LA FINE DEI CANTAUTORI, DA “VOCI POTENTI PER IL VAFFANCULO” A TROMBONI, DA TROMBONI A CARI ESTINTI - ANCHE IL PREMIO TENCO STA MORENDO: È CAMBIATA LA MUSICA, SONO CAMBIATI GLI ASCOLTATORI - I VECCHI (DE ANDRÉ E GUCCINI IN TESTA) RESISTONO NEI GUSTI E I TRENTA/QUARANTENNI COME DANIELE SILVESTRI, SAMUELE BERSANI, CAPAREZZA E PAOLA TURCI, GIULIO CASALE E AFTERHOURS, CARMEN CONSOLI E MARLENE KUNTZ, NON VENGONO “SOSTITUITI” - 10 NOMI VALIDI DEGLI ANNI ZERO…

1 - CANTAUTORI
Andrea Scanzi
per "il Fatto Quotidiano"


"Tu sei forte/ tu sei bello/ tu sei imbattibile/ tu sei incorruttibile/ tu sei un cantautore/ tu sei saggio/ tu porti la verità/ tu non sei un comune mortale". Così cantava Edoardo Bennato a fine Settanta. Ce l'aveva con i cantautori, (presunte) anime elette. Quelli che avevano "lingue allenate a battere il tamburo" e "voci potenti adatte per il vaffanculo", come avrebbe sintetizzato Fabrizio De André, ma che già al tramontare degli "anni affollati" - così li chiamava Giorgio Gaber - stavano diventando altro.

Un po' tromboni e un po' tengofamiglia. Invecchiavano anzitempo. E adesso non ci sono più. Chi è scomparso e chi ha incontrato una morte un po' peggiore, come gli avventori delle osterie di fuori porta di Francesco Guccini.
Giovedì sono state ufficializzate le Targhe del Premio Tenco (12 e 13 novembre). La rassegna cantautorale sanremese agonizza sempre più. Peccato. Fondi tagliati, ostracismi politici. E scelte artistiche scellerate degli organizzatori, ancora convinti che le canzoni son di sinistra - e quindi "colte" - soltanto se annoiano. I soldi scarseggiano al punto che la Targa straniera sarà una sola, al cèco Jahomir Nohavica (chi?).

Premi speciali a Mauro Pagani (come operatore culturale) e a Luciano Ligabue per la versione acustica di Arrivederci mostro. Ci sta: rileggendo la sua opera, onesta ma bruttina nella versione originale, Ligabue ha ribadito talento istintivo e dimestichezza con il folk. Se smettesse di essere permaloso e, già che c'è, provasse a inseguire strade diverse dalla mera reiterazione furbastra di se stesso, avrebbe ancora cose da dire. Peraltro ben dicendole.
Il Premio Tenco muore, non solo per mancanza di fondi. Scompare perché premia un simulacro, un caro estinto: una categoria che non esiste quasi più. Evaporata per sua stessa mano. Il profeta armato di voce e chitarra aveva senso nei Sessanta e Settanta: oggi, molto meno.

Tutto è cambiato e chi ha saputo resistere lo ha fatto in virtù della capacità di rivoluzionarsi. Se De Andrè si fosse fermato a La canzone di Marinella, sarebbe ricordato come un Venditti di talento: invece non ha mai smesso di mettersi in discussione. Mai: i tour con la Pfm, Creuza de mà, Le nuvole. Faber è rimasto artisticamente vivo grazie al genio e alla volontà ostinata e contraria di allontanarsi dagli stereotipi. L'esatto contrario di Roberto Vecchioni, di per sé mai un capofila, definitivamente cristallizzato (e disinnescato) con la vittoria a Sanremo 2011. Tra un peana di Massimo Giletti e un miserere dell'aquila di Ligonchio.
La Targa Tenco per il miglior disco è andata di nuovo a Vinicio Capossela, per il suo Marinai profeti e balene.

Non è in discussione il talento schizoide di Capossela, che partendo da exempla manifesti (Tom Waits e Paolo Conte) ha trovato una sua cifra. Ovunque proteggi, uscito cinque anni fa, resta un capolavoro autentico. A furia di dribblare e dribblarsi, Capossela sembra però giunto alla saturazione: al troppo riempire, alla esondazione sterile di contenuti e citazioni. Allo stordimento soporifero (dell'ascoltatore). Anche Ivano Fossati, cantautore sui generis e per questo anima salva, aveva provato a saturare la forma-canzone con Macramè e La disciplina della terra.

Era la fine dei Novanta. Edmondo Berselli e Gianni Mura lo impallinarono, accusandolo di eccesso di cerebralità, ma a risentirli adesso - e a dire il vero pure al tempo - quei brani erano preziosi. Già, Fossati: il suo ritiro, che ha infastidito Aldo Grasso perché in pensione ci si va (se ci si può andare) in silenzio e senza Fabio Fazio come megafono commerciale, pare espressione di lodevole onestà intellettuale: l'artista che avverte la propria consunzione e si chiama fuori. Come i Rem, come (più o meno) Guccini e come promette (ma non mantiene) Vasco.
Come sta il cantautorato? Male, grazie. E' in pensione ma finge di non accorgersene. Oppure è un giovane vecchio con un meraviglioso avvenire alle spalle. C'è chi è fiero di un'adesione filologica ai modelli, come Mauro Ermanno Giovanardi.

Chi guarda ai percorsi punk-bolscevici di CCCP e CSI. Chi si spinge così avanti da ritrovarsi in fuorigioco. E c'è chi canta i padri: Cristiano De Andrè, Alberto Bertoli e soprattutto Filippo Graziani, figlio di Ivan, grande sottovalutato d'Italia. Forse perché, come Rino Gaetano, aveva un'idea non polverosa e addirittura rock di cantautorato: troppo eclettico per piacere ai dogmatici, grande iattura della canzone d'autore. Che belli i dischi dei figli di cotanti padri: ma - anche - che paura di ammettere come la moda delle cover certifichi la superiorità dell'idea vecchia. Del passato.

Uno dei più dotati alfieri del "nuovo" cantautorato, Paolo Benvegnu, in una intervista a Blow Up ha esortato i giovani a osare: ispirarsi di meno a Ennio Flaiano e di più a Italo Calvino. Lui, nel suo piccolo, lo fa. E come lui Daniele Silvestri e Samuele Bersani, Caparezza e Paola Turci, Giulio Casale e Afterhours, Nada e Carmen Consoli, Marco Parente e Marlene Kuntz. La leva cantautorale degli Anni Zero tarda però ad arrivare. I trenta/quarantenni soffrono.

Hanno spunti, ma non sanno sedimentarli. O forse è cambiato tutto, a partire dalla fruizione della musica. Chissà, forse i veri cantautori di oggi sono i rapper e un Fabri Fibra vale più di qualsiasi Bugo. 
Il miglior cantautorato italiano, per quanto - pure lui - derivativo da chansonnier francesi e folksinger angloamericani, è stato straordinario. Da Tenco a Ciampi, da Gaber a Jannacci, da De André a De Gregori, da Conte a Fossati. Bei tempi. Ora però è tutto cambiato. La vecchia ricetta non funziona più e quelle nuove non mordono (o mordono a caso). Anche per oggi non si vola.


DIECI NOMI VALIDI DELLA LEVA CANTAUTORALE DEGLI ANNI ZERO
Andrea Scanzi
per "il Fatto Quotidiano"

1) Pan Del Diavolo. Duo siciliano. L'esordio di un anno fa, Sono all'osso, è di follia e bellezza rare.

2) Luci della Centrale Elettrica. Ovvero Vasco Brondi, amatissimo e odiatissimo. Il suo Canzoni da spiaggia deturpata (2008) era notevole, con tanto di slogan esistenziale ("E cosa racconteremo ai figli che non avremo/di questi cazzo di Anni Zero"). In seguito ha però dimostrato di conoscere giusto due accordi, di amare testi più "ad minchiam" che onirici e di vantare l'eclettismo di una mietibatti.

3) Bugo. Aka Cristian Bugatti. Stupì con Sentimento Westernato (2001). Ha mantenuto un buon livello. Alfiere del "cantautorato strano", in Nuovi rimedi per la miopia ha virato su temi intimisti.

4) Offlaga Disco Pax. "Collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti", capitanato da Max Collini. La partenza (Socialismo tascabile) era davvero di pregio.

5) Dente. Cioè Giuseppe Peveri. Tra i più incensati dalla critica. Nel recente Io tra di noi si rifà a Charles Aznavour. Genere alternativo-depresso.

6) Mannarino. Eternato da ospitate televisive, è bravino. E originale, se solo prima di lui non fossero già esistiti Stefano Rosso e Capossela. Ha già atteggiamenti da divo. E non è il caso.

7) Samuel Katarro. Si chiama Alberto Mariotti e a dispetto del nome d'arte è bravo. Non distante da Syd Barrett, ha pochissimo di italiano.

8) Io sono un Cane. Vero nome Jacopo Incani. Pubblica per Trovarobato, come Katarro. Punkeggiante, folle, arruffone ma con doti. Per chi ama la new dog wave, si segnalano anche I Cani.

9) Luigi Mariano. Derivativo (Gaber anzitutto), ma il suo Asincrono ha perle inattese. Non è "protetto" dal Tenco, a differenza degli Zibba, Brunori Sas e Patrizia Laquidara, ma non gli è inferiore.

10) Baustelle. Il leader è Francesco Bianconi.Se nella musica contassero unicamente i testi, e saper cantare fosse un optional, qualche plauso lo meriterebbero pure.

 

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