LA ‘MELA’ DELLA DISCORDIA - LA COMPAGNIA DI GESÙ SI DIVIDE SULLA MEMORIA DI JOBS: DOPO L’ELOGIO FUNEBRE DEL DIRETTORE DI “CIVILTÀ CATTOLICA” (“UN VISIONARIO E UN GENIO”) ARRIVA LA CENSURA DI “AMERICA”, RIVISTA DELL’ORDINE NEGLI STATI UNITI (“LA APPLE È UNA FABBRICA DI MISERIA PER I SUOI DIPENDENTI”) - I RELIGIOSI USA FANNO LE PULCI A JOBS: “FINO ALL’ULTIMA TRANCHE DI LIQUIDITÀ DA 76 MLD $, HA RACCOLTO I SUOI SOLDI IN SOCIETÀ CREATE IN STATI FISCALMENTE VANTAGGIOSI COME IL NEVADA. BILL GATES ALMENO HA FATTO BENEFICIENZA”...

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Giacomo Galeazzi per "la Stampa"

«Santo» o «sfruttatore»? Saggio maestro di vita come Sant'Ignazio di Loyola o avaro indifferente ai poveri come il ricco Epulone del Vangelo di Luca? Malgrado fosse buddista, Steve Jobs è divenuto una figura centrale nel dibattito cattolico. E fa «litigare» la Compagnia di Gesù. In particolare, infatti, ne discutono i Gesuiti. Da un lato l'elogio funebre di padre Antonio Spadaro, direttore di «Civiltà Cattolica», che ha definito il creatore di Apple «visionario,genio,rivoluzionario» paragonandolo a Sant'Ignazio di Loyola: «La sua visione della vita e della morte è molto simile a quella del fondatore della Compagnia di Gesù».

Dall'altro le critiche dei gesuiti Usa. Sono di tutt'altro avviso rispetto a padre Spadaro, infatti, i confratelli statunitensi che, attraverso la loro rivista «America», contestano l'«eredità consumistica» di Jobs ricordando come i suoi gioielli tecnologici vengano costruiti in Cina dentro stabilimenti che sembrano «campi di prigionia, tra lavoro minorile ed epidemie di suicidi».

La lettura critica dell'«universo Jobs» è stata realizzata da Raymond A. Schroth per «America», che non è una rivista qualunque: ha sede a New York, è prodotta dai gesuiti, negli Stati Uniti è considerata la rivista di punta del cattolicesimo progressista. Ovvio, dunque, che abbia un peso in tutto il mondo, Vaticano compreso.

Il giudizio su Jobs è severo: «Apple è una meravigliosa azienda per i suoi clienti e investitori ma è anche una fabbrica di miseria per i suoi dipendenti cinesi in subappalto», come dimostra «impianto Foxconn in Shenzhen»: 420mila lavoratori che producono computer per Apple e altre compagnie. «E cosa ha fatto Jobs con tutto il denaro guadagnato?», si interrogano i gesuiti statunitensi. «Fino all'ultima tranche di liquidità da 76 miliardi di dollari li ha raccolti in società create appositamente in stati fiscalmente vantaggiosi come il Nevada».

Al contrario di Jobs, sottolinea «America», l'altro magnate della tecnologia, Bill Gates «ha destinato la maggior parte delle sue ricchezze a migliorare la vita di milioni di persone nei paesi più poveri del pianeta». E, «l'uomo che muore ricco, muore in disgrazia». Al riguardo viene riportata dalla rivista dei Gesuiti la parabola evangelica del ricco Epulone.

Di tono opposto l'intervento pro-Jobs del direttore di «Civiltà Cattolica» che cita quanto Steve Jobs disse il 12 giugno 2005 nel famoso discorso ai laureandi di Stanford: «Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita». Parole che, per il direttore di «Civiltà Cattolica» padre Antonio Spadaro, «riecheggiano quelle di Ignazio di Loyola, il fondatore dei gesuiti, il quale ritiene che un modo per fare una buona scelta nella vita consiste nel fare «come se fossi in punto di morte; e così regolandomi, prenderò fermamente la mia decisione (Esercizi Spirituali, 186)».

Quindi, «la morte non è nel caso di Ignazio e di Steve uno spauracchio, ma la constatazione che i timori, gli imbarazzi e le futilità scompaiono davanti al pensiero della morte e resta ciò che veramente conta, ciò che è per noi veramente importante. Nessun uomo, credente o non credente, può fare delle scelte nella vita pensando a se stesso come immortale».

A metà strada tra la «beatificazione» di Civiltà cattolica e la «scomunica» di America, si colloca l'Osservatore Romano che sottolinea come «pur nei suoi chiaroscuri (inevitabili in un personaggio tanto complesso) Steve Jobs è stato uno dei protagonisti e dei simboli della rivoluzione della Silicon Valley». Rivoluzione informatica, certo, ma anche «rivoluzione di costume, di mentalità, di cultura».

Rivoluzione figlia, ma non erede, degli spregiudicati Seventies, l'adolescenza inquieta di un'America dilaniata da scandali politici, guerre, contestazioni e tensioni sociali. Rivoluzione che «ha cavalcato l'onda dorata degli anni reganiani», evidenzia il quotidiano della Santa Sede: «Pirata o pioniere? Sarà la storia a dirlo. Per il momento restano le sue geniali creazioni.

Costruendo personal computer e mettendoci Internet in tasca ha reso la rivoluzione dell'informazione non solo accessibile, ma anche intuitiva e divertente.Audace abbastanza da credere di poter cambiare il mondo e con il talento per farlo. Talento, puro talento». A stabilire un nesso tra Steve Jobs e i Gesuiti era già stato nel 1994 lo scrittore Umberto Eco:«Non si è mai riflettuto abbastanza sulla nuova lotta di religione che sta sotterraneamente modificando il mondo contemporaneo.

Il fatto è che ormai il mondo si divide tra utenti del computer Macintosh e utenti dei computer compatibili col sistema operativo Ms-Dos.È mia profonda persuasione che il Macintosh sia cattolico e il Dos protestante. Anzi, il Macintosh è cattolico controriformista, e risente della "ratio studiorum" dei gesuiti. È festoso, amichevole, conciliante, dice al fedele come deve procedere passo per passo per raggiungere- se non il regno dei cieli - il momento della stampa finale del documento. È catechistico, l'essenza della rivelazione è risolta in formule comprensibili e in icone sontuose.Tutti hanno diritto alla salvezza».

Invece, secondo Eco, «il Dos è protestante, addirittura calvinista. Prevede una libera interpretazione delle scritture, chiede decisioni personali e sofferte, impone una ermeneutica sottile, dà per scontato che la salvezza non è alla portata di tutti. Per far funzionare il sistema si richiedono atti personali di interpretazione del programma: lontano dalla comunità barocca dei festanti, l'utente è chiuso nella solitudine del proprio rovello interiore».

 

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