maria giovanna maglie trump

TRUMPISTI D'ITALIA, UNITEVI!/1 - DOMANI ALLE 17 LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI MARIA GIOVANNA MAGLIE, ''@REALDONALDTRUMP'', CHE RACCHIUDE UN ANNO DI ARTICOLI SCRITTI PER DAGOSPIA - A PARTIRE DAL LONTANO AUTUNNO DEL 2015, QUANDO ALLA VITTORIA DEL ''PAGLIACCIO'' ALLE PRIMARIE, FIGURIAMOCI ALLE PRESIDENZIALI, NON CI CREDEVA NESSUNO - LA PREFAZIONE DI DAGO: ''UN VAFFANCULO DI NOME TRUMP''

 

L'ebook di Maria Giovanna Maglie: @realDonaldTrump, che sarà presentato venerdì 20 gennaio 2017 alle 17. Cappella Orsini, via di Grottapinta, Roma

 

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La prefazione di Roberto D'Agostino

MARIA GIOVANNA MAGLIE REAL DONALD TRUMPMARIA GIOVANNA MAGLIE REAL DONALD TRUMP

 

UN VAFFANCULO CHIAMATO TRUMP

 

 

Fu il regista Michael Moore, un anti-trumpista al di sopra di qualsiasi sospetto, a mettere il ditone nella piaga: “L’elezione di Trump sarà il più grande vaffanculo della storia umana. Sarà lui a vincere”.

 

Moore su “Rolling Stone” spiegò che l’élite americana era così distante dalla classe media che non capiva quanto questa sia stata danneggiata negli ultimi anni. “Conosco molta gente in Michigan che intende votare Trump anche se non concorda con lui. Donald Trump venne al “Detroit Economic Club” e, davanti ai capi della “Ford Motor”, disse che se volevano chiudere le fabbriche di Detroit e trasferirle in Messico, lui avrebbe imposto una tariffa del 35% su quelle macchine da reimportare e quindi nessuno le avrebbe comprate. E’ stata una cosa impressionante, nessun politico, democratico o repubblicano, aveva mai sfidato così i dirigenti.

 

E’ stata musica per le orecchie della gente del Michigan, Ohio, Pennsylvania, Wisconsin, i cosiddetti ''Stati Brexit'' (quegli stati che intendono usare il voto - in barba a sondaggi e politicamente corretto - per mandare un messaggio ai leader politici). Non conta la sincerità di Trump nel voler tutelare l’americano medio. Votare lui significa mandare ai media e ai politici che non si curano della gente, il messaggio della gente che non si cura più di loro”.

 

MARIA GIOVANNA MAGLIE MARIA GIOVANNA MAGLIE

Concluse Moore: “L’8 novembre puoi andare alle urne e, anche se Trump ti sembra pazzo o non ti piace, lo voti perché sai che farà andare in tilt tutto. Il sistema che ti ha rubato la casa, il lavoro, puoi farlo saltare in aria così, e legalmente. Prenderà un sacco di voti da chi vuole sedersi e godersi lo spettacolo di un paese in fiamme”.

 

Ben detto, Michael Moore. Con la bombastica elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti è andato in scena il capovolgimento dell'alto e del basso, del nobile e del triviale, del raffinato e del volgare, il rifiuto delle norme e delle gerarchie costituite, la rabbia contro le élite.

 

“Ho messo il rossetto a un maiale”, secondo le parole di Tony Schwartz, ghost-writer di Trump. Ai bianchi declassati, che hanno rappresentato il cuore del suo elettorato, propone una rivincita simbolica, la restaurazione di una superiorità bianca scossa dall'avanzata delle minoranze in una società sempre più multiculturale, specchio dei media e degli intellettuali.

 

È questo bisogno di rappresentazione che Donald Trump è riuscito a captare e trasformare in capitale politico. “Io assecondo le fantasie della gente. La gente vuole credere che una certa cosa sia la più grande, la più eccezionale, la più spettacolare. Io la chiamo iperbole reale. È una forma innocente di esagerazione e una forma efficacissima di promozione”. Dalla sua autobiografia "Trump: l'arte di fare affari".

 

michael  moore alla trump towermichael moore alla trump tower

Come il comico Grillo (il M5S esplose all’epoca del governo di Mario Monti), come quel frequentatore di pub Nigel Farage che guidò la Brexit), così un immobiliarista e intrattenitore televisivo è diventato la risposta alle preoccupazioni di milioni di americani che si sentono danneggiati dalla globalizzazione e dal libero scambio. Alla gente comune serve una spiegazione dei propri mali che non sia limitata all'individuazione di capri espiatori, come l'immigrazione o il terrorismo. E i liberal alla Clinton, ubriachi (di soldi) dai miliardari post-adolescenti della Silicon Valley, non si sono accorti che il mondo era mutato.

 

Il lavoro umano purtroppo è meno importante di una volta, le cose, le macchine, si sono presi un vantaggio sulle persone. I modi di produzione sono cambiati ma non riusciamo ancora ad analizzarli davanti a una tecnologia, quella dell'informazione, della comunicazione, del big data, dell'automazione, dell'intelligenza artificiale, sempre più dilagante e dominante.

 

vanity fair ha messo in copertina il presidente trumpvanity fair ha messo in copertina il presidente trump

Chiosa Kevin Maney in un’inchiesta su “Newsweek” dedicata al “Nuovo Impero”: “Che ne dite di un piccolo drone che funziona tramite intelligenza artificiale ed è in grado d’imparare a muoversi intorno a un edificio e a sorvegliarlo, sostituendo le guardie giurate? Tra poco sarà realtà. Le stampanti 3d diventeranno così efficaci che un’azienda come la Nike non dovrà più produrre scarpe in Asia e poi spedirle negli Stati Uniti.

 

Le basterà “stamparle” in una rete di migliaia di piccole fabbriche sparse in varie città, dove i clienti potranno ritirare le loro nuove scarpe da ginnastica. La realtà virtuale si evolverà a un punto tale da rivoluzionare cose come il turismo, lo sport e le visite dal medico. A tutto questo si aggiungono i nuovi sviluppi nella biotecnologia e nella robotica. L’impatto sarà enorme. Secondo Hemant Taneja, della compagnia d’investimenti General Catalyst Partners, ci stiamo avviando verso un “ripensamento globale del lavoro”.

 

 

Trump arriva alla presidenza sull'onda della frustrazione di milioni di cittadini dell'"America di mezzo" che soffrono la precarietà e la dequalificazione dei propri posti di lavoro. La globalizzazione è vista, sia dagli elettori sia da molti analisti, come la causa, di questo degrado. Per contrastarlo, alcuni suggeriscono di compensare i "perdenti della globalizzazione", altri di rallentare la globalizzazione stessa, erigendo barriere doganali e muri contro l'immigrazione. Con la vittoria di Trump si afferma un nuovo ordine, quello della post-politica.

donald trump presidentedonald trump presidente

 

In casa nostra, a parte Maria Giovanna Maglie su Dagospia, nessuno ha creduto al successo di “The Donald”. La corsa folle di Trump verso la Casa Bianca a un certo punto si è trasformata in un celebre format di Maurizio Costanzo, “Uno contro tutti”. Perfino i giornali e le televisioni di tendenza repubblicana si sono schierati contro l’avanzata del “clown arancione”. Non a caso lo scontro più virulento (e pure volgare) delle presidenziali è avvenuto con la conduttrice del conservatore Fox News, la dolicocefala bionda Megyn Kelly.

 

Essì, i mass media del Novecento, oggi, sono socialmente irrilevanti, incapaci di farsi portatrici o forgiatrici di un messaggio forte e condiviso. Un fallimento “politico” che porta la data 2007, anno in cui sono usciti l'iPhone e Android, anno in cui Internet via smartphone ha cominciato a "mangiare il mondo".

 

Ecco: tra i “rumori irrilevanti”, oltre ai mass media di carta e catodici, occorre aggiungere la musica pop. C’è stato più di un periodo in cui la musica ha contato, addirittura cambiato la società, e non è più quello attuale. Basti osservare lo squadrone di celebrità, da Madonna a Springsteen, che ha spinto la candidatura della Clinton, ottenendo l’elezione di Trump. Un plotone di campioni da classifica, spacciatisi per infallibili, che ha falsato la percezione della realtà.

 

donald e melania trumpdonald e melania trump

Come reazione al proprio fallimento, negli Stati Uniti i soloni del pensiero liberal hanno cominciato a blaterare di “populismo” (ma esiste al mondo un partito che non sia populista?), fino al punto di coniare un neologismo per designare la Big-Surprise “arancione”, la "politica della post-verità". Insomma, l'incontro dei movimenti populisti e dei social network avrebbe creato un nuovo contesto e un nuovo regime di false verità caratterizzato dall'apparizione di “fake news” sulla rete, da portare al successo “The Donald”.

 

Come abbiamo già sottolineato, la ‘’post verità’’ è solo una definizione usata dai rosiconi che non sono entrati nel ventre della balena web e quindi non riescono a interpretare i tempi. Parliamo di giornalisti le cui testate hanno avallato per anni bugie e idiozie di ogni tipo, dalle immaginarie bombe nucleari di Saddam Hussein alla “casta” della politica (ecco: l’anti-politica non fu spacciata dal populista Grillo bensì inventata dal ‘’Corriere della Sera’’ di Paolo Mieli). Ecco: la post verità semmai è quella costruita dai giornalisti. Chi vi ha aderito poi si è sorpreso per Grillo, per la Brexit, per la vittoria di Trump e per quella del No al referendum in Italia. Ci raccontano un mondo che non esiste e poi chiamano post verità quello reale.

 

BERLUSCONI BERSANI MONTI GRILLO E LA PREGHIERA DELLE URNE BERLUSCONI BERSANI MONTI GRILLO E LA PREGHIERA DELLE URNE brexit  6brexit 6

 

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