MI FAI UN SAFFO! IL REGISTA DELLA “VITA DI ADELE” RISPONDE ALLE ACCUSE DELLA PROTAGONISTA: “MI SEMBRA DI ESSERE BERLUSCONI E LE SUE RAGAZZE”

1 - "ORA LA VITA DI ADELE È DIVENTATO UN INCUBO"
Fulvia Caprara "la Stampa"

In un albergo di via Veneto, davanti a una tazza di caffè, il regista della Vita di Adele Abdellatif Kechiche, vincitore della Palma d'oro all'ultimo Festival di Cannes (presidente di giuria Steven Spielberg), risponde per la prima volta alle accuse di una delle due protagoniste, Lea Seydoux, che ha raccontato di aver provato, durante la lavorazione del film, oltre a momenti di forte disagio, la sensazione di essere manipolata, di aver pensato, per questo, di abbandonare il set e di non averlo fatto solo perchè aveva firmato un contratto.

Le dichiarazioni hanno fatto il giro del mondo e, ieri mattina, Kechiche ha deciso di difendersi: «Per me questa è una storia da incubo. Non posso spiegarmi quello che deve essere successo nella psicologia di una persona che prima mi ha definito un genio, riempiendomi di abbracci e complimenti e, poco tempo dopo, mi ha descritto come un sadico, un manipolatore, un tiranno. Non so come si possa passare dalla gratitudine all'insulto.

So, però, che le frasi di Lea Seydoux hanno fatto del male a me e alla mia famiglia e che è indecente sputare su un regista. Da quando sono state pronunciate ho la sensazione di vivere un processo pubblico, mi sento al centro di un caso tipo quelli di Berlusconi e delle sue ragazze e di Clinton e la sua stagista. Di me è venuta fuori un'immagine imbarazzante, che rende difficili i rapporti con i miei figli».

Liberamente tratto dalla graphic novel di Julie March Il blu è un colore caldo (Rizzoli), La vita di Adele racconta la storia di amore e di passione che lega l'adolescente Adele (Adéle Exarchopoulos), studentessa alle prese con i testi di Marivaux, a Emma (Lea Seydoux), pittrice dai capelli blu con ambizioni intellettuali e giro di amici radical-chic.

Le scene di amplessi saffici più che espliciti avevano già fatto scandalo a Cannes, poi sono arrivati i commenti negativi dell'autrice Julie March («un'esposizione brutale e chirurgica, eccessiva e fredda, del cosiddetto sesso lesbico, che diventa porno e mi fa star male»), infine le esternazioni di una delle due interpreti.

Ora Kechiche risponde sdegnato, passando all'attacco e descrivendo Seydoux come una ragazza viziata, «cresciuta nella bambagia, in una famiglia facoltosa, abituata a spostarsi su aerei privati, a prendere un milione di euro per una pubblicità, senza pensare che c'è gente che, per guadagnare quello che lei mette insieme in un'ora, impiega una vita intera». Le riprese del film, aggiunge Kechiche, «sono state rovinate dalla mancanza di impegno di Lea.

E sono state faticose, perchè lei non è un'attrice in sintonia con il mio modo di lavorare. Ma l'ho scelta io, e mi sono impegnato al massimo per aiutarla ad uscire dal blocco in cui si trovava». Seydoux ha parlato di «sofferenza», termine che, ricorda l'autore, «suona come un insulto verso quelli che soffrono davvero, un'indecenza, una forma di egoismo totale». Se poi l'attrice si riferiva alla trama, allora sì, «il film racconta la fine di una relazione, quindi una rottura, per raccontarla bisognava viverla e questo è doloroso».

Sul set, accanto alla protagonista, la debuttante Exarchopoulos che, a una domanda sulla sua ex-partner, si irrigidisce, si commuove, quasi quasi scoppia a piangere: «Continuano a farmi domande personali su Lea, ma io le voglio bene, è un'amica, e, come succede spesso fra amici, mi è capitato di litigarci. Per me non è semplice parlare di queste cose, in fondo non è la prima volta che, su un set, si scatenano conflitti, penso a Hitchcock e a tanti altri registi». Riferendosi alla Palma ricevuta da Spielberg, Kechiche l'ha definita «un'eroina, la mia Indiana Jones. Sul set ha dato prova di pazienza, disponibilità e generosità enormi».

Sulla vicenda (il film arriva in 150 sale il 24 con Lucky Red) resta aperto il grande interrogativo sulle motivazioni del voltafaccia della ragazza dai capelli blu: «Potrebbe essere stata la voglia di attirare l'attenzione su di sè, ma non posso evitare di pensare che, dietro Lea, ci siano persone molto più manipolatrici di lei. Gente che vuole nuocermi, che non ama il mio modo di fare cinema perchè spariglia e disturba.

L'orchestrazione del tutto si deve a loro, e viene prima delle affermazioni di Seydoux». Escludendo il nonno dell'attrice, Jerome, ovvero uno dei più importanti produttori di cinema d'oltralpe («lui non c'entra, non agirebbe mai così, rispetta me e questa professione») Kechiche fa un parallelo: «Le persone cui alludo, di cui per ora non farò i nomi, sono le stesse che l'anno scorso, a Cannes, hanno accusato il presidente di giuria Nanni Moretti di conflitto d'interessi».


2 - ESCE IN ITALIA LA GRAPHIC NOVEL DI JULIE MAROH DALLA QUALE È STATO TRATTO "LA VITA DI ADELE" PREMIATO A CANNES
Elena Stancanelli per "la Repubblica"


«Amore mio, quando leggerai queste parole avrò già lasciato questo mondo». Se parlassimo di un romanzo, lo chiameremmo incipit. E una frase così, con tutta la sua spudoratezza sentimentale, ci costringerebbero subito a prendere una decisione. Reggeremmo, daremmo all'autore una chance e leggeremmo la sua storia, se si fosse presentato a noi con una frase del genere?

Ma Il blu è un colore caldo, opera prima di Julie Maroh, non è un romanzo, non è soltanto un romanzo. È una storia raccontata per parole e immagini. Un fumetto, una graphic novel, una forma bastarda che ha un passato brevissimo. Una forma fanciulla dunque, ancora barbarica e innocente. Che per questa sua fanciullezza può permettersi spudoratezze impensabili in altri luoghi, e grazie alla sua bastardaggine, l'originale incontro di testo e immagini, agisce con una doppia seduzione.

Le prime tavole, quelle sopra le quali scorre la frase «amore mio, quando leggerai queste parole avrò già lasciato questo mondo», sono a colori. C'è una città, una ragazza triste, pioggia, alberi spogli. La ragazza scende da un autobus, entra in una casa, incontra una donna che le consegna una lettera. Che inizia con la frase «amore mio, quando leggerai queste parole avrò già lasciato questo mondo ».

Questa dunque, è una storia che inizia dalla fine. Tutto è già accaduto, quando Emma entra nella casa natale di Clémentine, e si chiude nella sua stanza per leggere i suoi diari. E il centro di questa storia non è esattamente al centro, ma verso il fondo, subito prima del precipizio. In una scena che dovrebbe essere fatta di urla e concitazione, e invece si svolge tutta in silenzio, come un sogno. È una scena che occupa quattro pagine e due piani, su e giù per una
scala. Al buio, nella casa di Clémentine. Quando il padre sorprende Emma nuda, e capisce che le due ragazze non sono amiche, ma amanti. E tutto il mondo che era, coi suoi segreti, si dissolve, mentre le ragazze vengono cacciate e inizia una vita nuova.

Questa vita nuova, la vita adulta, Julie Maroh, la racconta a colori. Questa storia che inizia dalla fine, e ha il suo centro molto più avanti di quanto ti aspetteresti, è dunque un cerchio, all'interno del quale è nascosta la vecchia esistenza di Clémentine. Malinconica e incomprensibile, disegnata soltanto in marrone, nera seppia.

Clémentine è un'adolescente normalmente infelice, con una famiglia normalmente greve (per esprimere la grevità del padre, l'autrice gli fa cucinare pentolate e pentolate di spaghetti col sugo, particolare sul quale sarà il caso di non soffermarsi). È carina, piace ai maschi, ha molte amiche. Ma quel marrone, quel nero, la opprimono. Un giorno, mentre attraversa una piazza, incrocia una ragazza con i capelli blu. La notte successiva a questo incontro casuale, fa un sogno. Che le mani di lei, della ragazza coi capelli blu, la accarezzino, tingendo piano piano di blu tutta la sua vita. Da quel blu, come da una sorgente edenica della pittura, si generano tutti
gli altri colori.

La storia raccontata da Julie Maroh non ha un punto di equilibrio, non si ferma mai. Non trova mai un tempo della soddisfazione, del semplice andare delle cose. Precipita di continuo da un lato o dall'altro.

C'è solo un istante ed è quello che precede la scena delle scale. Mentre Clémentine ed Emma fanno l'amore nella stanzetta dove lei è cresciuta, nel letto piccolo dove è stata bambina l'una placando il desiderio dentro il corpo dell'altra. Il resto del tempo si tratta di combattere nemici, genitori, ex fidanzate, amiche rabbiose. E subito dopo, quando inizia la vita e le due ragazze vanno a vivere insieme, fare fronte alla frustrazione, il tradimento, la malattia.

Il blu è un colore caldo è una storia d'amore tra due donne, e non elude la battaglia contro i pregiudizi. Sembra quasi che l'autrice ritenga il racconto delle difficoltà, più importante della storia d'amore in sé. E per questo costruisce un contesto anche politico, l'elezione di Sarkozy, le manifestazioni contro il piano Juppè che bloccarono Parigi per tre settimane.
Capisco bene l'irritazione che deve aver provato Julie Maroh nel vedere il bellissimo film che Abdellatif Kechiche, La vita di Adele, Palma d'oro al Festival di Cannes, ha tratto dal suo fumetto. Perché il regista ha scelto la strada opposta.

Piuttosto che pensare la diversità. ha preteso la normalità. Ha immaginato la protagonista, Clémentine, diventata Adele (dal nome della meravigliosa attrice che la interpreta), come una ragazza che diventa donna con l'ambizione più semplice del mondo: essere maestra d'asilo. L'ha fatta vestire come mille altre ragazze, le ha dato una famiglia normale.

Le ha condonato la malattia, e ha fatto persino sparire la precedente fidanzata di Emma per non crearle nessun casino. Abdellatif Kechiche ha spianato la strada a una storia d'amore tra due donne che non combattono contro un mondo ostile, ma contro la loro confusione, le debolezze, le tentazioni che si portano dentro. Come facciamo tutti, ogni giorno. E in questo modo fa un film che spezza il cuore, con due protagoniste indimenticabili. Dove c'è sesso, certo, ma il vero scandalo, per gli appassionati del turbamento, è tutto quell'amore.

 

 

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