sorrentino garrone

CONDOMINIO CINEMA - MATTEO GARRONE: “IO E SORRENTINO ABITIAMO NELLO STESSO CONDOMINIO DI PIAZZA VITTORIO. MA IO, SOPRATTUTTO NEL PERIODO DELL’OSCAR, EVITAVO DI INCROCIARLO IN ASCENSORE. DICIAMO CHE NON SIAMO DA PACCHE SULLE SPALLE…”

Pietro Valsecchi Matteo Garrone Pietro Valsecchi Matteo Garrone

Giuseppe Videtti per “la Repubblica”

 

Vent’anni fa, di giugno, estate precoce. La campagna romana, ai bordi di periferia, è una savana. Il giovane pittore è in cerca di materiali per le sue opere. In mezzo al nulla, in quel paesaggio sospeso — miraggio — un quadro già dipinto nella caligine. Puttane nigeriane superbe nei loro turbanti, fasciate di colori sgargianti.

 

 Una, seduta su una poltrona abbandonata, si ripara sotto un ombrellino, le altre le ronzano intorno come comparse in pausa sul set di una processione tribale. Tutt’intorno umanità che va e viene: rallenta, sbeffeggia e sgomma; si ferma, contratta e si apparta. È la sua prima favola, con tanto di regina, principesse, cortigiani, miserabili e buffoni. Immediata la voglia di filmare, l’intuizione del cineasta fa presto a diventare ossessione.

 

«Rimasi folgorato da quella scena assolutamente cinematografica », racconta oggi Matteo Garrone, il regista che quest’anno ha entusiasmato Cannes con una vera favola, Il racconto dei racconti . «Marco Onorato, il compagno di mia madre, direttore della fotografia di tutti i miei film, mi aveva regalato della pellicola, sei pizze di super 16 che conservavo in frigo. Filmai una giornata di quelle prostitute e mi autoprodussi un corto,

Toni Servillo Matteo Garrone Toni Servillo Matteo Garrone

Silhouette , che presentai alla prima edizione del Sacher Festival di Nanni Moretti. Lì iniziò quel rapporto di empatia che sempre ho coi miei personaggi.

 

Quando li racconto gli sono accanto, non li giudico né li guardo dall’alto. Stabilisco con loro una relazione, ci convivo, ci soffro». Vinse il Sacher d’oro. Il pittore si disintegrò tra le sterpaglie dell’agro romano.

 

«Smisi di dipingere, non è cosa che potrei fare nei weekend». Men che meno adesso che Il racconto dei racconti è stato venduto in quasi cinquanta paesi, ma già dopo l’exploit con L’imbalsamatore , o dopo il clamore di Gomorra , che con quel tripudio di Awards l’ha catapultato nelle zone alte di quella cinematografia internazionale che può contare su produttori illuminati come Jeremy Thomas ( L’ultimo imperatore , Il piccolo Buddha ), ricercati compositori come Alexandre Desplat (fresco dell’Oscar per la colonna sonora di Gran Budapest Hotel ) e star hollywoodiane come Salma Hayek, che pur di esser “Regina di Selvascura” nel Racconto dei racconti si è ridotta il cachet.

IL RACCONTO DEI RACCONTI GARRONE MATTEO IL RACCONTO DEI RACCONTI GARRONE MATTEO

 

Padre critico teatrale, Nico Garrone (Nicola, il figlio di sei anni, porta il nome del nonno), prematuramente scomparso nel 2009, subito dopo il trionfo di Gomorra a Cannes; mamma fotografa, Donatella Rimoldi, figlia dell’attore Adriano, divo del dopoguerra (I bambini ci guardano di De Sica): nutrirsi d’immagini è un vizio di famiglia.

 

«Da bambino disegnavo incessantemente, poi liceo artistico, accademia, tanta pittura», dice vagando nell’ufficio stracolmo della sua storia e delle sue storie negli Studios di Roma. È un ragazzo riservato, introverso, timido, pensoso, non parla come un libro stampato. In un angolo, di fronte alla scrivania, una power tower in cui da ex tennista si tiene in forma — pettorali, addominali, tricipiti, bicipiti, spalle, dorsali.

 

matteo e nunzia garronematteo e nunzia garrone

«Qui avevo cinque anni», dice mostrando un tenero storyboard ricavato da un foglio 3x3 e firmato col palindromo del suo nome, Oettam. «Questo Mangiafuoco è il disegno che mio padre amava di più». Incorniciato c’è anche un Pinocchio, e un disegno più complesso, assai pop, mezzobusto sagomato con linee di colore che sembra il manifesto di un concerto rock al Fillmore West. «Qui avevo otto anni», mormora.

 

A che età ha deciso che il cinema sarebbe stato il suo futuro?

«Decisamente tardi, a ventisei anni. Da adolescente non avevo dubbi: farò il tennista. L’arte è stata la mia ancora di salvezza quando ho fallito nello sport; la disciplina c’era, forse non ero sufficientemente determinato. Andai anche negli Usa verso i diciassette anni, sicuro che lì avrei trovato la mia strada a livello agonistico.

 

SORRENTINO GARRONE SORRENTINO GARRONE

Mio padre era disperato, non leggevo un libro neanche sotto tortura. Era arrivato al punto di offrirmi delle paghette per ogni romanzo che avessi terminato. Poi quando fu chiaro che non sarei stato il campione che sognavo, di fronte alla prospettiva di diventare maestro di tennis a vita, iniziai a lavorare nel cinema come aiuto operatore e fotografo di scena, molte foto con mia madre, infine pittore, suggestionato da Caravaggio, Rembrandt, Velázquez, Goya e, successivamente, Bacon».

 

Papà, che ben conosceva le insidie e le strade in salita di questo mestiere, cercò di porre un freno al suo entusiasmo iniziale?

«Mai. Anzi, mi ha aiutato. Estate romana , che girai nel 1999 in una capitale impacchettata dai cantieri del Giubileo, è un omaggio al teatro underground degli anni Settanta, con interviste che aveva fatto mio padre a personaggi come Benigni e Memè Perlini. Nella mia formazione ci sono le interminabili serate passate a teatro, le cene con gli amici registi, attori, scrittori e poeti come Elio Pagliarani e Valentino Zeichen.

 

SORRENTINO MORETTI GARRONESORRENTINO MORETTI GARRONE

Ho loro in mente quando scrivo e giro, il teatro che ho conosciuto con papà, la pittura e quel cinema che mi ha avvicinato alla letteratura. È stato vedendo i film di Bergman che sono diventato un lettore vorace e appassionato. Il primo libro? A diciannove anni, la biografia di Che Guevara».

 

Era certo consapevole che le risorse del nostro cinema erano allo stremo dopo i fasti dei Rossellini, De Sica,Visconti, Fellini, Pasolini…

«Non mi sono posto il problema, ho sempre seguito un percorso indipendente. Poi c’è stato il successo di Gomorra, quasi mio malgrado. E ho avuto la fortuna di avere un interesse da parte di distributori esteri, potendo investire senza restare asfissiato in un ambiente claustrofobico».

 

“Il racconto dei racconti” è un film da dodici milioni, ma anche un progetto inusuale, inquadrarlo in qualsiasi genere — favola o fantasy — può solo creare malintesi.

il racconto dei racconti tale of tales  1il racconto dei racconti tale of tales 1

«Guardandolo in sala, montato, mi sono reso conto che invece è un film d’autore, molto meno facile di quanto mi aspettassi. Ma ha appena iniziato il suo percorso, un po’ presto per tirare le somme. L’entusiasmo che ha generato a Cannes resterà per me un ricordo indelebile, non sempre è così, neanche coi film precedenti, neanche con

Gomorra. Credo di aver fatto bene a prendermi tutti questi rischi esplorando un territorio che mi era familiare a livello emotivo. Volevo misurarmi con un genere diverso, ero sedotto dai racconti magici, dalle potenzialità visive delle pagine secentesche di Basile ( Lo cunto de li cunti )».

 

Voleva dare un taglio al passato?

«Tutt’altro. L’elemento fiabesco è sempre stato presente in tutti i miei film, pensi a L’imbalsamatore , quello che mi è più caro e che avevo sempre davanti agli occhi durante la lavorazione del Racconto dei racconti. Basile mi ha offerto un mare di possibilità e tanta ironia — che sempre rafforza la dimensione tragica».

 

Da dove è partito per trasportare i paradossi della società quattrocento anni indietro?

il racconto dei racconti tale of tales  2il racconto dei racconti tale of tales 2

«Dai Capricci di Goya, dal grottesco, dalla descrizione di un’umanità deforme, dai maestri che hanno saputo raccontare in una stessa opera il tragico e il comico. Le fiabe hanno sempre parlato di noi. Non è materia per l’infanzia, nel Seicento non esistevano libri per bambini».

 

L’amore per personaggi come l’imbalsamatore va oltre la curiosità documentaristica, è il tentativo di legittimare l’esistenza chi vive ai margini e solo la cronaca porta alla ribalta.

«È la mia storia di regista, fin dall’inizio. Sono affascinato da situazioni reali che ai miei occhi appaiono fiabesche, quasi fantascientifiche, anche quando parlo di migranti e prostitute».

 

Sono quelle le situazioni che hanno condizionato la scelta delle ambientazioni future, ne “L’imbalsamatore” come nel “Racconto dei racconti”; i luoghi sono scorci fantastici d’Italia sopravvissuti alle devastazioni del modernismo o sfregiati dalla speculazione.

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«In un caso e nell’altro il paesaggio diventa protagonista della storia. L’imbalsamatore è un noir, dove al posto di una bionda fatale c’è un boy fatale: ho cercato delle location sospese, metafisiche, un altrove indefinito. Il Villaggio Coppola mi sembrò perfetto. In Gomorra ogni personaggio è legato a un paesaggio, le vele di Scampia o quella zona del casertano a ridosso del mare. È la storia che mi suggerisce l’ambientazione».

 

Non è mica un caso che sia toccato a lei portare “Gomorra” sul grande schermo.

«Ho letto il libro appena uscito, prima che diventasse un best seller e un caso. Era giugno, come adesso, il 2006, quando incontrai Saviano. Iniziai a lavorare con lui poco tempo dopo, agli inizi di settembre, poco prima che andasse a Casal dei Principi e ricevesse la prima minaccia di morte. Anche lì furono le immagini e la forza dei personaggi a colpirmi.

 

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Era un mondo che aveva a che fare con degli archetipi, come nelle fiabe, e con una realtà che era una metarealtà. Infatti apro il film con una scena che sembra fantascienza, quella nel solarium; quando i due ragazzini vengono portati via con la ruspa pensavo a Che cosa sono le nuvole? di Pasolini (i due burattini — Totò e Ninetto Davoli — vengono buttati nella discarica dal monnezzaro Modugno). Adoro il modo in cui Pasolini ha trattato la materia fiabesca nei suoi film brevi: La terra vista dalla luna , Che cosa sono le nuvole? , La ricotta».

 

Le ha cambiato la vita “Gomorra”?

«Mi ha semplicemente aiutato a realizzare il film successivo. Il nostro mestiere, che è strettamente connesso all’industria, ha bisogno di fondi per esistere. Un successo è garanzia di finanziamenti. Ma mi ha anche disorientato — un anno a inseguire proiezioni in ogni parte del mondo — mi ha allontanato da me stesso, ci ho messo un po’per ritrovare la concentrazione per il passo successivo. Ha lasciato un segno, come tutti i film; un viaggio, solo più lungo degli altri».

 

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I trionfi creano sempre aspettative che rischiano di limitare la libertà degli artisti.

«Tutti col fucile puntato: se resti fedele alla tua cifra non fai che ripeterti, se tenti un rinnovamento non sei più te stesso. Ma questo non è mai stato un vero problema, non puoi dar peso a chi critica il cambiamento».

 

Nel cinema, come in musica o in teatro, c’è l’ossessione di un esplicito riferimento al sociale. Qualcuno ha considerato un limite l’approccio non ideologico del suo ultimo film.

«Ma il sociale — glielo dice un regista che ce l’ha a cuore — deve passare per una visione, altrimenti è un’operazione opportunistica che sfrutta personaggi e situazioni a proprio vantaggio. Io parto dall’essere umano e dai suoi conflitti all’interno di certi mondi, e dal linguaggio. Di cosa parlo? Di desiderio, della spinta degli estremi che diventa ossessione. Non li trova temi attuali?».

 

La televisione a volte lo fa in maniera volgare e spregiudicata, brutale persino. Nei reality ad esempio. Un mondo che lei ha esplorato.

il racconto dei racconti tale of tales  6il racconto dei racconti tale of tales 6

«Il grande equivoco di Reality è stato quello di essere interpretato come un film sulla tivù e Il Grande Fratello . In realtà il mio approccio è ancora una volta umanistico, legato al viaggio mentale di un uomo e alla sua psicosi, il desiderio di evadere dalla realtà per inseguire l’effimero.

 

Lo spunto è arrivato da una storia realmente accaduta in famiglia, al fratello della mia compagna, che ha venduto tutto e donato ai poveri convinto di essere spiato dagli autori del programma televisivo che volevano testarne l’idoneità. Mi è sembrata una fiaba moderna con molto Eduardo dentro. È un film che, più in là, slegato dalla stretta attualità, troverà una seconda giovinezza, un film a rilascio lento, come Il racconto dei racconti».

REALITY DI GARRONE REALITY DI GARRONE

 

Il triunvirato con Moretti e Sorrentino a Cannes ha scatenato un inevitabile totopalma e successivamente una gara al botteghino che non l’ha favorita. Ci ha sofferto?

«No. Siamo tutti e tre molto individualisti, non ci casco in quei tranelli. E neanche ci sto male, perché ognuno di noi segue percorso, segno e poetica assai ben definiti».

 

Curioso, con Sorrentino abitate a Roma nello stesso condominio di Piazza Vittorio. Se li immagina Pasolini e Fellini che si incontrano nello stesso ascensore?

«E tra noi due chi sarebbe Fellini?».

 

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Direi Sorrentino...

«Non so cosa si sarebbero detti loro in ascensore. Io, soprattutto nel periodo dell’Oscar, in ascensore evitavo proprio di incrociarlo. Diciamo che non siamo da pacche sulle spalle. Ma la competizione è sana. Da ex sportivo penso sia uno stimolo, una spinta a fare meglio».

 

Per il prossimo film in che direzione andrà?

«Chi lo sa? Sfoglierò il quaderno in cui appunto le storie che mi restano impresse e i generi che vorrei esplorare. Difficilmente mi allontanerò dall’umanità dei personaggi e dei loro conflitti, magari facendo qualcosa che nessuno ha fatto prima. Mi sento sempre il pittore che cerca il proprio segno davanti alla tela bianca, anche quando si appresta a trattare una materia abusata come una parabola dei Vangeli».

SORRENTINO GARRONESORRENTINO GARRONE

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