IN BARBA ALLA VENEZIA DI BARBERA, IL CAPOLAVORO DI STEVE MC QUEEN SULLA SCHIAVITU’ FA IMPAZZIRE IL FESTIVAL DI TORONTO

Silvia Bizio per "La Repubblica"

Lo hanno già definito il nuovo Schindler's list, su Twitter si moltiplicano i messaggi commossi di chi lo ha visto, e si parla apertamente di pioggia di Oscar. L'anteprima a Toronto di 12 years a slave di Steve Mc-Queen (il film che Alberto Barbera avrebbe voluto a Venezia) ha scioccato e colpito tutti per il modo brutale in cui racconta l'epoca dello schiavismo.

McQueen ha giustificato la scelta di mostrare la violenza in tutta la sua crudezza sostenendo che la riteneva necessaria per rendere giustizia a una storia mai raccontata troppo spesso sullo schermo. «Capisco se qualche spettatore sentirà la voglia di uscire dal cinema» dice il regista britannico «Ma la maggioranza del pubblico alla proiezione di Toronto ci ha tributato una standing ovation, e questo mi riempie il cuore».

Il film è tratto dal romanzo di John Ridley, ispirato alla storia vera di Solomon Northrup, un artista africano, libero, di New York che venne rapito e venduto come schiavo nel 1841, passando poi dodici strazianti anni da un proprietario all'altro. Protagonisti sono Chiwetel Ejiofor e Michael Fassbender, oltre a Alfre Woodard e Brad Pitt, che ha prodotto il film con la sua compagnia Plan B.

«E' un progetto molto speciale» dice Pitt «E' uno di quei rari momenti in cui la storia, le interpretazioni e la narrazione convergono a un livello altissimo. Mi sento molto fiero di averne fatto parte». Aggiunge Pitt, capelli lunghissimi e morbidi da spot di uno shampoo: «È una storia che ci esorta a prenderci cura uno dell'altro e renderci responsabili del bene comune».

Qualcuno chiede a Pitt se Quentin Tarantino non abbia sbagliato l'approccio alla schiavitù in Django unchained. «Django è una caricatura che a me è piaciuta tantissimo» risponde Pitt «Il nostro film è invece la ricostruzione romanzata di un periodo tragico della nostra storia. Ho sentito molte persone dire: la visione di questo film mi ha cambiato.
Gli aggettivi più usati sono intenso, duro, sconvolgente. Ascolto queste parole alla fine di una proiezione e sento di aver fatto il mio dovere come attore e soprattutto come produttore».

Brad Pitt nel film interpreta un falegname che crede alla storia di Solomon e scrive la lettera che porterà alla sua liberazione. «Tanti africani finirono il loro viaggio allucinante in Louisiana, dove abbiamo girato il film» continua il divo «New Orleans è una città che porta ancora le stimmate del suo passato raffinato, quello di derivazione francese, e quello più controverso dello schiavismo.

Dopo l'uragano Katrina mi sono molto avvicinato a questa città, ho dato il mio contributo alla ricostruzione dei quartieri più poveri, quelli tuttora definiti "neri", e credo che questo per me sia un po' una quadratura del cerchio. Noi americani bianchi, redneck, anglosassoni, ci portiamo ancora appresso degli storici sensi di colpa».

«Questo per me è un film sull'amore » puntualizza McQueen «Amore è una parola che sembra sciocca in questo contesto. Ma il film parla di questo. C'è molto dolore nell'amore a volte e devi affrontarlo. E' il viaggio di Solomon Northrup, che torna alla sua famiglia. E' come la vita no? E' dura, e devi affrontarla».

McQueen nega di voler puntare il dito sul razzismo in America. «Ho fatto il film perché volevo raccontare una storia sulla schiavitù, una tema che per me non ha ancora ricevuto abbastanza attenzione dal cinema. Una cosa è leggere della schiavitù, avere tutte queste illustrazioni e fotografie in bianco e nero, ma quando le vedi sulla pellicola e dentro un racconto l'effetto è diverso. Se poi questo dà vita a un dibattito, fantastico, eccellente, è ora che succeda. Ma io spero che vada al di là del discorso razziale. Questo film per me parla di come Northrup sopravvive a una specifica situazione, e non si può limitare a un discorso sulla razza».

L'estrema crudeltà nel film, tutti concordano, era necessaria. «Era importante trovare un qualcosa di umano nel mio personaggio, Epps» dice Michael Fassbender, che interpreta il più crudele degli schiavisti «in modo che il pubblico, per quanto orrendo sia, possano riconoscerlo come un loro simile, a volte. Ma la violenza fa parte di quella storia, noi eravamo lì solo per catturarla».

 

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