teatro regio torino

FUOCO E VELLUTO: MEMORIE DEL REGIO CHE VISSE DUE VOLTE - IL 10 APRILE DI CINQUANT'ANNI FA SI INAUGURAVA DI NUOVO IL TEATRO LIRICO DI TORINO, DISTRUTTO DA UN INCENDIO NEL 1936 E PROGETTATO DA QUEL GENIO PAZZO DI CARLO MOLLINO – IN QUELLA SERATA, AD AMMIRARE LA CALLAS ANCHE IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA LEONE. FU IL SUO AMICO ALIGHIERO NOSCHESE, L’IMITATORE, A CONVINCERLO ALLA BIZZARRA TRASFERTA (ALLORA I CAPI DI STATO MICA ANDAVANO AL FESTIVAL DI SANREMO) - QUELLA VOLTA CHE PAVAROTTI SI PORTÒ APPRESSO UN FURGONE DI CIBO – VIDEO

 

Maurizio Crosetti per “la Repubblica”

 

teatro regio torino 34

Questa storia di fuoco e velluto è ricominciata cinquant’anni fa, quando la sera del 10 aprile 1973 una dama in chignon e tailleur di seta nero riapriva al mondo la porta del Teatro Regio, inghiottito dalle fiamme nel 1936. Lei si chiamava Maria Callas e quella volta non fu voce d’angelo, ma regista di un’opera lirica,I Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi, per la prima e ultima volta nella vita. Non era il suo mestiere e neppure il suo destino. La regina morirà quattro anni più tardi.

 

Il Regio è un capolavoro architettonico del Novecento disegnato da un genio pazzo, Carlo Mollino. 

 

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vittoria e giovanni leone con maria callas al teatro regio di torino

Il Regio è una memoria di cenere e lingue di fuoco, quelle che un passante vide rosseggiare dietro le finestre nella notte tra l’8 e il 9 febbraio 1936: chiamò i pompieri, ne arrivarono dieci, riuscirono a salvare la famiglia del custode intrappolata al quarto piano del palazzo rococò, sette persone in tutto, ma non il teatro che si sbriciolò come un grissino rubatà, del tipo che il sovrintendente Giuseppe Erba avrebbe portato alla Callas, a Parigi, quasi quarant’anni dopo, insieme a una favolosa scatola di cioccolatini Peyrano e a otto milioni di lire, per convincerla a vivere quel fiasco di regia.

 

teatro regio torino 2

Ma dovette trascorrere tutto il tempo del mondo, compresa una guerra, per vedere l’inizio della ricostruzione tra bandi infiniti, rinvii e polemiche (il Pci torinese non voleva quelgioiello elitario, assolutamente) e giungere finalmente al fatidico 10 aprile ’73, nel palco d’onore anche Giovanni Leone, il presidente della Repubblica: sembrava un topolino, accanto a donna Vittoria.

 

Cerimoniale e addetti al protocollo erano terrorizzati. Fu il suo amico Alighiero Noschese, l’imitatore, a convincerlo alla bizzarra trasferta (allora i capi di Stato mica andavano, poniamo, al Festival di Sanremo): Noschese era d’abitudine al Quirinale, dove faceva morire dal ridere il presidente con le sue celebri gag, imitando Andreotti e Fanfani. «Giovanni, guardi che se non viene al Regio non le faccio più il teatrino!», minacciava Noschese. E il presidente andò.

maria callas 34

 

Il Teatro Regio racconta mezzo secolo di capricci e gloria, si sa come sono i divi. Per il centenario diBohème nel 1996, Pavarotti si portò appresso un furgone di cibo, un enorme frigo e pure l’affettatrice. La direzione dell’hotel Principi diPiemonte foderò in plexiglass la cucina della suite del tenore, per evitare che gli schizzi di grasso facessero scempio delle tappezzerie.

 

Un altro tenore, Nicola Martinucci, nella fodera dell’abito di scena si faceva cucire chiodi piegati perché portano bene. Anche Napoleone gradiva il Regio: ci andò tre volte. Il Palco della Corona era collegato direttamente agli appartamenti dei Savoia, e l’acustica fu riprogettata da Arturo Toscanini, il quale diresse la prima diBohème il primo febbraio 1896. Poi il fuoco fece sapere cosa pensa della vanità degli uomini (solo la cornice di marmo di un caminetto sopravvisse a quella Pompei), senza peraltro avere nemmeno lui l’ultima parola: se un esplicito divieto del governo non avesse proibito l’uso di ferro e cemento in tempo di guerra per opere di interesse non bellico, le settecentesche macerie di piazza Castello avrebbero restituito assai prima alla città il teatro più amato.

giovanni leone teatro regio

 

Accadde solo cinquant’anni fa, quando, pur di avere un biglietto, c’era chi spediva alla sovrintendenza del Regio assegni in bianco, e non pochi se ne stamparono di falsi. Scene e costumi di Aligi Sassu, protagonisti Raina Kabaivanska e Gianni Raimondi. Per spiare le prove, e soprattutto ogni sospiro della Callas, il direttore della Gazzetta del Popolo infiltrò un suo giovane cronista tra le comparse, idea geniale che riempì di “buchi” la concorrenza diStampa e Corriere. E i primi spettatori strabuzzarono gli occhi al cospetto di quei quattro piani scarlatti tra vetrate fumé, passerelle e scale mobili come alla Rinascente e neppure un corridoio, globi di luce e velluto, tantissimo, come in un’alcova o in un boudoir di quelli dove Carlo Mollino scattava foto erotiche con la Polaroid a ragazze bellissime.

alighiero noscheseteatro regio torino 12

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Carlo Mollino luciano pavarotti

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