1- VOLETE SAPERE CHI SALVÒ “REPUBBLICA” DALLE LUNGHE MANI DEL DUPLEX CRAXI-BERLUSCONI? UN ALTRO TANDEM, ANDREOTTI-BISIGNANI! A RILVELARLO, DE BENEDETTI 2- BOMBASTICHE RIVELAZIONI DELL’ING. NEL LIBRO DI MARCO DAMILANO "EUTANASIA DI UN POTERE". IL POOL DI MANI PULITE? ANCHE IN QUESTO CASO CARLETTO RIBALTA LA VULGATA SINISTRORSA: “IN QUELLA OPERAZIONE CERTAMENTE IL PCI È STATO PROTETTO, PERCHÉ SIA BORRELLI CHE D’AMBROSIO VOLEVANO DISTRUGGERE UN SISTEMA DI POTERE, NON TUTTI I PARTITI” 3- BERLUSCONI IN POLITICA? NEL GIUGNO 1993 GIANNI AGNELLI SI SENTE PROPORRE DA GIULIANO URBANI DI ENTRARE IN CAMPO, MA L’AVVOCATO GLI RISPOSE DI RIVOLGERSI A BERLUSCONI!

1- DE BENEDETTI E MANI PULITE "SÌ, IL PCI FU PROTETTO"- IL RUOLO DI BISIGNANI COME CO-SALVATORE DI "REPUBBLICA"
Fabio Martini per "La Stampa"

Venti anni or sono - era il febbraio del 1992 - nello sciacquone della Baggina di Milano, assieme alle mazzette di Mario Chiesa, sembrò che potessero diluirsi anche i vizi più macroscopici della prima stagione della Repubblica.

Di lì a due anni, effettivamente, lasciarono la scena leader e partiti che sembravano eterni, ma col passare del tempo sono poi riemerse quasi tutte le tare politiche, economiche e sociali che avevano portato a Tangentopoli e alla quasi bancarotta dello Stato. Al punto che Francesco Saverio Borrelli, qualche mese fa, è arrivato a dire: «Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani pulite: non valeva la pena buttare all'aria il mondo precedente per cascare in quello attuale».

Nei venti anni successivi perché la rivoluzione di Tangentopoli è rimasta confinata alla sfera giudiziaria? Per comprenderlo, bisogna tornare al crepuscolo della Prima Repubblica, studiare meglio le viscere di quegli anni così intensi: è questo l'assunto attorno al quale ruota il libro «Eutanasia di un potere», scritto per Laterza dal giornalista dell'«Espresso» Marco Damilano e da oggi in libreria.

Assieme ad una rilettura storico-politica del biennio 1992-93 e al racconto di una stagione anche attraverso la cultura popolare (tv, canzoni, film, satira), la novità è rappresentata dalle testimonianze di alcuni dei protagonisti. Tra tutte, la più spiazzante e anticonformista è quella proposta dall'ingegner Carlo De Benedetti. Considerato dai leader del Psi e della Dc come uno degli affossatori della Prima Repubblica («Un unico mascalzone grandissimo», scrisse di lui Bettino Craxi); nemico numero uno di Silvio Berlusconi nella guerra di Segrate ma anche nei venti anni successivi, l'Ingegnere rivela episodi e giudizi che destabilizzano tanti luoghi comuni, compresi alcuni che lo riguardano.

A cominciare dalla guerra per il controllo della Mondadori. Racconta De Benedetti: «A Berlusconi della Mondadori non interessava niente», il compito che gli aveva affidato Craxi «era conquistare Repubblica», la quale - fa sapere l'Ingegnere quando era stata sul punto di «fallire», era stata da lui «salvata».

E ancora: «Andreotti, che non aveva mai potuto vedere Craxi mi chiamò a palazzo Chigi e mi disse: a lei la Mondadori non la daremo mai, ma non permetterò che Berlusconi si impossessi di "Repubblica"», «e quando lei uscirà, troverà nell'anticamera chi le può dare una mano». Con gusto letterario, l'" Ing" tira la tenda del sipario: «Uscii. Nell'anticamera ad aspettarmi c'era Luigi Bisignani», sbalorditivo personaggio per tutte le stagioni, così svelato nel suo ruolo di co-salvatore della "corazzata antiberlusconiana".

E Craxi, l'uomo nero? «Io lo consideravo un bandito, con atteggiamenti fascistoidi», «era uno che ti diceva, guardi lei di politica non capisce un cazzo», «ma era difficile dargli torto nell'esigenza di modernizzare il Paese», bloccato da quella «tenaglia di arretratezza economica e culturale» che il segretario socialista vedeva incarnato nelle «due forze conservatrici», Dc e Pci.

Tanto più De Benedetti rivela di non aver mai condiviso «l'infatuazione» di Eugenio Scalfari, carismatico direttore-fondatore della "Repubblica", per Ciriaco De Mita: nel 1982, in una riunione di imprenditori «ci fu un ululato di scontento» quando Giovanni Marcora chiese un appoggio, ma invece Scalfari «pensò di poter gestire De Mita», visto che «fino a quel momento era riuscito a gestire il Pci».

E Mani pulite? «Nessun capo di azienda si comportò come me», perché racconta De Benedetti di se stesso, «accettai di presentarmi spontaneamente in tribunale», raccontando le operazioni con le quali la Olivetti aveva elargito soldi ai partiti, anche se «la mia esperienza a Regina Coeli fu tutta un'altra storia», nel senso che «c'erano tre mandati di cattura, per me, Galliani e Gianni Letta, ma il gip Augusta Iannini disse di avere ottimi rapporti di famiglia con Letta e Galliani per via del marito Bruno Vespa e che non poteva essere obiettiva».

Il pool di Mani pulite? Anche in questo caso De Benedetti corregge la vulgata sinistrorsa: «In quella operazione certamente il Pci è stato protetto, perché sia Borrelli che D'Ambrosio volevano distruggere un sistema di potere, non tutti i partiti». Berlusconi in politica? Nel giugno 1993 Gianni Agnelli si sente proporre da Giuliano Urbani di entrare in campo, ma come racconterà a De Benedetti, l'Avvocato gli rispose di rivolgersi a Berlusconi.

Passato alla storia come l'affossatore del Caf, l'Ingegnere rivela, col gusto del dettaglio, di essere stato ospitato da Andreotti: «Quando entri nella casa di un politico, ti fai immediatamente un'idea se ha rubato o no: da Andreotti c'era un salotto mesto, con le foderine bianche appoggiate al divano per non sporcare il tessuto con la brillantina dei capelli. Cose da Ottocento...».


2- RIECCO IL COMPAGNO G: NOI TUTELATI? IO DISSI TUTTO...
Jacopo Iacoboni per "la stampa"

Altro che Pci tutelato, altro che compagno G. zitto come una tomba: Primo Greganti rivela che parlò e parlò, e di tutto, con Di Pietro; al contrario della vulgata, «era difficile farmi stare zitto».

In un libro gustoso scritto da Federico Ferrero, un giornalista che si occupa di tennis per Eurosport (fa le telecronache) ma è appassionato di politica ( Alla fine della Fiera , Add editore), compare una smilza galleria di interviste-ritratto che ogni cultore del genere dovrebbe praticare, perché rivelano utili spigolature del nostro passato recentissimo, dunque del presente.

Chi di voi ricorda per esempio Luca Leoni Orsenigo? È il leghista che all'ora di pranzo del 16 marzo del ‘93, mentre il premier Giuliano Amato tentava di salvare il salvabile, e mentre mezzo Psi finiva al gabbio, si alzò in aula sventolando un cappio. Divenne il simbolo atroce di quella stagione, che pure meriterebbe dopotutto rispetto. Se non fosse che poi oggi, uno come Leoni Orsenigo - un ragioniere di Cantù che era proprietario di un negozio di apparecchiature tecniche a Como - racconta come Bossi lo selezionò. Lo incontrò per caso, «mi chiese cosa sapevo fare: maneggiare le antenne.

Detto fatto: mi mandò alla vigilanza Rai. sempre antenne erano, no?». Il quale Bossi, racconta Leoni Orsenigo, «tra l'altro neanche sapeva di quello che mi ero inventato col cappio. Formentini lo informò e lui si fece una risata: d'accordo il gesto plateale, mi disse - però ero andato un po' oltre». Un po', testuale, che meraviglia.

E fece anche il bel gesto di sospenderlo per quindici giorni. Se ne andò presto, Leoni, dalla politica, dopo due legislature pure brevi. Stanco, logorato, anche sfiduciato dopo la storia della mazzetta alla Lega incassata dal «pirla» (parole del Senatùr), il tesoriere Patelli. Ferrero gli chiede: secondo lei Bossi sapeva della tangente? E Leoni, notevole: «Mi faccia una domanda di riserva, per favore»...

Ci sono diverse altre cose interessanti, nel libro, per esempio le parole di Luca Magni, l'uomo che denunciando Mario Chiesa, amministratore di una casa di riposo, il 14 febbraio del ‘92 fece partire l'ondata di Mani Pulite; e parla appunto Alessandro Patelli, che sulla tangente Lega è sibillino, «non voglio dire né che Bossi sapesse né che non sapesse».

Racconta che per fare certe rivelazioni sul capo della Lega ci vorrebbero prove scritte, e lui non ne ha; ha narrato tutta la storia a una giornalista, voleva farne un libro, poi la tipa tre mesi dopo lo chiamò informandolo che sarebbero piovute cause pesantissime se non ci fossero stati riscontri. E non se ne fece più nulla.

Il boccone più singolare è l'intervista a Primo Greganti, il leggendario compagno G., tesoriere del Pci-Pds; che nega («una bufala») l'esistenza di finanziamenti da Mosca, e informa che i funzionari sovietici che venivano in Italia erano talmente con le pezze sdrucite che «dovevamo comprargli noi abiti e scarpe, come facemmo a Zagladin, inviato da Gorbaciov». Poi, sorpresa, si confida come gran ciarliero, proprio lui: «È passata la storia che io sarei stato zitto per proteggere il Pci.

Ma non è vero: anzi, solitamente si fa fatica a farmi star zitto. Non mi sono mai rifiutato di rispondere ad alcun interrogatorio». Insomma, il Pci non fu protetto affatto, come rivela De Benedetti. Piccola postilla, il compagno G. rivela che anche fu assunto in fabbrica perché il papà l'aveva fatto raccomandare... da un prete.

 

BERLINGUER CRAXIarticle MARCO DAMILANO - EUTANASIA DI UN POTEREBERLUSCONI CARLO DE BENEDETTILuigi Bisignani con Giulio Andreotti debenedetti craxi debenedettibmw28 sandra carraro gia letta agusta iannini vespaLeoni Orsenigo agita il cappio alla Camera nel CRAXI-BERLUSCONIPRIMO GREGANTImario chiesaDIPIETRO GIOVANEborrelli giudice01

Ultimi Dagoreport

marco bucci gianluigi aponte michele brambilla andrea malaguti il secolo

FLASH! - ALL'INDOMANI DEL VIOLENTO SCAZZO CON QUERELA TRA IL GOVERNATORE DELLA LIGURIA MARCO BUCCI, CHE HA UN'IDEA DELLA LIBERTA' DI STAMPA PARI A QUELLA DI TRUMP, E IL DIRETTORE DEL "SECOLO XIX", MICHELE BRAMBILLA, ANCHE IL RAPPORTO DELL'EDITORE DEL QUOTIDIANO GENOVESE, L'ARMATORE DEI 7 MARI GIANLUIGI APONTE CON IL GOVERNATORE HA COMINCIATO A DECLINARE - PER RISOLVERE LA SITUAZIONE, APONTE HA INCARICATO IL GENERO PIERFRANCESCO VAGO, PRESIDENTE DI MSC CROCIERE, DI PROPORRE LA DIREZIONE ALL'EX DIRETTORE DE "LA STAMPA", ANDREA MALUGUTI (CORTEGGIATO ANCHE DA LEONARDINO DEL VECCHIO PER IL POLO EDITORIALE QN)....

lirio abbate mario orfeo la repubblica

FLASH! – LIRIO ABBATE LASCIA “REPUBBLICA”! L’INVIATO HA INVIATO UNA LETTERA DI DIMISSIONI DOPO UNA LUNGA RIFLESSIONE E UN RAPPORTO AI MINIMI TERMINI CON LA DIREZIONE DI MARIO ORFEO - NON CI SAREBBERO PIÙ LE “CONDIZIONI PROFESSIONALI” PER CONTINUARE IL LAVORO NEL GRUPPO: “UNA DECISIONE DOLOROSA, MA CHE CONSIDERO INEVITABILE” – NELLA LETTERA, LIRIO ABBATE, GIÀ CRONISTA ANTI-MAFIA ED EX DIRETTORE DE “L’ESPRESSO”, FA CAPIRE CHE NON C’È PIÙ SPAZIO PER UN PROGETTO PROFESSIONALE COERENTE CON IL SUO LAVORO - NON C’ENTRA IL CAMBIO DI EDITORE, CON L’ARRIVO DI KYRIAKOU (AL GRECO INTERESSA SOLO LA TV), MA LO SPAZIO ORMAI AZZERATO PER INCHIESTE, APPROFONDIMENTI E LAVORI PIÙ STRUTTURATI…

gualtieri rocca metropolitan zingaretti carocci

DAGOREPORT - QUELLO CHE CAROCCI NON DICE! CI SONO PASSAGGI SOTTACIUTI, OMISSIONI E CLAMOROSI “NON DETTI” NEGLI AFFONDI DI VALERIO CAROCCI SULLA QUESTIONE DELLA RICONVERSIONE DELL’EX CINEMA METROPOLITAN, CHIUSO DAL 2010, CHE DIVENTERÀ UN'ATTIVITÀ COMMERCIALE. QUELLA CHE VIENE DESCRITTA PIGRAMENTE COME “UNA SPECULAZIONE”, PREVEDE IL MANTENIMENTO DI UNA SALA DA 100 POSTI, IL RECUPERO DI DUE CINEMA STORICI COME "L'AIRONE" E "L'APOLLO" E GARANTISCE 60 NUOVI POSTI DI LAVORO - ALLA FACCIA DELL’IDEOLOGIA, QUI SI PARLA DI CREARE LAVORO, RIQUALIFICARE AREE DEL CENTRO STORICO, TEMI CHE IL “PRINCIPE ROSSO SUL PISELLO”, ORA CHE SI CANDIDA A UN RUOLO POLITICO SFIDANDO GUALTIERI, DOVREBBE AVERE A CUORE - VA INOLTRE RICORDATO CHE…

giorgia meloni roberto vannacci

DAGOREPORT- LA DUCETTA È NEI GUAI. VANNACCI STA RISVEGLIANDO L'ANIMA FASCISTA DI UN PEZZO D'ITALIA, A PARTIRE DAGLI ELETTORI DI FRATELLI D’ITALIA CHE SI SENTONO TRADITI DAL CENTRISMO DELLA MELONI PREMIER - CON LA LEGA AL 5% E FORZA ITALIA AL 7%, NEI PALAZZI ROMANI SONO TANTI CHE DANNO PER CERTO, O QUASI PROBABILE, CHE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE FINIRÀ NEL CESTINO - MELONI NON HA PERÒ ALTRA SCELTA CHE INTESTARDIRSI PER FAR PASSARE LO “STABILICUM”: CON IL SISTEMA ELETTORALE VIGENTE, LA BATOSTA SAREBBE NON PROBABILE MA CERTA - CHE FARE: PORTE APERTE ALLA “VERA DESTRA” DI VANNACCI PER NON PERDERE LA CUCCAGNA DI PALAZZO CHIGI? - INTANTO, UN INGRESSO NELLA MAGGIORANZA DI FUTURO NAZIONALE NON CONVIENE AL GENERALE. MA IL PIÙ GROSSO OSTACOLO PER MELONI SI CHIAMA…

riccardo chiaberge luciano canfora donald trump

AVANTI POPOLO, ALLA RISCOSSA! – RICCARDO CHIABERGE: “HA RAGIONE TRUMP, LO SPETTRO DEL COMUNISMO TORNA AD AGGIRARSI IN TUTTO IL MONDO. È A BARI CHE SI RINTANA IL GRANDE VECCHIO, LA GUIDA SUPREMA DI QUESTA BIECA CONSORTERIA IDEOLOGICA: IL PROFESSOR LUCIANO CANFORA. NEL SUO NUOVO LIBRO, ‘COMUNISMO. UN’ALTRA STORIA’, L’INSIGNE FILOLOGO ASSICURA CHE IL MOVIMENTO FONDATO DA MARX E LENIN È PIÙ VIVO CHE MAI, E STA RINASCENDO SU SCALA MONDIALE COME REAZIONE ALL’IMPERIALISMO. SI CAPISCE L’ALLARME DI DONALD: URGE ORDINANZA RESTRITTIVA CONTRO IL PROFESSORE. UN NUOVO FRONTE CHE TROVA NEL COMPAGNO PUTIN IL SUO LEADER NATURALE….“

giorgia meloni donald trump

DAGOREPORT - CON QUALE FACCIA GIORGIA MELONI SI PRESENTERÀ AL SUMMIT NATO DI ANKARA? CHE FARÀ AL COSPETTO DEL TRUMPONE CHE L’HA SBERTUCCIATA CON UN TERRIBILE “MEME”, CHE È IL LIVELLO PIÙ BASSO DI PERCULAMENTO SOCIAL, COSA MAI SUCCESSA PRIMA CON ALTRI LEADER DI GOVERNO EUROPEI? - UN “MEME” CHE VUOLE DIRE “STAI LONTANO DA ME”, “NON SEI PIÙ UNA MIA FAN”, QUINDI NON CI PROVARE AD AVVICINARTI PER UNA FOTO ACCANTO AL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI - SE NEL BREVE LO SCAZZO CON IL CALIGOLA POTREBBE ANCHE AIUTARLA NEI SONDAGGI, SULL’ALTRO PIATTO DELLA BILANCIA, L’ITALIA BASTONATA DA TRUMP VIENE PERCEPITA IN MANIERA COSÌ IRRILEVANTE CHE CI SI PUÒ ANCHE PERMETTERE QUESTO BULLISMO SOCIAL, CON MELONI TRASFORMATA IN PUNCHING-BALL DA PALESTRA - DAL MOMENTO CHE TRUMP TRADUCE IL RAPPORTO DI AMICIZIA IN “TU FAI QUELLO CHE TI DICO IO”, DA QUI AL VOTO, L'EX "GIORGIA DEI DUE MONDI" PUÒ PERMETTERSI MESI DI INSULTI E POLEMICHE CON IL PRESIDENTE DEGLI USA?