NOSTALGIA DE MILAN – NOI “SOLITI STRONZI”, GENTE COME GABER E JANNACCI, MELATO E FRANCA RAME CE LA SIAMO MERITATA?

Gino & Michele per "il Fatto Quotidiano"

Arbasino, perentorio, ebbe un giorno una felice intuizione ripresa con intelligenza da Edmondo Berselli: "In Italia c'è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di brillante promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l'età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro".

Ci piacerebbe essere approdati alla terza fase, se non altro per motivi anagrafici; ma siccome temiamo tanto di essere ancora in piena seconda, pensiamo che sia proprio in questo Tra-il-qua-e-il-là che occorra iniziare a fare i conti con l'oste. E se l'oste è colui che ti ha insegnato a bere e forse anche a cucinare, allora viene l'urgenza di cercare, ritrovare i Maestri di una o più generazioni, quelli che, a volte inconsapevoli, hanno accompagnato i nostri percorsi. Recuperare la memoria, le radici, si diceva in passati recenti.

Il luogo prescelto è Milano, ça va sans dire. È un'epoca, quella della nostra memoria, che se ne sta andando velocemente, oltre ogni aspettativa, forse perché certe figure simbolo si pensava ingenuamente che potessero durare in eterno. È di queste ore la dedica - tardiva davvero! - di un giardinetto davanti all'Università Statale, a Camilla Cederna, la aristocratica più democratica che ci abbia regalato il giornalismo da combattimento.

È stata una grande donna di Milano, così come lo sono state Franca Rame e Mariangela Melato, professione attrici, presenti nella nostra cultura in modo diverso, ma che non si sono mai tirate indietro. Come la Cederna, ci piacerebbe che anche la Melato e la Rame avessero, in dedica lieve, ognuna un giardinetto di quartiere.

Molto meglio che una via minuscola, o peggio il vialetto anonimo di un parco di periferia. I "giardinetti" di Milano - così debilitati, ma così "nostri" - sono l'anima della città. Ci abbiamo consumato infanzie e prime giovinezze condividendo con i nostri figli, in epoche diverse, gioie e dolori fatti di adolescenziali baci rubati sulle panchine, infantili cadute in bicicletta, gare di biglie o "tollini", fumi più o meno leciti.

C'è da dire che sono settimane intense a Milano, queste. La città, quella istituzionale, pare improvvisamente accorgersi che qualcuno, venerato Maestro, le ha segnato la strada, e l'anima. E così per esempio dedica pezzi d'Idroscalo a Gaber, Jannacci, Walter Chiari. Ma si è dimenticata, per esempio, di Oreste del Buono, suo figlio adottivo e irrefrenabile, intellettuale con l'animosità milanese e l'animalità - cattiveria creativa allo stato brado - dell'elbano di Poggio.

Scrisse in un suo saggio romanzato, Amori neri: "Chi ha la testa riflette, chi non ce l'ha chiacchiera". Sapeva perdersi e farci perdere in apparenti cazzate e subito dopo dire qualcosa di spiazzante, quasi sempre intuizioni provocatorie ma decisive.

La sua forza era averle dentro tutt'e due, queste anime: "alta" e "bassa", come le storie di ognuno di noi. OdB ci convinse a fare questo lavoro, portandoci al "suo" Linus dove ci tenne dieci anni. A lui dobbiamo molto. Gente che ha lasciato il segno, pachidermi che hanno costruito dal dopoguerra la storia del nostro Paese perché hanno ricostruito la storia di Milano, luogo da cui l'Italia tutta, volente o nolente, deve passare per esserci.

Di Jannacci, di cui abbiamo scritto recentemente su queste pagine, e di Gaber, suo gemello diverso, abbiamo appunto detto in più sedi. Senza di loro la nostra generazione, così com'è, non sarebbe esistita.

Una generazione che non ha mai saputo volare del tutto, ma almeno ci ha provato. E chissà quanto pagherebbero le generazioni venute dopo, per poterlo fare, se sapessero cosa vuol dire. Lucio Dalla, non-milanese che Milano l'ha amata e non amata (mentre cantava Milano vicina all'Europa si beccò una molotov sul palco, nel corso di un drammatico concerto al Castello, in piena estate 1978), in una delle sue più belle canzoni ha cantato: "Se io fossi un angelo chissà cosa farei, alto biondo, invisibile, che bello che sarei, sfruttandomi al massimo è chiaro che volerei". È chiaro che si poteva provarci, a volare, se le ali te le proponevano loro, questi costruttori di ponti tra storia e innovazione, tra raziocinio e sogno. Sono stati gli esempi da seguire per crescere .

Infine, a chiudere questo parziale riconoscimento a chi ci ha segnato la strada, il delizioso, sofferto, divertente libro di Marina Viola, la figlia "americana" del Beppe, che fu suo padre vero e nostro padre putativo (a sua insaputa o quasi). S'intitola, appena uscito, Mio padre è stato anche Beppe Viola (Feltrinelli). Un severo atto d'amore filiale, ma anche una ricerca, appunto, delle radici, le sue, le nostre, nella famiglia, nel quartiere, nella città, nell'utopia in cui siamo cresciuti.

Piccole storie, solo apparentemente aneddotiche, geniali, ora esilaranti, a volte drammatiche. Come lo è stata l'Italia in cui siamo diventati adulti a strappi, quella di questi decenni. Senza i racconti centellinati da Beppe Viola noi probabilmente il nostro lavoro di scrittori e autori non l'avremmo mai portato a compimento.

O almeno, non con lo stesso humus a farci da concime. Viola, Jannacci, Gaber... prima di loro Bianciardi. Come si fa a non provare a volare con gente così. "Il volatore di aquiloni,/ ladro di sogni proibiti,/ si ruppe quasi tutti i diti/ ma partì deciso per capire il mare." L'ha scritta Jannacci per Pozzetto, ma poteva averla scritta per chiunque di noi; è la storia di uno che poi il mare non lo vide "Il volatore di aquiloni/ non ci arrivò mai davanti al mare,/ senza sapere che/ il mare se ne frega di te."

Già, il mare è troppo grande per starci dentro tutto in uno sguardo, ma l'importante è averci provato. Questi, i grandi del nostro presente, gente passata via ma per un pelo, tanto che c'è ancora, è la nostra anima. Si parte da loro, anche per chi viene dopo di noi.

Quando OdB vide Nostra signora di Turchi, film di Carmelo Bene, altro "venerato maestro" quasi già dimenticato, scrisse: "Il primo film di Carmelo Bene pone impetuosamente alcuni problemi. Per cominciare, questo: in Italia abbiamo un genio, ce lo meritiamo?". Ecco, noi "soliti stronzi" gente così ce la siamo meritata?

 

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