franz di cioccio

“DISSI NO AI LED ZEPPELIN PER LA FAMIGLIA DELLA PFM” – FRANZ DI CIOCCIO, LEADER DELLA PREMIATA FORNERIA MARCONI, COMPIE 80 ANNI – GLI INIZI CON TEO TEOCOLI (“ERA UN BELLISSIMO RAGAZZO E PER UN BREVE PERIODO HA FATTO PARTE DEL NOSTRO GRUPPO, CI AIUTAVA A TROVARE I LOCALI DOVE SUONARE”), IL TOUR CON DE ANDRE’ (“ERA ANCORA UN PERIODO TURBOLENTO, CAPITAVA CHE IL PUBBLICO CONTESTASSE PER MOTIVI POLITICI, COSÌ UNA VOLTA LI HA MANDATI A FANCULO”) - LA MUSICA ATTUALE: “ASCOLTO DI TUTTO, SE CAPITA ANCHE LA TRAP. ACCANTO A TESTI ALLUCINANTI CE N'È ANCHE DI BELLI” - VIDEO

 

 

Franco Giubilei per “la Stampa” - Estratti

 

Negli Anni '60, quando Franz Di Cioccio cominciò a suonare, fra i giovani c'era una diffidenza radicale per il mondo degli adulti che The Who condensarono nella strofa simbolo di My Generation, «I wanna die before I get old», voglio morire prima di invecchiare. Oggi che sta per compiere ottant'anni, il 21 gennaio, il leader della Pfm non ci pensa nemmeno a scendere dalla sua batteria (è attualmente in tour con il gruppo), rovescia il paradigma rock di quel periodo ormai lontano e rivendica con orgoglio:

FRANZ DI CIOCCIO

 

(…) 

Partiamo dall'inizio, quando e come ha deciso che sarebbe diventato un musicista? 

«Non è una cosa che si decida, mio padre era un grandissimo musicista, suonava l'oboe in un'orchestra.

 

Era venuto a Milano (dalla provincia dell'Aquila, ndr) perché aveva vinto un concorso come oboista, poi ebbe problemi di salute, lavorò come sarto e quando poté riprese a suonare, stavolta il sassofono, nella banda della Milizia. All'età di tre anni hanno portato a Milano anche me. Vedendo il babbo, anch'io piano piano mi sono avvicinato alla musica, lui mi ha insegnato il solfeggio e il mio primo strumento è stato il sassofono. Poi come molti ragazzi ho lasciato il sax e ho preso la batteria». 

 

Prima ancora di chiamarsi Premiata Forneria Marconi, il nome del gruppo era I Quelli, con Teo Teocoli cantante: com'era suonare con lui? 

FRANZ DI CIOCCIO

«Teo era un bellissimo ragazzo e per un breve periodo ha fatto parte del nostro gruppo, ma il vero cantante, la prima voce, era Pino Favaloro. Teo era quello che ci ha portato la canzone La bambolina che fa no, no, no, finita su un 45 giri, il nostro primo successo. Già allora girava per i night, ci aiutava a trovare i locali dove suonare. Poco tempo dopo è passato al Clan di Celentano». 

 

È vero che ha rischiato di suonare nei Led Zeppelin? 

«Ai tempi della prima Pfm, una notte è arrivata una telefonata dall'America, dall'entourage dei Led Zeppelin: mi avevano visto suonare e mi chiedevano se volessi fare un provino con loro. John Bonham (batterista della band inglese, ndr) era un grande ed era fra quelli che più mi hanno ispirato, ma ho detto di no: non avrei mai lasciato la Pfm, che al di là di un gruppo musicale era la mia famiglia. Ci ha provato anche la Rca negli, Anni '80, a chiedermi di intraprendere la carriera solista e mi sono rifiutato. Era molto meglio continuare a suonare con i miei fratelli musicali». 

 

A inizio Anni 70 siete diventati il punto di riferimento per la scena progressive italiana e non solo, raccogliendo successi in Inghilterra e Usa, qual è stato il punto di svolta? 

franz di cioccio 2

«Passavamo giornate intere a suonare e provare. Nel 1970 ho preparato una cassetta con le nostre canzoni e una cover di 21st Century Schizoid Man dei King Crimson e, tramite il nostro manager Franco Mamone, l'abbiamo fatta avere agli Emerson Lake and Palmer. È stato un momento topico, all'estero non avevano mai sentito suonare in quel modo un gruppo italiano.

 

Così è cominciata la collaborazione con Pete Sinfield, che scriveva i testi per i King Crimson e ha cominciato a scriverne anche per noi (portano la sua firma le versioni in inglese delle canzoni di Photos of Ghosts e The World Became The World, gli album dell'affermazione internazionale della band, ndr). Pete, oltre a diventare il nostro produttore, è anche quello che ha consigliato l'acronimo Pfm invece di Premiata Forneria Marconi, troppo difficile da pronunciare in inglese». 

 

Batterista e cantante, ha anche recitato in qualche film. 

«Per Attila flagello di Dio con Abatantuono siamo stati contattati per la colonna sonora. 

Poi, giocando e scherzando, è arrivato il cameo: nella banda di Attila c'era un personaggio muto che suonava il tamburo, quella piccola parte è toccata a me. In un altro film ho fatto un killer che teneva il fucile nella custodia delle stecche da biliardo». 

 

Com'è nata la collaborazione con Fabrizio De André? 

franz di cioccio 1

«Siamo sempre stati amici, ci siamo piaciuti fin dai tempi del suo disco La buona novella (1970, ndr): tutte le volte che sentivo un suo disco imparavo le canzoni a memoria, poi ci siamo ritrovati per il tour in cui la Pfm lo ha accompagnato dal vivo, nel 1979, e da cui sono stati tratti due dischi». 

 

Che ricordo ha di quel tour? 

«Fabrizio andava a dormire alle cinque del mattino, scambiava il giorno per la notte, se andavi nella sua camera d'albergo trovavi sul letto quattro-cinque libri aperti. Era una persona estremamente attenta ai testi, ma non ha mai messo becco negli arrangiamenti: durante i live sentiva solo la sua chitarra, quanto a noi, ci basavamo sulla sua chitarra per i nostri interventi musicali. Era ancora un periodo turbolento, capitava che il pubblico contestasse per motivi politici, così una volta li ha mandati a fanculo». 

 

E quando ha sentito la registrazione del concerto? 

«È rimasto scioccato perché era la prima volta che ascoltava l'effetto di tutti gli strumenti, ma gli è piaciuta molto». 

 

Le piace la musica attuale? 

«Ascolto di tutto, anche quella meno bella, se capita anche la trap: accanto a testi allucinanti ce n'è anche di belli». 

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