paolo isotta

ALTRI CANTI DI PAOLINO ISOTTA - ''IL FOGLIO'': RECENSIRE IL LIBRO DEL PIÙ COLTO E INTENSO CRITICO MUSICALE VIVENTE È IMPOSSIBILE. 'ALTRI CANTI DI MARTE' NASCE COME APPENDICE DEL SUO CAPOLAVORO E SI ALLARGA PER OLTRE 460 PAGINE, TRA BEETHOVEN E RESPIGHI, MUTI E GALLONE''

Alessandro Giuli per ''Il Foglio''

 

PAOLO ISOTTA LIBRO ALTRI CANTI DI MARTEPAOLO ISOTTA LIBRO ALTRI CANTI DI MARTE

Questa non è una recensione. Invero nascerebbe come tale, ma recensire un libro di Paolo Isotta non si può; non nel senso e nel verso comune, per lo meno. Paolo Isotta, Paolino per chi ne meriti la consuetudine, è un amico tremendissimo e tenace, avendo una concezione tutta ciceroniana dell’amicizia: un dono degli dèi, dunque una responsabilità dell’anima, dunque un privilegio da non dissipare, pena l’accusa di empietà che un tribunale invisibile – il più temibile – è sempre pronto a proclamare a lettere di fuoco. C’è poco da scherzare sull’amicizia.

 

Paolino è il più colto e intenso critico musicale vivente, il che già offre la misura della distanza abissale tra lui e chiunque di lui voglia scrivere senza sciatteria. Impresa titanica, fronteggiare una cultura che atterrisce anche quando – più o meno sempre – viene dispiegata con quella sua magistrale levità di gentiluomo napoletano.

 

Paolino, che ha insegnato al Conservatorio di Torino e poi a quello di Napoli; Paolino che è intimo di Rossini e Wagner e ha signoreggiato per tanti anni sulla terza pagina del Corriere della Sera; Paolino che ha esibito doti innate da polemista sul Foglio – regnante Giuliano Ferrara – e oggi tesse ricami sul Fatto di Marco Travaglio (pronubo Pietrangelo Buttafuoco, per noi Buttaf);

 

paolo isottapaolo isotta

Paolino che anche quando compila una lettera privata di posta elettronica finisce per esprimere un lignaggio poetico, una sensibilità remota e alta, un’inabilità naturale alla vulgaritas degna del dorico Tirteo… “quest’agave sul mio balcone è fiorita / con una meravigliosa pigna. / E’ un faustum omen arrivato a me / e a tutti coloro che mi voglion bene: augurissimi!”. Paolino è insomma un amico delle Muse, siccome la musica – naturaliter pagana – altro non è che arte modellata nel nome del lucente Apollo dalle figlie di Zeus e Mnemosyne.

 

E Paolino, paganamente cristiano o cristianamente pagano come solo può essere un discendente di Partenope, nella musica ha trovato il suo destino e il suo tormento, il suo darsi e il suo ritrarsi, la sua biografia e il suo stordimento. Il libro più importante di Isotta è uscito due anni fa, si chiama “Le virtù dell’elefante” (Marsilio), ha avuto tre edizioni ed è stato opportunamente giudicato come “il libro di una vita” e sopra tutto “un’opera letteraria più che un testo musicologico”.

 

paolo isotta giuliano ferrarapaolo isotta giuliano ferrara

Qui al Foglio, dove leggemmo il manufatto ancora in bozza nell’attesa che un editore impavido gli facesse da guardia del corpo, si gridò subito al capolavoro condannato al successo, palpitante com’era di vita e di melodia, di autenticità e dolcezze.

 

Ma è appunto a questa definizione – “un’opera letteraria” – che bisogna aggrapparsi, intanto perché verissima e d’una verità anche delicata e meritevole di protezione nell’epoca in cui lo statuto letterario è un timbro maneggiato dai burocrati delle cose editoriali; e poi perché, in mancanza di strumenti adeguati per orizzontarsi in sì tanta cultura musicale, non vedo altro ponte levatoio se non quello dello stile e della forma letteraria per accostarmi all’ultimo libro di Paolino, “Altri canti di Marte” (sempre per Marsilio).

 

Si tratta di un post capo d’opera nato come appendice, riserva di palinodie o mise au point supplementari – “parerga e paralipomena”, precisa lui con Leopardi e Schopenhauer, “giacché il processo di riflessioni e ricordi messi in moto dall’idea di un libro riassuntivo insieme e foriero di nuovo studio non s’è fermato”.

 

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Urgeva come “uno svelto volumetto d’un centinaio di pagine da pubblicare a sé”, ma ecco che “la senile incontinenza” – e qui Paolino ci sta scherzando, egli essendo un fanciullo del 1950 – prende per mano l’autore e lo accompagna per oltre 460 pagine in cui rende onori aggiunti a Beethoven; incorona i Trioscuri dell’avanguardia italiana (Franco Alfano, Gino Marinuzzi e Ottorino Respighi); cavalca ancora il Novecento in sella a George Enescu e Karol Szymanowski e, più ancora che altro: mette in rilievo “che con la presente ‘lettura’ del Parsifal scritta ex novo e forse a me possibile solo grazie a la force de l’âge, do la miglior prova alla quale m’è concesso giungere della mia devozione wagneriana…”.

 

E qui, nell’isola dei beati wagneriani, si deve ammettere che Paolino diventa inarrivabile, in certo modo realmente posseduto da un dèmone lontano che gli detta e ridetta una conoscenza parsifaliana talmente densa da rarefarsi in un trionfo non più materiale, disincarnato anzi e prodigioso. Oltre il quale non è che il silenzio, al riguardo.

 

paolo isotta giuliano ferrara pietrangelo buttafuocopaolo isotta giuliano ferrara pietrangelo buttafuoco

Qui però, dove le sonorità erudite di Isotta giungono tardive come l’eco, dove ancora è il gesto a occupare i sensi e non ancora il canto, non osiamo scostarci dall’indicazione iniziale ricevuta dall’autore, e relativa al titolo anfibio della sua opera tratto non già – o forse non anzitutto – dall’ardore guerriero del nume italico, pur schiettamente ritratto sulla copertina in amorevole marmoreo connubio di sguardi con Venere, ma dal “grandissimo poeta napoletano Giovan Battista Marino” il quale “dà così principio al Sonetto proemiale delle Rime amorose: Altri canti di Marte e di sua schiera / gli arditi e l’onorate imprese… Canti – spiega Paolino – è un congiuntivo esortativo: cantino pure altri le glorie e le morti della guerra. Io, prosegue il Poeta, canterò Amore: e lo prega, Amore, nell’ultimo verso: se desti morte al cor, dà vita al canto”.

 

Ecco allora la chiave di salvezza per il cauto ermeneuta di questo libro, ecco dunque la cosa in sé di Paolino: un supplemento d’Amore, che è anche viaggio nel segno del capriccio personale. Il che incoraggia, autorizza perfino, a scegliere – per amore o per capriccio? – quel che nel vasto pelago più si confà alla nostra equazione personale. Ecco allora tre canti isottiani: Muti o dell’amicizia; Ottorino Respighi e Carmine Gallone o de signis receptis; la cattività dei delfini (titoletti nostri tranne l’ultimo).

 

Di Riccardo Muti, Paolino è amico deluso, rabbuiato inascoltato tradìto: “Il più grande direttore vivente è stato per me uno dei più cari fra gli amici del cuore: certe cose non possono cancellarsi; ma lo è stato”.

 

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Ora non più, dacché il maestro abbandonò il Teatro dell’Opera di Roma, ma senza pugnare, senza avvertire i suoi avamposti umani (quorum Paolino e Alessio Vlad), senza nulla opporre alla “sventura di non aver volontà di creare un recinto inviolabile pel suo essere artista”, senza mai aver ascoltato un’antologia del gran negletto Francesco Libetta e – che è peggio – senza mai dissolvere i legittimi sospetti sul suo patriottismo musicale: “Si riempie la bocca della parola Italianità: a differenza di quel che non facesse Abbado, le tasse le paga in Italia: e poi?”. E in questo punto interrogativo è il cappio da cui pende la vera amicizia esatta e soffocata.

 

Le pagine isottiane su Respighi e Gallone valgono come il verso di un denarius romano nel quale sono effigiate le insegne legionarie strappate dalle mani barbariche che se n’erano impadronite, consegnandole all’ignominia del nascondimento e dell’oblio.

 

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Gallone è il regista conosciuto per “meravigliosi film fra i quali la serie di Don Camillo e Peppone ove campeggiano due grandissimi attori quali Fernandel e Gino Cervi…”, ma qui conta che il nostro Paolino ricorda finalmente l’insuperabile pellicola che segna il terminus ad quem della nostra cultura cinematografica: “… ho visto con incredibile ritardo un film che avrebbe dovuto essere, e ch’è diventato uno di quelli della mia vita, Scipione l’Africano, del 1937, del grande Carmine Gallone: nato a Taggia di padre sorrentino nel 1886 e morto nel 1973… Il film su Scipione è una delle meraviglie del cinematografo.

 

Popolare nelle intenzioni, la sceneggiatura è fatta passando per la più minuta osservanza del dettato storico. Scipione campeggia per il suo genio, la sua umanità, il suo esser caro agli Dei: virtù e fortuna, ma grandioso è anche Annibale. La battaglia di Zama, lunga e dettagliata e fedelissima alla Storia, toglie il fiato: le riprese di massa sono superiori a quelle che farà Stanley Kubrick; è incredibile come si riesca a far recitare persino gli elefanti, che simulano l’impazzimento per il terrore o il dolore delle piaghe”.

Paolo isottaPaolo isotta

 

Signis receptis. Con in più – aggiungiamo – il dettaglio che artefice di quella sceneggiatura fu l’esoterista pagano Camillo Mariani Dell’Anguillara; e che la colonna sonora venne scritta da un altro misconosciuto artista: Ildebrando Pizzetti, anche autore della Sinfonia del Fuoco che troneggia nel film dannunziano Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone (terminus a quo).

 

Nemmeno un lustro fa accadde questo; accadde durante una colazione con l’illustre Mario Bortolotto e Giuliano Ferrara, accadde che la nostra ingenuità – cioè l’essere nel Genio italico – ci portò a domandare lumi sulla reputazione assente o negativa di Respighi e Pizzetti; e il maestro Bortolotto a momenti ci indicava la via dell’uscio, offeso sin nelle viscere da quei che sentiva essere venditori di fumisterie musicali con pretese esoteriche, lui che pure non disdegnò i salotti di Elémire Zolla e Roberto Calasso, nonché il più audace e selettivo rifugio romano di Julius Evola.

 

riccardo muti opera di romariccardo muti opera di roma

Di qui adesso il godimento pubblico e privato nel degustare il calice sapiente che Isotta, ministro della musicalità e della sperimentazione canora italiana, offre al lettore poco alfabetizzato come me che di Respighi conosce e ammira senza riserve la Trilogia romana; e che della famiglia Respighi venera anche il meno celebre Lorenzo, l’astronomo che dal 1866 al 1889 diresse quell’Osservatorio capitolino – poi stoltamente trasferito a Monte Mario per volere del ministro Giuseppe Bottai – dal quale nel 1918 sarebbe stata avvistata l’Aquila di Giove che guidò i fanti del Piave alla vittoria della Grande Guerra.

 

Isotta restituisce a Respighi la sua giustezza: “Ottorino è sì l’orchestratore dalla tavolozza piena di colori e di sfumature; ma è sopra tutto un poeta doctus: questa è la chiave per comprenderlo… E’ poeta doctus quanto alla sua cultura classica; quanto ad amore rivissuto in ricreazione per la musica antica; quanto alla scelta dei testi musicali da compositore di musica vocale; e perché il suo modo di reagire alla crisi del linguaggio musicale dopo Wagner è il ricorrere alla ricchezza dei Modi.

 

BEETHOVEN 2BEETHOVEN 2

Pochi compositori del Novecento posseggono una ricchezza modale come la sua… Respighi può essere accostato al Catullo dei meravigliosi carmina cosiddetti docta”. Respighi, “tacciato inanemente di bassezza onomatopeica”, rappresenta “l’estrema propaggine della divisa oraziana, propria del classicismo, omnis ars imitatio naturae”. Che altro, o Muse?

 

La sapienza profondissima degli animali. Isotta lo chiama Dio Creatore e va bene anche così, poteva definirlo orologiaio (ma fa un po’ massone kantiano) ovvero il Padre Celeste, origine prima della manifestazione… fatto sta che, essendo amico delle Muse, Paolino sa ascoltare la trama musicale che dalle sfere celesti si proietta fin quaggiù, dove uomini e animali agiscono ritmicamente, incoraggiati da inaccessi canoni, sonorità luminose che si cristallizzano in opere e pensieri corali.

 

Con la differenza che l’uomo, pur sapendo, dimentica e neglige; mentre gli animali patiscono la nostra smemoratezza inquinante. “L’uomo uccide col rumore gli animali che della musica hanno ragione di vita; e con un’indegna schiavitù animali che della libertà hanno ragione di vita; animali all’uomo soccorrevoli – i soli fra quelli selvatici: quando scorgono nuotare una donna incinta, ché la loro sensibilità dotata di un vero e proprio sonar consente loro di capire addirittura ciò, fanno particolare attenzione a non urtarla – che così li ripaga”.

 

E ancora, in un crescendo che è anche un finale, e che avrebbe tratto un sorriso di bonomia partecipe all’amico comune, e di comune sensibilità, Stefano Di Michele: “L’essere umano possiede alcuni canoni estetici innati, non derivanti dall’esperienza artistica; il più basilare è il principio di simmetria: ciò ch’è simmetrico risponde a un ordine, è armonico, è secondo forma, dunque è bello; ciò ch’è asimmetrico non risponde a un ordine, è disarmonico, è informe, dunque non è bello. Ma la simmetria esiste da centinaia di milioni di anni prima dell’uomo, nelle conchiglie a spirale, nella tela del ragno, nella forma dell’alveare e nelle celle esagonali che lo compongono…”.

stefano di michele   stefano di michele

 

Un canone, appunto, perché “il Dio tutto geometrizza” (Platone) in Numero puro, Armonia delle sfere, Sezione dorata, Divina proporzione: chiavi della vita che splende, come il Sole neapolitano di Paolino sulla sua opera magna sed apta nobis.

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