cerno mario  calabresi

I DUE FORNI DI TOMMASO CERNO: VUOLE IL SEGGIO SICURO E LA POLTRONA IN CALDO - L'EX CONDIRETTORE DI “REPUBBLICA”, CANDIDATO PD NEL LISTINO BLOCCATO IN FRIULI, HA CHIESTO L'ASPETTATIVA (IN CASO DI FLOP) - LA REDAZIONE È FURIOSA: NON VUOLE UN ALTRO CASO COME CURZIO MALTESE - CALABRESI CHIEDE LE DIMISSIONI MA LUI NON MOLLA: “È UN MIO DIRITTO”

Giorgio Gandola per “la Verità”

 

TOMMASO CERNO

Cercare un paracadute è umano, ma annacqua il sacro fuoco. È quello che sta accadendo a Tommaso Cerno, il candidato giornalista più chiacchierato d'Italia, uscito dalla Repubblica con il ruolo di condirettore per correre con il Pd verso un seggio al Senato nel listino blindato in Friuli («Mi vuole Matteo in persona»).

 

Come se non bastasse la certezza dell'elezione, lui desidera mantenere un piede nella politica e l'altro dentro la scarpa del gruppo editoriale, avere una via di fuga, quindi far valere l'istituto dell' aspettativa. Senza stipendio per gli anni di legislatura, ma con la garanzia del posto. Una pratica sorprendente perché lascia intendere che la folgorazione per l'impegno istituzionale arriva a giorni alterni. È come se, per chi nasce cronista, vigesse sempre la maledizione dolce di Enzo Biagi: «Mia figlia è incinta, ma soltanto un po'».

 

TOMMASO CERNO MARIO CALABRESI

Dopo gli schiaffi tra Carlo De Benedetti ed Eugenio Scalfari, dopo l'ufficializzazione di dati di vendita sempre meno rassicuranti e dopo la notizia della candidatura con il Pd dello stesso Cerno, la vicenda sta creando dentro il giornale una nuova fibrillazione di cui la redazione avrebbe voluto fare a meno. L'altroieri, ai margini di un'assemblea dei giornalisti calda sulle voci sempre più insistenti di una crisi irreversibile dell'agenzia del gruppo Agr, non si parlava d'altro.

 

Cerno che si imbullona idealmente a Largo Fochetti e tratta per una via d' uscita non somiglia a quello che abbiamo spesso visto in Tv, diretto e senza mezzi termini, difensore dei diritti e non dei privilegi, capace di scrivere su Facebook: «Dopo 25 anni di racconto dell' Italia, sento il dovere di restituire qualcosa alla mia terra, al mio Paese e all' Europa». Puro spirito di servizio, che per definizione non può essere a mezzo servizio, se non con il destino di perdere appeal, di trasformarsi in banale slogan di facciata. Avremmo dovuto immaginarla, la fuga a metà. Anche sulle foto della campagna elettorale, di lui viene ritratta solo una parte del volto, come se si trattasse di un segnale subliminale al mondo.

TOMMASO CERNO

 

«Ho raccontato per 20 anni l'Italia da giornalista, vedendo cose che mi hanno fatto sentire un tifoso seduto in tribuna a fischiare», narra un altro storytelling elettorale (oggi si dice così), «ho deciso dunque di alzarmi in piedi, per poter giocare la partita e non rimanere solo uno spettatore. Una scelta personale sofferta ma di impegno civile».

 

In realtà, chiedendo con forza l'aspettativa, dimostra di voler portare l' intera tribuna dello stadio in Parlamento, di essersi alzato con la poltroncina incollata ai glutei, di voler continuare a mantenere il cordone ombelicale con il più potente giornale-partito d' Italia. E di metterlo in imbarazzo.

 

capalbio libri andrea zagami, ideatore e direttore di capalbio libri, chicco testa, annalisa chirico, tommaso cerno

«L'aspettativa è un mio diritto», ha detto agli amici. Ma la scelta sembra del tutto inopportuna, almeno è ciò che pensa l' azienda, che da giorni ha aperto un braccio di ferro per indurlo a cambiare idea e gli ha fatto capire che «qui non rientrerà mai». A chi gli ha chiesto lumi, il direttore Mario Calabresi ha risposto: «Si deve dimettere».

 

Lui non ha alcuna intenzione di assistere alla replica del caso Curzio Maltese, l' editorialista eletto all' Europarlamento, che siede a Bruxelles in Syriza - L' altra Europa con Tsipras» ed è entrato in Sel mantenendo l'aspettativa con mamma Repubblica. Ma Maltese non era condirettore, ruolo che rende imbarazzante la posizione di Cerno. In casi analoghi il Corriere della Sera ha sempre chiesto le dimissioni dei candidati, tranne nel caso di Claudio Magris. Così fu per firme stellari come Lucio Colletti e Corrado Stajano; così per l'ex vicedirettore Massimo Mucchetti.

 

bruno tommassini e tommaso cerno

Finora erano stati soprattutto sindacalisti e magistrati, figli di uno statalismo culturalmente assistenziale, a pretendere in automatico l'aspettativa. Famoso il caso del pm Antonio Ingroia, che nel 2013 si era candidato al Parlamento con questo paracadute in mezzo alle polemiche. Non eletto, si aspettava di tornare alla Procura di Palermo e invece fu assegnato ad Aosta. Da qui le dimissioni dalla magistratura. Ma se entri in politica per metterti in gioco, per essere a disposizione dei cittadini, per concretizzare uno slancio ideale, è del tutto contraddittorio pensare già a una comoda uscita di sicurezza.

 

mario calabresi carlo de benedetti

Non è questo l'unico deficit di coerenza di Tommaso Cerno, che comunque sta definendo l'uscita in queste ore e che nei giorni scorsi si è esposto a più di una critica per il suo passato politico, prima con una campagna elettorale a Pordenone come indipendente in Alleanza Nazionale (non propriamente vicina alle tesi sociali del Pd) e poi come collaboratore del sottosegretario Mauro Fabris, Udeur, la creatura postdemocristiana di Clemente Mastella.

 

La folgorazione sulla via della Leopolda è stata repentina, perché il candidato (ex dirigente dell' Arcigay e promotore del Gay pride di Venezia) in anni di interventi, articoli e libri aveva seguito una stella polare: un atteggiamento fortemente critico nei confronti di Matteo Renzi. La campagna elettorale di Cerno prosegue fra tensioni interne e odiosi episodi esterni.

curzio maltese

 

Proprio ieri il giornalista in corsa per il Senato è stato fatto oggetto di una minaccia di morte su Twitter. Un certo Battista da Norcia (che in passato molestò Maria Elena Boschi, Eugenio Scalfari, Vittorio Sgarbi e celebrò il brigatista rosso Fabrizio Pelli) gli ha inviato il messaggio: «Questo il nostro obolo per te», accompagnato dalla foto di un patibolo.

 

A retwittare la vergognosa immagine è stato lo stesso giornalista con il commento: «Un patibolo per me, per quello che dico, per le battaglie di libertà che combatto. Questa è l' Italia che vogliamo?». Già nel 2015 era stato preso di mira da odiatori seriali della Rete (i famigerati hater) per il suo essere gay e per l' impegno a favore degli omosessuali. La ferocia domina, e il Web è l'autostrada del livore.

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