DALLA CINA CON FURORE - SI CHIAMA JACK MA, E' IL FONDATORE DEL COLOSSO DI COMMERCIO ONLINE CINESE ALIBABA (FATTURA 5 MLD DI DOLLARI), HA APPENA INCONTRATO RENZIE ED E' IL NUOVO STEVE JOBS

Elena Bonanni per "l'Espresso"

Sotto la pioggia nello stadio di Hangzhou, megalopoli sul delta del Fiume Azzuro, in quarantamila esultano sulle note della popolare lirica "I love you, China". Sul palco si agita un ometto eccentrico, esile come un chiodo, giubbotto d'argento, rossetto nero e cappello a bombetta: Jack Ma, numero uno del commercio on line cinese, fondatore del colosso Alibaba, un conglomerato Internet più frequentato di siti super conosciuti come Amazon e eBay messi insieme.

Quasi tutto quello che è prodotto in Cina può essere scambiato sotto l'ombrello di Ma: le piccole aziende fanno affari tra loro e all'ingrosso, vendendo in 240 Paesi su una piattaforma in lingua inglese; i cinesi fanno shopping di grandi marche, trovano sconti e occasioni, cercano prodotti e informazioni.

Nel 2012 Alibaba ha fatto da supporto a oltre 160 miliardi di dollari di transazioni. Ma guadagna soprattutto con la pubblicità delle stesse aziende e le membership. Nei primi nove mesi del 2013 ha fatturato 4,8 miliardi di dollari, con una crescita del 59 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno prima e margini da sogno.

Nel mondo Jack Ma, che martedì 11 marzo è planato a Roma per conoscere il premier Matteo Renzi, sta mandando in fibrillazione le banche con l'attesa quotazione in Borsa del suo impero, candidato a eclissare i numeri record di Facebook. In Cina, Ma Yun (il nome nella lingua d'origine) è un businessman con il seguito di una rockstar: nelle convention annuali si trasforma in showman e conversa con ospiti quali Bill Clinton, Arnold Schwarzenegger e la star del basket Kobe Bryant. D'altra parte, è figlio di performer di Ping Tan, arte tradizionale della costa orientale della Cina.

E nella sua città natale, Hangzhou, sorge oggi l'ipertecnologico quartier generale del gruppo, nato nel 1999 in un piccolo appartamento grazie all'autofinanziamento di 17 amici. «I nostri principali concorrenti sono californiani, non cinesi e i nostri cervelli valgono tanto quanto i loro», arringava i collaboratori degli esordi, filmando tutto diligentemente in pellicole con cui, più di dieci anni dopo, l'ex compagno di avventura Porter Erisman, ha confezionato un film sulla sua ascesa (Titolo: "Un coccodrillo nel Fiume Azzurro").

Non ha studiato negli Stati Uniti come tanti cinesi: gli è bastato il locale istituto per insegnanti, dove ha conosciuto la moglie, prima imbarcata nell'avventura di Alibaba e poi, dopo il successo, rispedita a casa a seguire i due figli. Nato povero e cresciuto durante la Rivoluzione culturale di Mao, per i cinesi questo quarantanovenne minuto, sesto uomo più ricco del Paese, è un gigante di perseveranza e ambizione. Che non si è arreso ai rovesci: due bocciature per l'entrata al college, un lavoro da insegnante presto lasciato, un pollice verso per un impiego da segretario in un Kentucky Fried Chicken, un tentativo fallito di creare le Pagine Gialle cinesi on line.

La passione per l'inglese, che ha imparato da autodidatta facendo da guida ai turisti, è stata il biglietto per il successo: ha viaggiato, scoperto Internet e si è imbattuto, lavorando al ministero per il Commercio estero, nel fondatore di Yahoo!, Jerry Yang. Il quale, nel 2005, ha investito in Alibaba un miliardo di dollari, affidandogli le attività in Cina del colosso americano in cambio del 40 per cento circa del capitale.

Con quei soldi, Ma ha buttato fuori dal mercato eBay, ha annunciato la guerra a Baidu, il Google cinese, ha sfidato le banche con il sistema di pagamento Alipay (l'analogo di Paypal) e ha ribaltato tutto l'organigramma di comando quando, nel 2011, una frode rischiò di seppellire le sue ambizioni. Non ci pensò due volte: avviò un'indagine, risarcì i 2.200 clienti truffati con 1,7 milioni di dollari e, con la testa dei vertici aziendali sul vassoio, si presentò come il paladino dell'integrità aziendale.

Oggi sta sconquassando i servizi finanziari: i cinesi corrono a depositare i propri soldi on line su Yu'E Bao, che remunera i risparmiatori meglio dei depositi bancari. La banca centrale ha già drizzato le antenne. Col governo è un continuo equilibrismo: «Alibaba deve essere innamorato del governo ma mai sposarlo», è la filosofia di Ma che, negli anni, ha ripetutamente rifiutato l'offerta di entrare in joint venture con lo Stato.

«È il nuovo Steve Jobs?», si sono chiesti giornali come "Forbes" e "Wall Street Journal", alla ricerca di un erede carismatico del fondatore della Apple. Nella californiana Silicon Valley è di casa: va alla ricerca di talenti, ha lanciato un fondo per le nuove aziende e assistito ai corsi di Storia all'università di Berkeley, dove ha studiato suo figlio. Eppure, dalla sua prospettiva, il paragone con il genio di Cupertino deve andargli stretto.

Non solo perché è tutt'altro che uno smanettone informatico: ammette di non saper nulla di tecnologia, preferisce il poker e il Kung Fu. Dopo aver creato oltre 24 mila posti di lavoro, oggi dice di voler salvare la Cina dall'emergenza ambientale. Un anno fa ha lasciato la poltrona di amministratore delegato del gruppo (rimane presidente esecutivo) e assunto il comando delle operazioni in Cina dell'associazione ambientalista americana "The Nature Conservancy". E promuove Alibaba come piattaforma privilegiata per lo scambio di prodotti sostenibili.

Multimilionario numero 122 al mondo per "Forbes" e «persona del 2013» per il quotidiano "Financial Times", della filantropia ha però una concezione diversa dai colleghi yankee. «Questa idea di dare via i propri soldi», spiegava al "Wall Street Journal", «non è stata creata da Bill Gates e Warren Buffett ma dal partito comunista negli anni Cinquanta». In realtà, nella gestione dell'azienda, qualche malumore l'hanno suscitato il suo culto della personalità (i dipendenti sono gli "Aliren", le convention le "Alifest") e le tendenze autoritarie. I più scettici riducono la sua storia al fortunato incontro con Yahoo!.

Eppure, oggi il rapporto di forza con la società americana si è rovesciato. La banca d'affari Goldman Sachs stima per Alibaba un valore di 150 miliardi di dollari, molto più dei 39 miliardi che capitalizza attualmente Yahoo!. E la frenesia mondiale per l'e-commerce cinese potrebbe spingere ancora più su le valutazioni: la iResearch stima che il valore di questo mercato arriverà a 588 miliardi di dollari nel 2016, con un tasso d'incremento annuo che sfiora il 30 per cento.

Jack Ma, dunque, non ha più bisogno dei cugini americani e nel 2012 si è ricomprato metà della quota detenuta da Yahoo!. Con i successori di Yang, Carol Bartz e Marissa Mayer, il feeling non è scattato. Anzi c'è stata baruffa: è stato accusato di aver trasferito di soppiatto, senza informare il cda di Alibaba, la controllata Alipay a una sua società personale. L'azionariato straniero (oltre a Yahoo!, c'è la giapponese Softbank e dei fondi privati) avrebbe impedito di ottenere la licenza dal governo, fu la versione di Ma.

Il tutto si risolse con una accordo ma il caso sollevò una tempesta. Sulle regole di governo societario, Ma ha fatto a cazzotti pure con la Borsa di Hong Kong (su cui in passato ha quotato il solo sito Alibaba.com, per poi ricomprarselo), che si è messa di traverso allo sbarco sul listino del gruppo perché in disaccordo con la struttura di comando.

Insieme ad altri dirigenti, Ma detiene infatti poco più del 10 per cento e non ci pensa proprio a lasciare la guida del gruppo: vuole seguire le orme di Google e Facebook (ma anche della futura Fiat Chrysler Automobiles) che, grazie alle azioni a voto multiplo, permettono a un azionista di minoranza - dotato però di titoli privilegiati - di mantenere saldo il controllo. Lo show deve continuare.

 

 

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