de filippo eduardo peppino luigi luca titina

LUIGI DE FILIPPO RACCONTA IL RAPPORTO COMPLICATO TRA I FRATELLI EDUARDO E PEPPINO: “ARRIVARONO A NON PARLARSI PIÙ. MA NON ERA ODIO NE' RANCORE: ERA QUALCOSA CHE METTEVA IN GIOCO LA LORO NATURA DI ARTISTI. CONCEPIVANO DIVERSAMENTE IL TEATRO - EDUARDO ERA UN GENIO INTRATTABILE, PEPPINO ERA MENO SPIETATO. QUELLA VOLTA DA PIO XII..."

Antonio Gnoli per “la Repubblica”

 

Luigi_De_FilippoLuigi_De_Filippo

Sotto il campanello della porta, nell'ovale di ottone, è inciso "Casa De Filippo". "Casa" offre un'idea di accoglienza e di perimetro, di tradizione, e riconoscimento di un cognome celebre. Suono in una mattina leggera e azzurra. Da qui, non distante da piazzale delle Muse, si domina Roma. È Luigi ad aprire. Il figlio di Peppino, nipote di Eduardo e di Titina, cugino di Luca; il solo rimasto della grande dinastia di teatranti.

Luigi De Filippo Luigi De Filippo

 

Lo guardo come fosse un pezzo raro: duro, scolpito e al tempo stesso fragile. È un uomo i cui tratti del volto sembrano la curiosa sintesi dei due celebri fratelli. Parla con compunta pazienza, come se dovesse spiegare la punteggiatura di un lavoro che lo vede impegnato da più di sessant'anni.

 

Mi giunge una voce che non somiglia a quella bastonata, risentita, capricciosa di Peppino, ma neppure a quella magnificamente cupa e sarcastica di Eduardo. È una voce che annoda il filo dell'audacia con quello della pazienza: «Da sempre queste due componenti hanno attraversato la mia vita, urtandosi a volte, alternandosi altre, rincorrendosi come due metà di un discorso che ho cercato, proposto e imposto nel nome di una tradizione teatrale».

Luigi_De_FilippoLuigi_De_Filippo

 

È così importante per lei la tradizione?

«Lo è quasi quanto respirare. Senza questo sfondo, senza il repertorio che la mia famiglia ha costruito nel tempo non sarei quello che sono diventato. Un attore che per tutta la vita ha fatto solo questo».

 

Se il teatro le fosse stato precluso?

«Amo la musica. Zia Titina mi insegnò a leggerla e a suonare il piano. Mi sarebbe piaciuto essere un direttore d'orchestra. Partecipe di un gruppo da guidare e mandare a tempo. In fondo il mio mestiere è anche un po' questo: dirigo una compagnia, con tutti i problemi e le responsabilità che questo comporta».

EDUARDO DE FILIPPOEDUARDO DE FILIPPO

 

Problemi di quale natura?

«Finanziari: con mia moglie Laura Tibaldi ho rilevato il Teatro Parioli dove allestisco commedie, ora per esempio sto preparando Natale in casa Cupiello, con 14 attori e due tecnici. I costi ci sono. Non pensavo fosse così complicato. Ringrazio mio zio Eduardo e mio padre Peppino per avermi insegnato la disciplina. Devi essere una macchina da guerra sul palcoscenico se vuoi che le cose funzionino a dovere».

 

Come sono stati i rapporti tra i due fratelli?

«Buoni, anzi ottimi, per tutta la prima fase della loro carriera. Poi si sono deteriorati fino al punto di non parlarsi più».

 

Cosa scatenò quest' odio?

«Non era odio, e neppure rancore. No, era qualcosa che metteva in gioco la loro natura di artisti. Concepivano diversamente il modo di stare nel teatro».

 

LUCA E EDUARDO DE FILIPPO  LUCA E EDUARDO DE FILIPPO

E questo era sufficiente?

«Per Eduardo penso proprio di sì».

 

So che suo padre fece ripetuti tentativi di riavvicinamento.

«Io stesso provai più volte a parlare con lo zio. Poi la storia si ingarbugliò al punto che Eduardo accettò di vederci».

 

Quando?

«Era il 1972. Convinsi mio padre ad andare al teatro San Ferdinando dove Eduardo recitava Napoli milionaria Alla fine del primo atto, Eduardo restò sul palcoscenico in silenzio. E anche il pubblico, che aveva cominciato a muoversi, tacque. "Voi sapete - cominciò a dire Eduardo - che tra me e mio fratello sono incorsi numerosi fraintendimenti. Hanno detto che non ci vogliamo bene. Ma non è vero. Ora lui è in sala con il figlio e vorrei che salissero su questo palcoscenico"».

giacomo furia  toto peppino de filippo la banda degli onesti giacomo furia toto peppino de filippo la banda degli onesti

 

Cosa accadde?

«Noi ci alzammo e la gente cominciò ad applaudire. Ero emozionato e Peppino aveva un'aria stralunata. Salimmo. Dopo un attimo di incertezza si abbracciarono. Poi, con gesto sovrano, Eduardo stese il braccio verso il pubblico: vedete come è semplice riconciliarsi. Dopo la recita andammo in una piccola osteria».

 

Ricorda cosa si dissero?

«Parlarono di tutto, evitando di affrontare progetti artistici che avrebbero creato nuove tensioni. Però ho ancora in mente Eduardo che parlando della famiglia disse: vedi Peppino, il teatro è il racconto della lotta quotidiana dell'uomo per dare un senso alla propria vita. E la vita vive di passioni: l'amore, la gelosia, l’ira, l'invidia e l' odio, la bontà e la cattiveria. Noi De Filippo le abbiamo portate sulla scena e il pubblico vi si è riconosciuto».

 

Quegli stessi sentimenti di cui i De Filippo non furono indenni.

peppino  de  filippo  peppino de filippo

«Come tutti gli uomini anche i De Filippo erano abitati dalle passioni».

 

Non vorrei sembrare troppo insistente. Ma ho come l'impressione che anche dopo la riconciliazione a teatro, i due fratelli abbiano continuato a non frequentarsi.

«Il carattere di Eduardo era quello di un genio intrattabile».

 

Peppino molto più bonario.

«Indubbiamente. Meno spietato. E poi era come se le due nature si collocassero agli antipodi: Eduardo fece di Napoli il centro dell' universo; Peppino mise il suo talento su alcune interpretazioni memorabili».

 

C'è anche da dire che la popolarità di Peppino gli derivò soprattutto dal cinema e dalla televisione. Si può avanzare il sospetto che non andasse a genio al fratello?

«So soltanto che il successo che mio padre riscosse interpretando la figura di Pappagone infastidì mio zio. Trovava teatralmente stonato quel parlare per strafalcioni».

 

eduardo de filippo  eduardo de filippo

Lei ha lavorato con entrambi?

«Fu mio zio a farmi esordire nel 1948. Di mio padre sono stato per vent' anni il collaboratore più stretto. Una grande lezione, ma anche diversi contrasti».

 

Dovuti a cosa?

«Principalmente all'uso della lingua. A un certo punto Peppino volle tradurre in italiano alcune commedie che aveva scritto in napoletano. Mi sembrò una profanazione. In fondo, vede, sono state tre le lingue da cui è nato il teatro italiano: il napoletano, il veneto, il siciliano. Pirandello diceva che il popolo si esprimeva in due modi: con la lingua e i coltelli».

 

Pirandello fu importante per i De Filippo.

PEPPINO De FILIPPOPEPPINO De FILIPPO

«Incuriosito dal loro successo, lo scrittore andò ad ascoltarli e ne fu entusiasta. La collaborazione si sviluppò con due sue opere: Liolà e Il berretto a sonagli. Siccome Pirandello aveva conoscenze a Hollywood pensò di portare Liolà al cinema e farlo interpretare ai due. Poi la guerra fece naufragare il progetto».

 

Come viveste gli anni della guerra?

«Come tutti, male. Ci trasferimmo a Roma nel 1942. Pensavamo di essere meno esposti ai bombardamenti che avevano martoriato Napoli. Ma anche a Roma fu dura. L'occupazione nazista, la gente impaurita, la fame e il disorientamento. Poi arrivò l'8 settembre. Ricordo che alcuni soldati italiani bussarono alla nostra porta chiedendoci degli abiti borghesi. Mio padre mise a loro disposizione il guardaroba. Poi la guerra passò e la gente ebbe voglia di tornare a vivere».

titina  de  filippo  titina de filippo

 

Proprio a Roma nella seconda metà degli anni Sessanta cominciò ad affermarsi il teatro di avanguardia. Che giudizio dà di quella esperienza?

«Sono favorevole a qualsiasi tipo di teatro purché sia conoscenza di vita. La mia preferenza va al teatro della tradizione, ma quando è fatto bene. Il teatro di innovazione non sempre è comprensibile. Spesso lo spettatore non capisce ciò che vede e per un momento ha il dubbio di essere un cretino. Ma alla fine scopre che non è così».

 

Ha conosciuto Carmelo Bene?

«Ci fu un periodo in cui la sera andavamo spesso a cena. Arrivammo perfino a un passo dal realizzare una commedia insieme: Le furberie di Scapino di Molière. Ma le nostre visiono sul teatro erano troppo diverse. Mi viene in mente che mi parlò anche di un progetto».

 

EDUARDO TITINA E PEPPINO DE FILIPPOEDUARDO TITINA E PEPPINO DE FILIPPO

Quale?

«Mi disse che avrebbe voluto realizzare il Don Chisciotte, affidando la parte dell'hidalgo a Eduardo e di Sancho a Peppino. Mi propose di parlarne ai due».

 

Non poteva farlo direttamente?

«Sapeva dei contrasti fra i due e poi conosceva piuttosto bene Eduardo con il quale aveva fatto insieme dei recital. Capitava perfino che si vedessero a cena a casa di Elsa Morante. Ma voleva che l'offerta partisse da uno della famiglia. E quando la riferii agli interessati le risposte separate ma simili furono: già non andiamo d'accordo noi, figuriamoci cosa accadrebbe con Carmelo».

EDUARDO E PEPPINO DE FILIPPOEDUARDO E PEPPINO DE FILIPPO

 

Quanto le è pesato il nome che porta?

«Il nome De Filippo è stato per me uno stimolo».

 

Per la sua educazione sentimentale?

«Un'educazione che oltre alla fortuna, alla tenacia, all' abilità e alla furbizia ha richiesto talento. Se non hai talento non duri sulle scene per quasi settant' anni. Poi ci vuole anche la disciplina. Quando lavoravo con Eduardo sapevo che c'erano delle regole da rispettare e guai a trasgredirle».

 

Napoli forse non aiuta alla disciplina.

«Chi l'ha detto? La fantasia non è nemica del rigore».

 

Cosa le piace della lingua napoletana?

«La sua forza evocatrice, il colore, l'immagine pirotecnica. Se no Goethe non avrebbe detto che Napoli è il paradiso abitato dai diavoli».

 

EDUARDO TITINA E PEPPINO DE FILIPPO EDUARDO TITINA E PEPPINO DE FILIPPO

È il sacro e il profano che si mescolano.

«Il golfo di Napoli mi fa ancora oggi pensare a un'acquasantiera in cui farsi il segno della croce».

 

Crede in Dio?

«Credo in un ente supremo che ci può aiutare nei momenti di difficoltà. Di solito a Napoli ci si rivolge ai santi. Sono loro che intercedono con il "capo". E guai se il santo non ti ascolta. San Gennaro non viene solo invocato ma anche offeso dal napoletano che lo chiama "faccia 'ngialluta", quando non risponde».

 

Forse pari al sacro c'è solo la superstizione a Napoli.

EDUARDO E PEPPINO DE FILIPPO EDUARDO E PEPPINO DE FILIPPO

«È un carattere indistruttibile. Entrato perciò a pieno titolo nelle commedie di Peppino. Come il lotto. Eduardo e tutta la compagnia furono ricevuti da Pio XII. Mio zio mi disse: vieni anche tu. Era per celebrare il successo di Filumena Marturano. Salendo le scale del Vaticano Tina Pica si avvicinò a Eduardo e gli disse: direttò ma che dite, sua Santità ce li dà due buoni numeri per giocarli al lotto? Fu una delle poche volte che vidi mio zio ridere».

 

Cosa ricorda del rapporto di suo padre con Totò?

«La collaborazione di Peppino non fu quella di una "spalla". In realtà Totò e Peppino furono due parti della stessa mela. Era tale la loro intesa che spesso le scene che recitavano venivano quasi interamente improvvisate ».

 

Cosa fece l' altra metà della mela quando Totò morì?

«Peppino provò un dolore molto forte ma riservato. Non andò neppure ai funerali. Non voleva rivedere l' amico, con cui aveva condiviso la giovinezza, la fame e poi il successo, in quella condizione. Papà era anche molto amico di Fellini e quando Fellini si ammalò non volle mai andare a trovarlo. Voleva ricordarlo per come lo aveva conosciuto».

EDUARDO E PEPPINO DE FILIPPO  EDUARDO E PEPPINO DE FILIPPO

 

Quali sono stati i suoi rapporti con Luca, il figlio di Eduardo?

«Anche se in vita non ci siamo frequentati molto, la sua morte mi ha addolorato. Non abbiamo mai lavorato assieme eppure ci legava una stima profonda e reciproca. Luca mi manca come parte della mia vita».

 

Una parte obiettivamente assente.

«Diciamo un rispetto, stranamente, rafforzato dalla lontananza. Forse se avessimo lavorato assieme sarebbe esploso qualche contrasto. Chissà».

 

È il fantasma dei padri?

«Ma le colpe dei padri non ricadono sui figli!».

 

Ancora loro due.

«Quando morì Peppino, Eduardo stava recitando a Bologna. E per quella sera chiuse il teatro. Non venne però al funerale».

 

Le dispiacque?

EDUARDO E PEPPINO DE FILIPPO   EDUARDO E PEPPINO DE FILIPPO

«Molto. Conoscendoli, capii che lui voleva evitare la sceneggiata, il dolore pubblico.

La sua presenza non sarebbe certo passata inosservata. C' è qualcosa di morboso nella curiosità della gente».

 

Lei andò al funerale di Eduardo?

«Andai a rendergli omaggio al Senato dove esposero la salma».

 

Come immaginerebbe in questo momento quei due?

«Mi piacerebbe vederli discutere. Il loro amore per il teatro è stato più forte della rivalità. E poi c'era Titina. Cercò sempre senza riuscirci di mettere pace tra loro».

 

TINA PICATINA PICA

Fu come una grande madre.

«Aveva il senso compiuto delle cose che si fanno. Quando si ammalò di cuore i dottori le dissero che non avrebbe potuto più recitare. Intraprese perciò l' attività di pittrice. Aveva, oltre alla musica, una grande passione per il disegno. Jean Cocteau presentò la sua prima mostra a Parigi. Non si perse d'animo, grazie alla sua anima napoletana e alla religione: apparteneva al terziario francescano».

 

Bisogna sapere quando smettere?

«Uno non sa mai veramente quando è l' ora in cui deve smettere. È la nostra fortuna. Gli attori poi vorrebbero scrivere la parola fine solo su quelle quattro tavole fatate».

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