IL CINEMA DEI GIUSTI - “JERSEY BOYS” È UN INCANTO TOTALE E NOSTALGICO PER RICOSTRUZIONE, NUMERI MUSICALI E RECITAZIONE, MENO COME SVILUPPO NARRATIVO

Marco Giusti per Dagospia

 

Jersey Boys di Clint Eastwood

 

Chi è cresciuto tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 con “Sherry”, “Cry For Me”, “Big Girls Dont’t Cry”, “What a Night”, con la voce in falsetto di Frankie Valli e i coretti dei Four Seasons, non può non commuoversi davanti a “Jersey Boys”, diretto e prodotto da Clint Eastwood alla tenera età di 83 anni.

 

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Tratto dal celebre omonimo musical del 2005 di Marshall Brickman e Rick Elice, che lo hanno sceneggiato anche per il cinema, e non scordiamo che Brickman fu autore con Woody Allen di capolavori come “Manhattan” e “Io&Annie”, vanta anche lo stesso cast di protagonisti, cioè John Lloyd Young come Frankie Valli, Erich Berger con Bob Gaudio, Michael Lomenda come Nick Massi.

 

Solo il Tommy De Vito di Vincent Piazza (già Lucky Luciano in “Boardwalk Empire”) è del tutto nuovo, come è nuovo il boss Gyp De Carlo del sempre fenomenale Cristopher Walken. Diciamo subito che non solo il film va visto in versione originale, è intraducibile l’italo-americano che parlano i ragazzi cresciuti nel New Jersey e i loro genitori, ma che i quattro protagonisti cantano live sul set tutte le canzoni del film, esattamente come se fosse un musical.

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E questo per i fan della musica è qualcosa di impagabile. Costruito con un budget di 40 milioni di dollari, una ricostruzione scenografica perfetta e una conoscenza evidente dell’argomento e del momento storico, visto che sono gli anni che vedono muoversi nel cinema lo stesso Clint Eastwood, da sempre anche jazzista un po’ più che dilettante, “Jersey Boys” soffre un po’ del fatto di non essere né la versione cinematografica vera del musical, né un puro biopic, ma qualcosa nel mezzo.

 

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I numeri musicali con i quattro ragazzi sono la vera forza del film, è vero, e la ricostruzione musicale è magistrale, come sono magistrali molti momenti che vedono i ragazzi confrontarsi con il boss di Newark, Cristopher Walken, che li difenderà come un vero e proprio padrino da quando Frankie Valli lo farà piangere cantandogli la canzone preferita della sua mamma (“My Mother’s Eyes”), o li vedrà muoversi in questa cittadina italo-americana alla sotto Scorsese.

 

Tutta la prima parte, anche è grandiosa, con Tommy che spiega a Frankie come si dividono le ragazze, gruppo A quelle che te la danno, gruppo B quelle che ti spappolano le palle e non te la danno. Con Gyp che si fa fare la barba da Frankie e scorre subita sangue, ma “cos’è un po’ di sangue fra amici?” sentenzia il boss.

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Funziona meno, e infatti il film non ha avuto un grande appoggio critico in patria, la lunga storia degli scontri e delle sofferenze all’interno del gruppo che Clint Eastwood racconta forse con troppa meticolosità, anche perché non è, alla fine, una storia così originale e importante.

 

Scordiamoci, insomma, la grandiosità di “Bird”, primo biopic musicale di Eastwood, che diresse nel 1988, e che gli offriva però un materiale molto più forte. “Jersey Boys” è un incanto totale per ricostruzione, numeri musicali e recitazione, un po’ meno come sviluppo narrativo.

 

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Anche perché il film, a un certo punto, si intorcina un po’ con le vicende del gruppo, Frankie è troppo buono nel difendere l’idea della famiglia all’interno dei Four Seasons, e Tommy De Vito un po’ troppo fetente nello sperperare tutto con feste e mignotte. Magari è proprio così, anche se essendo produttori esecutivi del musicale del film gli stessi Frankie Valli e Bob Gaudio, il dubbio che sia un racconto un po’ di parte ci viene, ma questo alla fine poco ci importa proprio per lo sviluppo del racconto.

 

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Dove Scorsese avrebbe ridotto, ricucito o mitizzato, Eastwood sviluppa e cerca di spiegare. Si vede che non è italiano, diciamo. Anche se il ritrovarlo star western della prima tv è un’autocitazione molto carina. Riguardo al parlare in macchina dei protagonisti, diciamo alla Frank Underwood di “House of Cards”, beh, è una trovata che ci rimanda un po’ al musical un po’ al mondo del cinema televisivo di oggi.

 

Non disturba, anzi, come non disturbano tutti i tentativi di riportare il film alla sua dimensione di musical, che è forse quella ideale, e il grande finale con il musical vero e proprio ci mostra quanto potrebbe essere stata interessante e riuscita quella dimensione. Ma questa versione di “Jersey Boys”, nel bene e nel male è un’altra cosa. E, comunque, le canzoni e le esecuzione live dei quattro ragazzi, per noi davvero inediti, sono strepitose. Già in sala.

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