FRECCERO DOCET - GRASSO: “IL PIÙ GENIALE TRA I DIRETTORI DI RETE, CHE SCANDALOSAMENTE NON DIRIGE UNA GRANDE EMITTENTE PUBBLICA “TELEVISIONE” – ‘’FRECCERO SI SPINGE A SOGNARE ANCHE UN NUOVO SERVIZIO PUBBLICO, CHE POSSA TIRARCI FUORI DALLE SABBIE IMMOBILI DI QUESTI ANNI. FORSE È QUESTA UNA DELLE RAGIONI PER CUI LO HANNO PENSIONATO DALLA RAI, PER FAR SPAZIO A DIRETTORI CHE HANNO PIÙ CONFIDENZA CON LA POLITICA’’…

Aldo Grasso per il "Corriere della Sera"

Nel novembre del 1980, Telemilano, una tv ancora a diffusione regionale, si collega con altre 23 emittenti per presentare su scala nazionale la seconda edizione di «Sogni nel cassetto», l'eterno quiz condotto da Mike Bongiorno: è la nascita ufficiale di Canale5, che riesce a strappare alla Rai uno dei suoi volti più significativi, uno dei padri fondatori della tv italiana, e innesca uno di quei momenti di svolta da cui non si torna indietro.

«Posso dire di essere stato presente in quella fase pionieristica della tv commerciale. Venni assunto come consulente per riordinare il pacchetto Titanus e il risultato di quell'operazione fece sì che venissi confermato anche alla programmazione, prima come assistente, poi come unico responsabile». Chi scrive è Carlo Freccero, già testimone di quei primi vagiti della tv privata e ancora per poco direttore di Rai4.

Il suo è un caso unico nel panorama della tv italiana: è ritenuto il più geniale tra i direttori di rete, ma è scandaloso che non diriga una grande emittente; è uomo di prodotto (sa valutare un programma, conosce la grammatica dei palinsesti), ma è anche teorico della comunicazione; è un funzionario di apparato, ma insieme è incendiario, per qualcuno persino «inaffidabile» (La società dello spettacolo di Guy Debord, di cui ha curato con Daniela Strumia un'edizione italiana, è stato per molto tempo suo livre de chevet).

Freccero ha appena pubblicato un libro dal titolo tanto semplice quanto vagamente angosciante: Televisione (Bollati Boringhieri, pp. 172, € 9). Chi è abituato a conoscerlo per i suoi provocatori interventi televisivi resterà stupito dal tono pacato e sistematico della sua prosa e dei suoi ragionamenti. È un libro rivolto principalmente agli studenti e deve pertanto osservare alcune regole di propedeutica, alternare alle intuizioni la descrizione del quadro.

La televisione è un oggetto che tendiamo a dare per scontato, che occupa tanto diffusamente le nostre abitudini quotidiane da trasformarsi spesso in luogo comune, in repertorio consolidato di frasi fatte e opinioni superficiali. Per provare a toglierle di dosso questa patina di banalità, per restituirle lo spessore e la profondità che merita, Freccero ha compiuto uno sforzo di sistematizzazione, tirando fuori più la sua vecchia anima di maestro elementare che quella di ingegnere dei palinsesti.

Il libro infatti si apre almeno a due letture. In quella canonica, l'autore ci offre una lettura teorica del mezzo, o meglio della sua evoluzione nel tempo, dagli esordi ai nuovi generi della tv digitale, dalla tv pedagogica a un nuovo modello di servizio pubblico.

Nell'altra, quella che preferibilmente si nasconde fra le righe, ci regala la sua biografia professionale e intellettuale, attraverso gli autori amati (Adorno, Debord, Deleuze e Guattari, Foucault, Lyotard, Baudrillard) e quelli che bisogna aver letto (Lukàcs, McLuhan, Eco, persino il Karl Popper della modesta Cattiva maestra televisione, persino il Norberto Bobbio di La sinistra nell'era del karaoke dove si sostiene temerariamente che la televisione è «naturaliter di destra», e poi quelli di moda come Bauman).

La televisione è, innanzitutto, un medium, un mezzo di comunicazione inserito in un sistema mediale complesso come quello contemporaneo, e che, in quanto tale, presenta almeno tre dimensioni. La televisione è un apparato, industrialmente organizzato, per la produzione e la distribuzione di immagini e suoni, di prodotti e programmi. Lo è, a maggior ragione, da quando la società moderna ha trasformato il sapere in un bene di consumo e di scambio: «Le moderne tecnologie - scrive Freccero - operano sul sapere semplificazioni o mutazioni, a seconda del funzionamento degli strumenti».

Motivo per cui televisione oggi è diventato un termine-ombrello sotto cui trovano riparo industria e tecnologia, la vecchia tv generalista, commerciale o meno che sia, le pay tv, le reti tematiche, la smart tv, persino il web. Ed è per questo che i media si separano dalle proprie piattaforme di trasmissione e il flusso televisivo viaggia anche altrove: dvd, computer, satellite, web, telefonini, iPad, fibra ottica... E ancora: tv satellitare, web tv, iptv, mobile tv... I canali si moltiplicano, e si specializzano alla ricerca di nicchie di pubblico più remunerative. La tv cerca di prolungare l'esperienza intelligibile ben oltre il tempo di visione, il flusso si espande al di là del singolo programma e permea l'ambiente.

In secondo luogo, la televisione è un «linguaggio», che per quanto possa apparire naturale e realistico è pur sempre strutturato secondo regole che sono in parte comuni ad altri media (per esempio quelle della narrazione, o della rappresentazione audiovisiva), in parte più specifiche (come l'organizzazione di flusso in un palinsesto, comune solamente al suo parente più prossimo, la radio o una certa idea di serialità).

La televisione, come ogni medium, è uno strumento di rappresentazione che intrattiene con la realtà diversi rapporti (pretende di «rispecchiarla» fedelmente, per esempio nell'informazione, o di metterla in scena secondo procedimenti spettacolari o finzioni di varia natura). Per questo, sostiene Freccero, «costituisce uno spaccato dell'identità sociale di un paese o di un'epoca, molto più della realtà stessa. Leggere la televisione significa fare un'analisi sociologica più accurata di uno stage sul campo... La tv generalista rappresenta la società, il suo inconscio, i suoi tic o le sue tendenze».

Infine, come ogni altro medium, il piccolo schermo esiste in quanto strumento che si relaziona con il suo pubblico, e, mentre lo fa, mette in relazione i singoli individui che formano questo insieme di spettatori, spazialmente distanti ma uniti proprio dalla simultaneità della visione degli stessi programmi.

La storia di ogni televisione, e quindi anche di quella italiana, è la storia del rapporto con il suo pubblico: «Il pubblico, scegliendo le reti e i programmi, comincia a dettare le sue regole al palinsesto. La rivelazione dell'audience con l'Auditel promuove un nuovo cambiamento e costruisce il modello di televisione commerciale che è sopravvissuto sino ai nostri giorni».

Nelle ultime pagine del libro, Freccero si spinge a sognare anche un nuovo servizio pubblico, che possa tirarci fuori dalle sabbie immobili di questi anni. Forse è questa una delle ragioni per cui lo hanno pensionato dalla Rai, per far spazio a direttori che hanno più confidenza con la politica. Disinnescando insieme il burocrate e l'incendiario.

 

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