dago roberto dagostino d'agostino d agostino

“DAGOSPIA, IL SEGNO DEI NOSTRI TEMPI. UN GIOCO DOVE IL CRUDELE E IL RIDICOLO CAMMINANO FIANCO A FIANCO” - DAGO INTERVISTATO DA ANTONIO GNOLI: “SONO IL PORTIERE DI QUESTO COLORITO CONDOMINIO CHIAMATO ITALIA DOVE IL PETTEGOLEZZO È IL CAVALLO DI TROIA PER ENTRARE DENTRO LE MURA DEL POTERE FINANZIARIO, POLITICO, CULTURALE. QUEL POTERE INVISIBILE CHE NON APPARE SUI GIORNALI O IN TV. LÌ RECITANO I BURATTINI” – 12 ANNI IN BANCA E LE LACRIME DI UNA MADRE FELICE – IL FILO ROSSO CHE DALLA CONTROCULTURA BEAT E HIPPY PORTA AL WEB E A DAGOSPIA - “L’ESTETIZZAZIONE CAFONAL E SOCIAL È PREFIGURATA DALLA ‘SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO’ DI GUY DEBORD E DALLA ‘SOCIETA TRASPARENTE’ DI GIANNI VATTIMO” - “A ‘QUELLI DELLA NOTTE’ SVENTOLAVO ‘L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA’ DI KUNDERA COME SE FOSSE IL CALENDARIO DI FRATE INDOVINO”

Antonio Gnoli per “Robinson - la Repubblica”

 

dago foto porcarelli

Cominciare l’anno con Dagospia può sembrarvi una stravaganza. Ma le stimmate del santone ormai Roberto D’Agostino ce le ha tutte. Perfino la grande croce tatuata in stile templare sul petto, l’ampio indumento nero che lo avvolge, il lungo pizzo tra Mefistofele e un mandarino cinese lo rendono un personaggio unico.

 

Come unico è il suo sito dove chiunque, dal malandrino al buon cristiano, si tuffa se vuol sapere cosa accade o sta per accadere in questo colorito Paese. Roberto ha una storia lunga alle spalle. L’intelligenza e un certo grado di spregiudicatezza ne hanno fatto una delle nuove grandi maschere italiane.

 

Non mi stupisce che nei rinnovati presepi napoletani non manchi la sua immagine. Deve la sua fama a Kundera e Kundera a lui. Ricordate il tormentone televisivo su quel libro che nessuno o pochi avrebbero letto e che divenne un bestseller? Tutto quello che D’Agostino tocca diventa informazione.

 

roberto dagostino - disegno di riccardo mannelli

Più o meno vent’anni fa hai creato il sito Dagospia. Pensavi allora di giungere al successo che poi hai ottenuto?

«All’inizio, siamo nel Duemila, pensavo solo a come reinventarmi. Avevo chiuso con L’Espresso dove tenevo una rubrica, e lavoravo molto sul gossip per altri settimanali, soprattutto femminili. La “carta” ancora andava, ma il computer era già di fatto un oggetto di massa. Guardavo all’esperienza americana: ai grandi protagonisti della Silicon Valley, gente formata sulle parole d’ordine della controcultura. Le stesse che avevo praticato nel mio piccolo sull’onda della Beat Generation».

 

A chi pensi?

«Sul versante della scrittura a Allen Ginsberg, Gregory Corso, ma soprattutto a Jack Kerouac. Sulla strada fu la mia “bibbia”. Ma i veri padri spirituali della controcultura hippie furono da un lato Stewart Brand e dall’altro Steve Jobs. Brand capì una cosa essenziale: se non puoi cambiare la testa delle persone cambia i loro strumenti e il mondo sarà un’altra cosa».

 

antonio gnoli foto di bacco

Il computer fece il resto.

«Fu una mutazione pari all’invenzione della stampa.

Conseguenze incalcolabili. Allora, certamente e a tutt’oggi non del tutto esplorate. Ho provato a raccontare tutto questo nel 2019, quando sono stato invitato dalla Oxford University a tenere una lezione sulla rivoluzione digitale».

 

Come ti viene in mente di creare Dagospia?

«Agli inizi degli anni Novanta ci sono pochissimi siti web, alla fine di quel decennio superano il mezzo milione nel mondo. Il 23 maggio del 2000 metto in rete Dagospia. Ho 52 anni e la sensazione di aver imboccato un’autostrada. Ovviamente digitale».

 

Fai soprattutto pettegolezzo.

«Ti sbagli, il “pettegolezzo” è il cavallo di troia per entrare dentro le mura del potere finanziario, politico, culturale».

 

E dello spettacolo.

roberto dagostino roma santa e dannata a napoli (8)

«Beh, non guasta. Poi dimmi che cosa non è spettacolo?».

 

Hai letto Guy Debord?

«Uno dei miei testi sacri è La società dello spettacolo. L’estensione di quel discorso l’ho trovato ne La società trasparente di Gianni Vattimo. Fu tra i primi in Italia a parlare dell’estetizzazione dell’esistenza».

 

Intendendo cosa?

«L’idea che attraversa il libro, uscito nel 1989, è l’esposizione totale dell’individuo. Non c’è più un confine tra privato e pubblico. Ma diversamente da quello che pensava Orwell con il “grande fratello” non c’è un occhio il cui compito è controllare la vita degli altri. Come accade nei sistemi totalitari. Ciascuno è padrone delle proprie azioni e queste azioni vengono condivise sui social. Catturare l’attenzione degli altri, questo conta. E l’attenzione è una forma di potere».

 

dago arbore quelli della notte

Stai dando di te un’immagine pensosa.

«C’è un pensiero che mi rappresenta e riflette quest’epoca di caos e decadenza».

 

Una volta ti ho sentito dire che Dagospia è quello che si merita questo Paese.

«Ne è lo specchio».

 

Il punto più basso è “Cafonal”.

«È la continuazione dell’estetica con altri mezzi: horror all’amatriciana».

 

Ricchi e finti ricchi colti impietosamente senza veli.

«Ti ricordi Capital: il successo di una rivista per cui, a imitazione dell’Avvocato, quasi tutti portavano l’orologio sul polsino? Ecco, “Cafonal” è la ricchezza che una volta esibita diventa grottesca».

 

dago e marco giusti roma santa e dannata

Dimmi ora qualcosa della tua vita.

«Nasco a Roma, quartiere popolare di San Lorenzo. Padre saldatore e madre bustaia. Non avevo nessuna ambizione tranne divertirmi ascoltando musica e leggiucchiando. Divento amico di Paolo Zaccagnini, un po’ più grande di me. Insieme cominciamo a frequentare le discoteche, in particolare il Piper. Non avevamo la macchina. Arrivavo al Piper con la circolare rossa».

 

Il tram?

«Sì. Una sera si esibisce Brian Jones, quello che aveva fondato i Rolling Stones. Indossa un cappotto di pelo di lupo e le babbucce rosa. Dico a Paolo: dovremmo cominciare a portare anche noi una pelliccia. Prendemmo quelle delle nostre madri. Rincasavo la notte avvolto dall’astrakan. Mio padre in piedi con mia madre accanto: Clara, c’abbiamo un figlio degenere.

 

Volevi bene ai tuoi?

Dago by Cristina Ghergo - pic 2010

«Certo, anche se non capivano la trasformazione degli anni Sessanta. Nasce tutto da lì. Entrambi ancorati ai valori piccolo borghesi. Ma non gliene facevo una colpa. Poi accade che mio padre si ammala e gli tolgono un polmone. Deve smettere di lavorare. E tocca a me portare a casa i soldi che servivano. Nel 1968, su raccomandazione implorata da mia madre, quando tutto il mondo giovanile esplode, io entro in banca».

 

Una beffa.

«Un disegno imperscrutabile».

 

DAGO BY VERINHA OTTONI

Con che spirito vai a lavorare?

«Il primo giorno è terribile. Mentre sono allo sportello che maneggio mazzette di banconote, vedo oltre la fila una donna che piange. È mia madre: mi guarda felice tra le lacrime che le scendono dal volto. A quel punto mi dico: chi sono io per sputare nel piatto in cui mangio e do da mangiare. Era l’Italia del posto fisso. Sono rimasto in banca per 12 anni a contare i soldi. Un bell’esercizio di etica del lavoro».

 

La tua altra vita?

«In parte continuava. Facevo il dj, frequentavo l’università: letteratura anglo-americana. Ricordo i seminari di Beniamino Placido. Lui era un funzionario della Camera e si divertiva, durante alcuni pomeriggi, a tenere lezione. Fu il primo ad abbattere gli specialismi. L’intelligenza per Beniamino era connessione. Aveva il postmoderno nel sangue».

 

Hai fatto parte della banda Arbore. Quando lo incontri?

Dago -Edonismo reaganiano - Quelli della notte 1985

«Il primo contatto è nel 1965, vengo scelto per fare la claque a Bandiera gialla, la trasmissione radiofonica condotta da Renzo Arbore e da Gianni Boncompagni».

 

Vent’anni dopo fai il lookologo a “Quelli della notte”.

«Discettavo sui trend sociali e di costume. È lì che mi invento il tormentone su L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera. Ogni settimana sventolavo questo romanzo, pubblicato da Adelphi, la più sofisticata casa editrice italiana, come fosse il calendario di Frate Indovino. Successo clamoroso, intendo per il libro».

 

alberto arbasino fratelli d'italia

Parlavi anche di “edonismo reganiano”.

«La formula riassumeva il clima di quegli anni».

 

E ti ha condotto a “Dagospia”.

«Volevo realizzare un sito arbasiniano».

 

Nel senso di Alberto Arbasino?

«Per me Fratelli d’Italia resta il più grande libro di gossip mai scritto».

 

C’è il precedente Proust.

«Dalla Recherche parte tutto. Negli anni in cui immaginavo Dagospia mi tornava ossessiva la frase di Andy Warhol: il problema non è quello che tu sei, ma ciò che la gente pensa che tu sia».

 

Non eri uno sprovveduto. Ma cosa c’è dietro il pettegolezzo?

«Il bisogno di raccontare storie. Dopotutto che cos’è Roma se non un concentrato di chiacchiere che a volte diventano storie? Pura cultura orale».

 

gabriele donnini tatuaggio Dago

Su Roma hai recentemente realizzato un film, le due facce della città: sacra e profana.

«È la Roma che concilia lo spirito santo con l’abbacchio. Città santa e puttana. Quello che succedeva a Roma sul piano della trasgressione non accadeva in nessuna parte al mondo».

 

Il potere si nutre di sacro e profano.

«La dimostrazione erano i papi del Cinquecento: creativi, dissoluti, spietati, dominatori».

 

Dici che Dagospia è una chiave per capire il potere.

«Quello vero, come mi insegnò Cossiga quando tutti lo consideravano pazzo, non si vede. Non appare sui giornali o in tv. Lì recitano i burattini. I burattinai stanno dietro, silenti. Lo formano e lo consolidano le tante caste che esistono in Italia. Difficili da scalzare».

dago foto porcarelli

 

In fondo, Dagospia è puro nichilismo digitale. Dove tutto si tiene e si contraddice.

«Il segno dei nostri tempi, ma non lo chiamerei nichilismo, piuttosto direi un gioco che si nutre di sberleffi. Una recita a soggetto dove il crudele e il ridicolo camminano fianco a fianco. L’esperienza ludica nasce nelle corti rinascimentali, quando l’individuo capisce che il mondo può essere interpretato come un grande gioco».

 

La tua casa sembra un impressionante e fantasioso parco giochi.

«Ho sempre amato gli oggetti strani e appariscenti».

 

insostenibile leggerezza dellessere

Vedo falli luminosi e tristissimi ex voto.

«Appartengono all’educazione sentimentale».

 

Sei coperto di tatuaggi, come uno del cartello messicano.

«Ti faccio vedere la schiena?».

 

Come uno yakuza?

«No, guarda».

 

Impressionante. Sembra una mappa del tesoro?

«Cosa vedi?».

 

Una croce, un occhio, la scritta in tedesco “Zeine Deine Wunde”, più in basso all’altezza del rene un teschio di fattura messicana su una corona di fiori.

«È il mio ex voto».

 

Sei matto come un cavallo.

«Non scherzo. Nel 2008 sono in fin di vita per una broncopolmonite mal curata. Mi operano. Passo tre mesi in clinica. Sto male. Prendo la morfina contro il dolore. Ma la morfina toglie il respiro. E allora mi convinco che il dolore può essere una prova, perfino una forma di piacere. Poi vedo le cicatrici. E comincio a farmi i tatuaggi. Prima sugli avambracci, i polsi poi l’ex voto sulla schiena».

TATTOO DAGO

 

Perché lo chiami ex voto?

«Una ringraziamento, la devozione di un cattolico».

 

Sei cattolico?

«Sempre stato. La fede non la spieghi, non la puoi comprare. Ce l’hai o non ce l’hai».

 

La gente non va più in chiesa.

«Preferisce andare in farmacia, curare il dolore con i farmaci. Ormai l’aspirina ha sostituito l’ostia».

 

La frase in tedesco si riferisce a un’installazione di Joseph Beuys.

«Sì, l’ho adattata. Significa: “Mostra la tua ferita”. Ma ho aggiunto una erre. Per cui Wunde cioè ferita, diventa Wunder, ossia miracolo. “Mostra il tuo miracolo”».

DAGO

 

Ma vuol dire anche meraviglia.

«Cos’è il miracolo se non una meraviglia? Qualcosa che produce stupore?».

 

Dopotutto, la tua casa è paragonabile a una enorme “Wunderkammer”. È come se tu fossi affetto da horror vacui.

«Il vuoto mi fa paura: dal frigorifero alle mie stanze».

 

Perfino Dagospia è una risposta al vuoto.

«Tutto accade e tutti vogliono esserci».

 

Tutti con il famoso quarto d’ora di celebrità. Sei un buttadentro.

«Sono il portiere di questo enorme condominio chiamato Italia dove i morti di fama aspirano all’eternità».

 

il dago putto by genny di virgilio nel presepe di dagospia

E la trovano?

«Passato il quarto d’ora quasi tutti finiscono nel dimenticatoio. Il cellulare non suona più e sui loro volti si disegna il terrore. L’unica cosa eterna è Roma, dammi retta».

 

Sei un cult vivente.

«Hai visto no? Mi hanno messo nel presepe napoletano».

 

Caspita.

«Vuoi chiedermi se sarò anch’io un morto di fama?».

 

Nel dubbio mi astengo.

«Siamo condannati all’irrilevanza. Per questo è nato Dagospia: il regno della trasparenza».

 

E della finzione.

«Fiction ergo sum. Benvenuti all’egolatria di massa».

IL PRESEPE DI DAGOSPIA CON IL DAGO-PUTTO

 

Come pensi di iniziare l’anno?

«Al solito modo. Passo molto tempo in redazione che ha la comodità di essere nel palazzo dove vivo. Qui “spio” le vite degli altri. Diceva Bernard Shaw: la vita non consiste nel trovare te stesso. La vita consiste nel creare te stesso».

ROMA SANTA E DANNATA - LOCANDINA dago a maurizio costanzo show carmelo bene contro tutti dago e la redazione di dagospia foto di baccoDago by GastelDAGO CON IL LIBRO ULTRA CAFONAL - FOTO LAPRESSEdago al festival del cinema di roma 2dago e marco giusti set di roma santa e dannata DAGO NEL SERVIZIO DEL TG1 DEDICATO A GIANNI VATTIMOdago coverdago roma santa e dannata. 2. roma santa e dannata antonio ricci roberto dagostino e marco giusti 02 ph antinorimoana pozzi con Dagodago e marco giusti 1DAGO CON IL PUTTO REALIZZATO DA GENNY DI VIRGILIO

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