L’ALTRA FACCIA DEL GRAND TOUR: CRIMINI E SODOMIA - DANIEL DEFOE: “LA LUSSURIA HA SCELTO LA TORRIDA TERRA D'ITALIA DOVE IL SANGUE FERMENTA” - IN INGHILTERRA PRIMA DI PARTIRE PER IL BEL PAESE CONSIGLIAVANO DI FARE TESTAMENTO

Angelo Allegri per “il Giornale”

VATICANO PIAZZA SAN PIETRO VATICANO PIAZZA SAN PIETRO

 

Museo a cielo aperto, giardino di delizie, paradiso dei sensi. Ma anche teatro di tragedie elisabettiane, accademia del delitto e sentina di ogni vizio. Per tre secoli l'Italia è stata al centro di un fenomeno unico nella storia culturale europea: il Grand Tour, viaggio di formazione, esperienza culturale e umana indispensabile per l'élite continentale. Si inizia con la pace di Cateau Cambrésis del 1559 che apre le frontiere verso il nostro Paese, si arriva alla seconda metà dell'800, quando il viaggio perde le connotazioni aristocratiche e individualistiche tipiche del Bildungsreise.

 

Di fronte allo sguardo appassionato e severo del viaggiatore straniero la Penisola dà il meglio e il peggio di sé. Scrive nel Settecento l'inglese Mary Wortley Montagu: «Più percorro l'Italia e più mi convinco che gli italiani sono dotati in tutto e per tutto di uno stile che li distingue in maniera determinante dagli altri popoli europei. Non saprei da dove abbiano saputo trarlo, se dal genio naturale o dall'imitazione degli antichi, o se lo posseggono per semplice ereditarietà. Che esista è fuori di dubbio».

PIAZZA SAN PIETRO PIAZZA SAN PIETRO

 

L'altra faccia della medaglia è del tutto evidente nel 1566 a uno dei primi «turisti» francesi, Henri Estienne: «Se si deve parlare di una scuola nella quale Abele possa apprendere l'arte di diventare Caino, l'Italia è il posto adatto». E Daniel Defoe, l'autore di La vita e le straordinarie, sorprendenti avventure di Robinson Crusoe, affonda il colpo più di 100 anni dopo: «La lussuria ha scelto la torrida terra d'Italia/Dove il sangue fermenta generando stupri e sodomia». Tra olimpica bellezza e tenebrosa sensualità i giudizi di ieri sono il seme che alimenta i pregiudizi di oggi.

 

stendhalstendhal

Per il gentiluomo europeo il viaggio in Italia è completamento educativo e dovere sociale. Nonchè avventura destinata a temprare il carattere. Prima di partire, come alla vigilia di ogni pericolosa intrapresa, i saggisti inglesi consigliano di mettere ordine nei propri affari, fare testamento e ricevere la comunione. I bookmakers londinesi accettano scommesse: chi torna senza danni riceve tre volte la posta (ma se si torna dal Medio Oriente, la vincita è pari a cinque volte quanto scommesso).

 

Intorno al Grand Tour si sviluppano riti e una piccola industria di accompagnatori e istitutori colti. Dal Grand Tour nasce una inarrestabile produzione di memoriali, resoconti di viaggio, manuali e guide. Tra i pochi a muoversi a suo agio in questa sterminata biblioteca è Attilio Brilli, classe 1936, a lungo docente di letteratura anglo-americana all'università di Siena. E Brilli, uno dei maggiori esperti mondiali di memorialistica di viaggio, pubblica in questi giorni una sorta di summa dei suoi studi sul Grand Tour (Il grande racconto del viaggio in Italia, Il Mulino, 48 euro, 450 pagine).

 

Daniel 
Defoe 
Daniel Defoe

La voce dei viaggiatori si unisce in un'unica grande narrazione corale: l'attraversamento delle Alpi, «soglia rituale» e dall'età romantica luogo del sublime; la sosta nelle città che sono la porta per chi si affaccia all'Italia: Torino e Genova, Verona se si arriva dal Brennero. Il segreto, come spiega Stendhal in un'operetta d'istruzione agli altri viaggiatori, è visitare con attenzione luoghi e contrade che al ritorno, una volta viste Firenze e Roma, sembreranno tutto sommato insignificanti.

 

Poi la Toscana e il suo capoluogo, infine l'approdo alla meta agognata: Roma. L'itinerario ha una sua stagionalità: si arriva in Italia alla fine dell'estate, all'inizio dell'inverno è bene essere già a sud dell'Appennino; il Carnevale si trascorre a Roma, da dove si parte per il Nord a fine primavera, prima che le febbri malariche diventino un pericolo concreto. Il soggiorno nella Penisola dura di solito tra i 10 e i 12 mesi, ma c'è chi si ferma anche due o tre anni e chi torna più e più volte.

 

Goethe Goethe

In pochi si spingono sotto Napoli e anche in questo caso sono i pregiudizi a farla da padrone. Scrive il francese Creuzé de Lesser agli inizi dell'Ottocento: «L'Europa finisce a Napoli e vi finisce piuttosto male. La Calabria, la Sicilia e tutto il resto è Africa». A pensare il contrario è Goethe, folgorato da Messina e Palermo: «L'Italia senza la Sicilia non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto... La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo con il mare e del mare con la terra... chi li ha visti una sola volta li possiederà per tutta la vita».

 

Quanto al ritorno, è il tempo della riflessione, dei primi ricordi, il momento in cui la stanchezza si fa sentire. Partendo da Milano verso Nord, annota un viaggiatore tedesco, ci si accorge «di aver abbandonato in maniera definitiva l'Esperia e di non essere più nel paese dove fioriscono i limoni». Stendhal è ancora più chiaro: lasciando il lago Maggiore verso Domodossola e il Sempione «il viaggio in Italia è terminato: si va verso il brutto».

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