L’UOMO DI FIDUCIA DI COSA NOSTRA - ESCE IN LIBRERIA IL DIARIO DEL POTENTISSIMO ‘BOSS DEI BOSS’ VITO GUARRASI

Giuseppe Di Piazza per "Sette" del Corriere della Sera

Immaginate una sceneggiatura di un film noir, protagonista un uomo alla Jean Gabin, ma con accento siciliano, per cinquant'anni al centro dei più torbidi misteri: dalle trattative con la mafia per lo sbarco alleato alla morte di Mattei e De Mauro. La traccia di sceneggiatura che segue, è bene saperlo, è fondata su fatti veri e su racconti a mezzabocca.
Prima scena, esterno giorno, Palermo anni Venti. L'uomo è ancora bambino e gioca con due compagni di scuola nell'atrio alberato dell'Istituto Gonzaga.

I tre si inseguono, danno calci a un pallone, poi si fermano a chiacchierare. Il più alto si chiama Galvano ed è il principino Lanza di Trabia, antica nobiltà siciliana. Il più basso si chiama Mimì, vezzeggiativo per Domenico; il suo cognome è La Cavera, buona borghesia della città. Il terzo, il nostro futuro Jean Gabin, ascolta e giudica, dà agli altri due alcuni consigli su come colpire il pallone.

Si chiama Vito Guarrasi, è nato nel 1914, e per tutta la vita darà consigli. Suo padre è un possidente di Alcamo, e la natura ha voluto il piccolo Vito non solo dotato di mezzi finanziari, ma anche di astuzia e senso raffinato dell'umorismo. Davanti a sé il bimbo che dà consigli ha un futuro gigantesco, quello che la bozza di sceneggiatura che state leggendo racconterà, a tinte ora chiare, ora scure.

Seconda scena, porto di Algeri, primi di settembre del 1943. Da una corvetta inglese scende una delegazione di militari italiani in borghese guidata dal generale Giuseppe Castellano. La missione italiana, coperta dall'assoluto segreto, ha il compito di trattare i termini dell'armistizio che da lì a poco sarà firmato a Cassibile, provincia di Siracusa. Del gruppo fanno parte due giovanotti dall'aspetto elegante: il principe Galvano Lanza di Trabia, sottotenente di cavalleria, e il suo amico di sempre Vito Guarrasi, capitano di complemento degli autieri.

I due siciliani, che non hanno ancora trent'anni, parlano entrambi un fluente inglese e prendono parte, sin da subito, alle trattative con la controparte alleata. Guarrasi scrive sui giorni di Algeri un diario che consegna nel corso della sua vita al terzo amico dei giardinetti del Gonzaga, Mimì La Cavera, divenuto nel frattempo primo presidente della Confindustria siciliana e deus ex machina di molte delle imprese finanziarie dell'Isola.

Questo diario, davvero sorprendente per ricchezza di particolari e precisione dei meccanismi politico-militari, è stato da poco pubblicato da due bravi giornalisti, Marianna Bartoccelli e Francesco D'Ayala nel libro "L'Avvocato dei misteri" (Castelvecchi editore), imperdibile saga sulla vita del nostro Jean Gabin, l'avvocato Guarrasi.

Terza scena, Palermo, pochi giorni dopo l'8 settembre. In una villa liberty di via Dante, dove oggi abita per diritto d'eredità il sindaco Leoluca Orlando, il giovane capitano Vito Guarrasi, su mandato del generale Castellano, sta spiegando ai nobili palermitani che lo sbarco alleato non comporterà l'arrivo del comunismo in Italia. Il capitano dà assicurazioni ampie, avendo discusso di tutto questo ad Algeri, lungamente.

I nobili ascoltano preoccupati. Presenti alla riunione ci sono anche alcuni gabellotti delle famiglie patrizie. Cioè, con molta probabilità, mafiosi di modesto rango. Lo sbarco alleato era avvenuto con l'accurata regia di Cosa Nostra. Lucky Luciano aveva lubrificato ogni ingranaggio e persino don Vito Genovese era giunto da New York, dove risultava latitante, per farsi fotografare in divisa yankee insieme al comandante americano in Sicilia, generale Charles Poletti. I due capimafia del tempo vennero nominati dagli Alleati uno sindaco di Villalba (don Calogero Vizzini), l'altro responsabile del centro di assistenza di Mussomeli (don Genco Russo).

Si potrebbe dire che la Cosa, durante lo sbarco, fu davvero Nostra.
La sceneggiatura procede con l'avvocato che viene candidato alle politiche del '48 per il Blocco del Popolo (primo del non eletti), voluto in lista dal leader comunista siciliano Mommo Li Causi; poi con l'avvocato che, da simpatizzante socialista e amico di Marco Pannella, diviene uomo di fiducia di Enrico Mattei all'indomani della scoperta del petrolio a Gela (1956); e ancora con l'avvocato che siede in cabina di regia del milazzismo, il primo governo siciliano che fece fuori la Dc, grazie a un'allenza tra comunisti e missini (1958).

Ma a questo punto, e siamo nel '62, le tinte della sceneggiature diventano noir. Un volo privato tra Catania e Milano cade a due passi dal futuro casello di Melegnano, comune di Bescapè. A bordo c'è il presidente dell'Eni, Mattei, che non sopravvive. Mattei aveva sfidato le sette sorelle americane, cioè le grandi compagnie petrolifere Usa, stringendo alleanze con i paesi nordafricani.

L'avvocato Guarrasi, sospettato di avere avuto un ruolo nella caduta dell'aereo, disse sulla questione poche e taglienti parole, consegnate al giornalista Claudio Fava, in una delle rare interviste concesse durante i suoi 85 anni di vita: "Mattei era il mio migliore cliente. Sarei stato così stupido da farlo ammazzare?".

Eppure, qualche tempo dopo, quando (1970) scomparve nel nulla il giornalista de L'Ora Mauro De Mauro, molti pensarono che a farlo ammazzare fosse stato proprio il nostro Jean Gabin, tra gli ultimi a incontrarlo - poche ore prima del rapimento - per parlare giusto del caso Mattei. De Mauro stava dando una mano a Francesco Rosi per scrivere la sceneggiatura del film sul presidente dell'Eni. E s'era rivolto a uno che lo aveva conosciuto bene. Abbiamo parlato, confermò Guarrasi. Ma niente più.

Accusato di essere il "Signor X" del rapimento De Mauro, l'avvocato querelò una dozzina di giornalisti ma la storia finì lì, senza danni per nessuno. E senza il ritrovamento delle spoglie di De Mauro. In quegli anni, Guarrasi fu un ascoltato consigliere dei servizi segreti americani, dell'Eni di Cefis, dei comunisti siciliani, del Banco di Sicilia, dell'Ente minerario e degli esattori Salvo di Salemi, pluriaccusati di mafia.

Il film si conclude con il nostro avvocato che contempla il volo di un calabrone, nella veranda della sua villa moresca di Mondello. E' il 31 luglio del 1999, una giornata afosa. Jean Gabin si assopisce per sempre, portando con sé le verità che non scopriremo mai.
Il volo del calabrone era una delle metafore che nel corso dei decenni sono state utilizzate per descrivere la sua vita così tanto riservata e misteriosa. Il calabrone è un insetto che vola sfidando le leggi della fisica: corpo pesante e ali minute.

Così come l'avvocato Guarrasi: pesante il suo ruolo nella storia oscura del nostro paese, minimi gli attacchi che ha dovuto realmente subire. Tant'è che volò indisturbato per 85 anni e l'unica volta che ebbe a che fare con i giudici fu un paio d'anni prima di andarsene, come testimone del primo processo contro Giulio Andreotti, calabrone supremo.

In quella sede, dialogando con i giudici, parlò del suo lontano cugino Enrico Cuccia, altro magnifico esemplare di calabrone, con il quale parlava - così disse - delle cose di cui parlano gli anziani: parenti scomparsi e sepolture. Il proprio epitaffio, che consegnò a Claudio Fava nell'intervista già citata, doveva essere : "Fu un uomo intelligente. E chiacchierato". Non credo che il suo volere venne rispettato.

2 - INTERVISTA A VITO GUARRASI
Conobbi l'avvocato Vito Guarrasi una mattina di dicembre dell'86, nella sede romana del Banco di Sicilia, e riuscii a convincerlo a rispondere ad alcune domande su Sicilia, mafia, antimafia. Da qualche mese a Palermo si celebrava il maxi-processo istruito da Falcone, che accusava per la prima volta Cosa Nostra di avere una Cupola. Il colloquio che avemmo è rimasto in gran parte, per 26 anni, sul mio taccuino. Ecco il resoconto di quella conversazione.

Avvocato Guarrasi, è fiero di essere siciliano?
«Io brontolo, però non mi è mai passato per la testa di voler nascere altrove. Tutto ciò che continua nella mia famiglia non è né siciliano, né italiano. La mia unica figlia è sposata con un francese. Hanno due figli. Tutti e quattro sono, se si può dire, sudditi di Francia. Ma stiano attenti: se dicono che mandano i figli in Francia allora io mi risento».

Cosa non le piace di Palermo e dei siciliani?
«Non mi piacciono la diffidenza e la furberia, non mi piace il dialogo incivile della società siciliana: è ammantato di coperture, ed è fazioso. Se solo imparassimo a parlare chiaro! C'è una parola che a Palermo riassume quel che lei descrive: spagnolismo. Forse c'è ancora da noi il gusto di tenere alle apparenze. Nel Settecento cercavamo di seguire i mobilieri francesi. Ci sono modelli siciliani di quel tempo riusciti a perfezione, ma si vede che sono siciliani non appena si apre un cassetto: l'interno è di tavolaccio».

Difenderebbe imputati del maxi-processo in corso a Palermo?
«Sì, certamente. Clienti amici mi hanno portato casi di persone in difficoltà per via di questo giudizio. A me non è capitato, a qualche collega sì, di avere tutta la clientela in carcere».

Che giudizio dà del maxi-processo?
«La difesa è in estrema difficoltà. Questa gente è stata condotta in aula sulla base di un preconcetto. Ci sono sentenze istruttorie che mandano gli imputati allo sbaraglio. E c'è il fatto che di queste cose si deve poter discutere: lo si legge anche nella sentenza di Cassazione di Carnevale».

Ma secondo lei si stanno o no giudicando dei mafiosi?
«Tra questi imputati ci saranno quelli veri, è possibile. Ma questo tipo di istruttorie non giovano ad avere la verità. Può succedere che tutto venga travolto e che, più in definitiva, questo giovi a chi si attendeva un processo duro».

Ma è d'accordo o no sull'impianto del maxi-processo?
«Non si doveva fare un processo così grande. È uno snaturamento del diritto fare un processo contro la mafia. Il problema mafia si tratta sul piano sociale, sociologico, filosofico. I processi invece si fanno contro le persone che abbiano commesso dei reati o che ci sia il sospetto che li abbiano commessi».

E i magistrati?
«Oggi si dice: questo è un magistrato contro la mafia. Ma un magistrato non può essere, nella sua azione, contro la mafia. Lui può essere contro quel mafioso o contro quell'altro mafioso contro cui s'è iniziata l'azione legale».

Cosa pensa della legge Rognoni-La Torre, che ha introdotto il reato di associazione mafiosa?
«Lo stato di diritto deve rivedere le sue leggi. La Rognoni-La Torre ha molti difetti. Tanto che in Sicilia ormai si dice: abbiamo due guai, la mafia e l'antimafia. Io dico che ci si deve adattare ai tempi rifondando il sistema giuridico».

Ma la mattanza c'è stata...
«Lo so. Ma non si può, di fronte alle centinaia di morti ammazzati, rispondere con la carcerazione di massa, stile prefetto Mori. E poi resta il problema culturale. Faccio un esempio. In Sicilia giurano che quel tale ragazzino non è stato abbattuto dalla mafia. Che è come dire: la mafia non è capace di abbattere un ragazzino. In questo modo le si dà un attestato. Quindi mi chiedo: dov'è questa Sicilia tutta protesa contro la mafia? La lentezza, la strafottenza... È colpa anche nostra: dietro gli sportelli ci sono siciliani, non piemontesi».

Che giudizio dà dei politici siciliani?
«Stanno per cominciare a migliorare».

Un anno fa è stato eletto un giovane sindaco, Leoluca Orlando...
«È figlio di un carissimo amico che mi dice: aiutatelo, aiutatelo. Però quando il sindaco afferma che ora tutto è trasparente, questo no! Ci vuole un po' di misura».

Un problema che le viene in mente pensando alla Sicilia.
«Non c'è spirito associativo».

Ma come? Mi pare che la mafia sia stata inventata da siciliani...
«Non c'è un'unica mafia contro cui lotta il giudice Falcone. Ci sono innumerevoli mafie. Ma quale Cupola...»

Come si combatte la mafia?
«Agendo sul terreno economico. Man mano che l'economia cresce si leva terreno alla mafia. Bisogna agire sulle coscienze delle persone e spiegare che le regole della cavalleria sono fasulle».

Qual è la sua grande passione?
«La comunicazione. Le racconto un aneddoto. Ero ragazzino, e ad Alcamo venne ammazzato uno che si chiamava Guarrasi. Lo aspettarono sotto casa e lo riempirono di piombo. Venne da me un cugino di mio padre, che aveva una quindicina d'anni più di me. Voleva che facessi una dichiarazione scritta per dire che questa persona niente aveva a che vedere con la famiglia Guarrasi. La scrissi. Sapevano che ero capace a fare comunicazione».

I suoi autori preferiti?
«Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa».

E Sciascia?
«Mi diverte, ma non mi incatena».

Il suo regista più amato?
«Visconti, il Gattopardo. Noi, dèi ci riteniamo≥.

 

 

 

Vito Guarrasi jpegVITO GUARRASI VITO GUARRASI VITO GUARRASI LA FIRMA DELL ARMISTIZIO A CUI AVREBBE PARTECIPATO VITO GUARRASI COPERTINA DEL LIBRO L'AVVOCATO DEI MISTERI - VITO GUARRASI.

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