MATITE STREGATE - DOPO GIPI TOCCA A ZEROCALCARE: LA GRAPHIC NOVEL ALLA CONQUISTA DELLO STREGA - SCANZI: “IL FUMETTO È POPOLARE. VENDE, FA PARLARE DI SÉ E, COME IL CANTAUTORATO, NON E' ARTE DI SERIE B”

Andrea Scanzi per “il Fatto Quotidiano”

 

ZEROCALCARE MURALES REBIBBIAZEROCALCARE MURALES REBIBBIA

La notizia di una graphic novel candidata allo Strega, “Dimentica il mio nome” (Bao Publishing) di Zerocalcare, può stupire – e addirittura indignare – soltanto chi in questi ultimi anni ha vissuto su Marte. Non c’è nulla di strano né di sacrilego: è semplicemente una candidatura giusta. Era già accaduto un anno fa, con “Una storia” di Gipi (Coconino Press). I due autori sono stati i protagonisti di uno degli incontri più significativi della rassegna “Libri come”, lo scorso weekend all’Auditorium di Roma.

 

La Sala Petrassi (700 posti) era piena. L’organizzatore, Marino Sinibaldi, aveva avuto l’idea abbastanza azzardata di un incontro senza reti: niente scaletta, niente moderatori. Il più terrorizzato era Zerocalcare, al secolo Michele Rech, 31enne nato casualmente ad Arezzo ma romano di Rebibbia. Non un mattatore sul palcoscenico: timido, impacciato, fissava un punto imprecisato del palco e si perdeva in mille parentesi, affidandosi al collega alla sua destra.

 

ZEROCALCARE DIMENTICA IL MIO NOMEZEROCALCARE DIMENTICA IL MIO NOME

Ovvero Gipi, vero nome Gianni Pacinotti, 51enne pisano, fresco reduce dal suo matrimonio: “Mi sono sposato ieri in Alto Adige e sono appena tornato, dopo che per tutta la cerimonia un gruppo di tedeschi alcolizzati ha tentato di possedere mia moglie”. Per i primi dieci minuti l’incontro è stato un balbettio reciproco, poi la chiacchierata si è rivelata molto stimolante. Gipi regalava le sue battute malinconiche (ma esilaranti), Zerocalcare raccontava la sua eterna lotta con l’accettazione di una passione – il disegno – diventata ormai lavoro. Lavoro assai redditizio, perché nessuno ha mai venduto come lui in Italia.

 

zerocalcarezerocalcare

Non con il fumetto: nei primi tre mesi di vita, “Dimentica il mio nome” (uscito a ottobre) aveva già superato le 80mila copie. Gipi non ha mancato di sottolinearlo: “Stai sul cazzo a un sacco di gente. Anch’io, all’inizio, mi rifiutavo di leggerti. Poi l’ho fatto e ho capito che, oltre a essere molto bravo, sei perfettamente contemporaneo. E anche questo non te lo perdoneranno mai”.

 

Bastava assistere all’incontro di domenica per capire che è accaduto qualcosa di quasi impensabile in Italia: nel momento in cui la carta è in crisi e il fumetto pare anacronistico, la graphic novel è divenuta addirittura popolare. Vende, fa parlare di sé e costringe perfino la critica ad ammettere – con decenni di ritardo – che forse il fumetto non è un’arte di serie B. Un po’ come il cantautorato, reputato fino a ieri la bruttissima copia della poesia.

 

gipi e zerocalcaregipi e zerocalcare

In Italia i disegnatori di qualità non sono mai mancati, tanto nel fumetto seriale (gli albi della Bonelli, ma anche il Lazarus Ledd del prematuramente scomparso e mai troppo lodato Ade Capone) quanto nei maestri riconosciuti (Crepax, Milo Manara, Andrea Pazienza).

 

Proprio Pazienza è il punto di riferimento che meglio inquadra Gipi: all’autore pisano manca forse il taglio pienamente ironico – quello di “Paz e Pert” – ma dentro ogni sua tavola c’è tutto quel groviglio di dolore, inquietudine e follia che condusse Pazienza prima al genio e poi all’implosione.

 

Anche di questo, di implosioni, Gipi si intende: ha cominciato a disegnare solo a 37 anni, dopo un’adolescenza da punk e rapporti conflittuali con la famiglia, innamorandosi di un libro – rubato 15 anni prima in treno – che gli ha insegnato a pensare “solo con la parte destra”. Aveva anche smesso di disegnare, dopo le prime avvisaglie di successo, incapace di gestire quella nuova realtà.

domenico procacci kasia smutniak e nanni moretti all incontro con gipi e zerocalcaredomenico procacci kasia smutniak e nanni moretti all incontro con gipi e zerocalcare

 

C’è, nel suo sguardo e nelle sue pagine, una sorta di sofferenza incurabile. Le sue opere migliori, da “La mia vita disegnata male” a “Una storia”, sono fortemente autobiografiche. Una cifra anche di Zerocalcare, che nel suo ultimo libro narra la storia della sua famiglia senza rinunciare ai sempiterni armadilli, cavalieri dello Zodiaco e personaggi di Street Fighter.

 

Entrambi sono stati ospiti di Fazio e Bignardi, regalando alcune delle interviste migliori della stagione, ma non è solo con l’esposizione mediatica che si spiega questo (meritato) successo. E’ piuttosto avvenuto, con consueto ritardo italico, che la graphic novel sia divenuta una delle arti più indicate per tratteggiare una contemporaneità schizofrenica.

 

Così come Art Spiegelman seppe raccontare l’Olocausto con “Maus” (una delle opere preferite da Gipi) e Joe Sacco il martirio della striscia di Gaza in “Palestina”, Gipi e Zerocalcare fotografano questo presente deviato e schizoide, malato di ego (da qui l’autobiografia insistita) e di intolleranza (il reportage da Kobane di Zerocalcare, pubblicato su Internazionale, è pregevolissimo).

 

A entrambi importa pochissimo di essere candidati allo Strega e di “contribuire al rilancio del fumetto italiano”. C’è da capirli: sono cani sciolti, artisticamente anarcoidi e in parte – soprattutto Zerocalcare – inconsapevoli del loro talento. Gipi è un Pazienza meno allegro e non meno macerato, Zerocalcare è un rapper del fumetto che neanche sa come nascano le sue rime (ma nascono bene). Entrambi oltremodo contemporanei, entrambi oltremodo preziosi.

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