richard iii

SHAKESPEARE ALL’ITALIANA – MATTIOLI: "ALLA FENICE TRIONFA IL ‘RICHARD III’ DI GIORGIO BATTISTELLI - SUL PODIO, TITO CECCHERINI È PERFETTO. ORCHESTRA E CORO IN GRANDE SPOLVERO. GIDON SAKS, UN MOSTRO SÌ, MA DI BRAVURA. TEATRO PIENO E FESTANTE, ALLA FACCIA DI QUELLI CHE DICONO CHE NON SI SCRIVONO PIÙ OPERE E CHE IL TEATRO MUSICALE È FINITO CON PUCCINI…"- VIDEO

 

 

ALBERTO MATTIOLI per la Stampa

richard III

 

Chi dice che «non si scrivono più opere», che il teatro musicale è finito con Puccini (o con Britten, o con Henze, a seconda dell’apertura mentale), che la musica contemporanea non sa emozionare e quant’altro preveda lo sciocchezzaio da foyer dovrebbe fare un salto a Venezia. A tredici anni dalla creazione ad Anversa, debutta in Italia il «Richard III» di Giorgio Battistelli, e non saremo mai abbastanza grati alla Fenice per l’iniziativa.

 

 

La tragediona shakespeariana è librettizzata da Ian Burton con la sapienza dei grandi librettisti italiani dell’Ottocento (e non è ironico), ma mantenendo quasi sempre le parole del Bardo. Si tratta di una riduzione (massiccia: del lunghissimo originale ne sopravvive circa un terzo) più che un libretto «tratto da», realizzata con una bravura eccezionale, condensando l’ascesa e la caduta di questo serial killer incoronato in due atti, il primo dove Richard scala il potere e il secondo dove lo perde.

 

richard III

Avendo sempre cura, perché gli anglosassoni sanno che il teatro si fa per il pubblico, e il pubblico certe parole se le aspetta, di salvare i versi più celebri e attesi, dall’«inverno del nostro scontento» al «mio regno per un cavallo». Il modello è chiaramente il lavoro fatto da Benjamin Britten e Peter Pears sul «Midsummer».

 

Per un drammaturgo musicale come Battistelli, è un invito a nozze. La sua partitura non è solo bella; è anche (anzi, soprattutto) teatrale, che nel caso dell’opera è un valore aggiunto, perché essere un grande musicista è condizione necessaria ma non sufficiente per essere un grande operista. Si sa che la musica di Battistelli si basa sull’estrema varietà dei materiali, anche se lui giustamente respinge la definizione di eclettismo a favore di quella di eterogeneità.

richard III

 

L’importante è però che questa musica di musiche funzioni perfettamente, passando da un climax sonoro all’altro, con un’efficacia, una continuità, una tensione e perfino un’imprevedibilità che incollano lo spettatore alla poltrona (in altre occasioni «contemporanee», è vero, piuttosto accogliente grembo per solenni pisolini...).

 

E allora ecco i cori parareligiosi, spogli e massicci come un gregoriano sghembo, i rabbiosi declamati del protagonista, i leitmotiv quasi wagneriani (uno affidato al trombone, poi), le donne che o scalano istericamente il pentagramma o si accordano in nostalgici terzetti, le cataclismatiche esplosioni orchestrali che si spengono negli echi misteriosi di cluster remoti, un’estrema mobilità ritmica e armonica. 

 

richard III

E tuttavia, c’è una semplicità teatrale e artigianale antica, in questa musica così ricca e così complessa. E allora basta un implacabile crescendo orchestrale accompagnato dal coro fuori scena per raccontare l’angoscia di Clarence che aspetta i suoi sicari; e che brividi quando il coro solenne che accompagna l’incoronazione del successore di Riccardo e primo Tudor sfocia in un rumore raccapricciante come di ossa infrante (sono i coristi che battono delle pietre) per ricordare su quali distese di morti marcino, sempre, i vincitori. È musica che nasce tutta sulla parola e ha come obiettivo il teatro: insomma è una vera, grande opera. 

robert carsen

 

Impossibile, però, disgiungerla dallo spettacolo-capolavoro di Robert Carsen. Carsen, si sa, è il maggior regista d’opera vivente. Qui c’è uno dei Carsen migliori, quindi praticamente al meglio del meglio. Scene e costumi, ovviamente, semplicissimi. Una grandinata-parlamento-Colosseo per il coro, un semicerchio coperto di sabbia rosso sangue e costumi uguali per tutti, gli uomini in gabbana nera e bombetta beckettiana, perché in realtà Riccardo è uno di noi, un uomo qualunque uscito dalla folla, uno dei tanti mostri della porta accanto che ci raccontano le cronache. Ma che recitazione, che idee, che verità. Ancora una volta: che teatro. Con una quantità e qualità di registri inaudita, sicché Riccardo passa dall’ironia sinistra a quel «I am myself alone» che qui suona quasi patetico, come se il prezzo del delitto e del potere fosse un’infinita solitudine. 

gidon sackstito ceccherini

 

richard III

Di regola non è facile valutare la direzione di un’opera che non si è mai ascoltata. In questo caso, no: sul podio, Tito Ceccherini è perfetto. Orchestra e coro in grande spolvero, convinti e convincenti. E compagnia ottima. Da incoronazione, speriamo un po’ meno effimera di quella del suo personaggio, il Riccardo di Gidon Saks, un mostro sì, ma di bravura. Teatro pieno e festante, alla faccia di quelli che dicono che, eccetera. Ci sono ancora due recite, giovedì 5 e sabato 7. Chi le perde è perduto.

giorgio battistellirichard III

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