ultimamente, degli indiscutibili valori.

Penelope Cruz, ad esempio, nei panni di una giovane italiana che si innamora fin dal 1984 del fotografo americano Emile Hirsch, e porta avanti il suo amore e la sua sterilità fino all'assedio di Sarajevo seguendo l'uomo che ama, non è mai retorica né eccessiva, sempre credibile, bella, commovente, grazie a un occhio di regia che la conosce bene e sa come inquadrarla e dirigerla.

Castellitto, che lascia per sé il piccolo ruolo del marito del tempo presente, sa anche come costruire la storia, che prenderà forma nella seconda parte del film, della bella Aska, interpretata dalla bellissima turca Saadet Aksoy, che offrirà il suo corpo affinché la Cruz e Hirsch possano avere un bambino in quel di Sarajevo sotto le bombe.

Attorno ai personaggi femminili, esattamente come faceva Matarazzo con Lea Padovani e Anna Maria Ferrero o più tardi Vittorio De Sica con Sophia Loren e Eleonora Brown nella "Ciociara", Castellitto costruisce le carte più forti del suo mélo, sono loro il motore dell'intera vicenda, piangono, amano, si spogliano, gridano, lasciando gli uomini quasi ai margini del racconto.

Come se fossero comunque colpevoli, in quanto uomini, della tragedia. Da Hirsch, che ripete un po' il ruolo di hippy sconclusionato di "Into the Wild" di Sean Penn, pronto al sacrificio, allo scatenato Gojko di Adnan Haskovic, l'amico di Sarajevo che rivelerà alla Cruz la verità sulla sua storia, al "figlio" interpretato da un Pietro Castellitto ancora un po' acerbo, anche se è carino quando si confronta con la madre.

Figurano meglio le figurine di contorno come il padre della Cruz, che vede il gradito ritorno di Luca De Filippo, invecchiato e ormai fotocopia di Eduardo, e lo stesso Castellitto senior, nei panni difficili dell'ufficiale dei carabinieri che la sposerà e farà da padre al bambino nato sotto le bombe di Sarajevo. In quanto mélo femminile, poggiato interamente sulle capacità della Cruz di reggere un ruolo complesso di ragazza che scopre di non poter aver figli e di dover sopportare poi il peso di un bambino che cresce come suo a cui, forse, dovrà dire la verità, il film funziona.

Le cose vanno meno bene se spostiamo il nostro interesse dalla storia privata a quella della tragedia di Sarajevo negli anni del suo assedio. In qualche modo, e questo è stato rimproverato maggiormente da qualche critico al film, Sarajevo e la guerra sembrano fare un po' da tappezzeria alla storia d'amore e di dramma tra i vari personaggi. Anche questo è il rischio del mélo militare, una lettura politica eccessiva che lo bolli di qualunquismo o peggio.

"Guai ai vinti!" venne addirittura accusato di propaganda anticomunista, perché osava mettere in scena gli stupri delle donne italiane da parte dei soldati dell'est arruolati con i tedeschi nella guerra '15-'18. In fondo in questo caso, Castellitto e la Mazzantini sembrano voler prendere le distanze da una lettura politica della guerra bosniaca, come se fosse in sé la guerra con tutti i suoi orrori il nemico, mentre risulta perfettamente chiara la posizione di indifferenza del ragazzo italiano, pur figlio della guerra, che non ne vuole proprio sapere niente di Sarajevo e del passato e sogna solo di andare in vacanza con gli amici in Sardegna. Quattordici milioni di budget.

 

SERGIO CASTELLITTO E MARGARET MAZZANTINI SUL SET DI VENUTO AL MONDO PENELOPE CRUZ ED EMILE HIRSCH IN VENUTO AL MONDO EMILE HIRSCH E PENELOPE CRUZ IN VENUTO AL MONDO DI CASTELLITTO EMILE HIRSCH IN VENUTO AL MONDO DI CASTELLITTO CASTELLITTO E PENELOPE CRUZ SUL SET DI VENUTO AL MONDO CASTELLITTO E PENELOPE CRUZ SUL SET DI VENUTO AL MONDO SERGIO CASTELLITTO MARGARET MAZZANTINI

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