MISTERI SENZA FINE - “EMANUELA ORLANDI E MIRELLA GREGORI POTREBBERO ESSERE ANCORA VIVE. IO ERO IL TELEFONISTA”

Fabrizio Peronaci per "Corriere.it"

Prima ha fatto ritrovare un vecchio flauto in un ex stabilimento cinematografico dicendosi certo: fidatevi, è appartenuto alla «ragazza con la fascetta», sotto quella scenografia mitologica l'ho messo io. Poi ha iniziato a parlare. Nell'ultimo mese, in cinque interrogatori, ha delineato per ore la sua verità: sia su Emanuela Orlandi, la figlia del messo pontificio, scomparsa il 22 giugno 1983, sia su Mirella Gregori, sparita un mese e mezzo prima.

E' una deposizione molto inclinata verso l'autodenuncia, la sua: M.F.A., il superteste che ha messo in conto di finire sotto accusa per uno dei gialli più inquietanti del dopoguerra, è andato ben oltre le prime ammissioni sul flauto. Al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pm Simona Maisto, ha raccontato di essere stato «uno dei principali telefonisti» del sequestro Orlandi, che sarebbe stato organizzato «dal nucleo di intelligence di cui facevo parte per esercitare pressioni sulla Santa Sede».

E non basta: quel 22 giugno a corso Rinascimento, dove la quindicenne sparì, lui sarebbe stato «appostato per scattare fotografie alla Bmw su cui c'era De Pedis», e nei mesi successivi avrebbe incontrato «moltissime volte Emanuela, che restò a Roma fino al dicembre del 1983».

Sono dichiarazioni esplosive, sulle quali però la Procura si mantiene cauta. Se fondate, il giallo sarebbe a una svolta definitiva. Il primo dubbio è scontato: perché parla 30 anni dopo? La risposta è che confida nel «nuovo clima» in Vaticano dopo l'avvento di papa Francesco e nel fatto che altri, «soprattutto le ragazze coinvolte in quello che è stato un sequestro-bluff», seguano il suo esempio.

Il teste precisa che il «primo impulso» gli è venuto dall'essere stato «coinvolto in un omicidio, sempre nell'83, in una pineta vicino la villa di un magistrato che seguiva la pista bulgara sull'attentato a Wojtyla». All'episodio, a suo dire, fece riferimento un falso dossier del Sisde.

Ciò che più conta, comunque, sono le rivelazioni su Emanuela e Mirella le cui sparizioni andrebbero spiegate a partire da fine 1981, mesi dopo l'attentato a San Pietro, «quando i servizi segreti dissero ad Agca che se avesse collaborato avrebbe avuto la grazia sia del Papa che del presidente della Repubblica». In questo schema, ecco dunque il doppio sequestro: Emanuela in quanto cittadina vaticana, Mirella italiana.

L'uomo, ex collegiale, appassionato di cinema, ha spiegato che fu contattato da ecclesiastici che «in virtù della mia creatività mi proposero di collaborare con sacerdoti un po' peccatori per creare situazioni da usare contro certi paesi dell'Est».

Il gruppo sarebbe intervenuto come «una lobby di controspionaggio», nell'ambito di presunti contrasti tra opposte fazioni vaticane, con foto e intimidazioni su temi caldi come «la gestione dello Ior, la revisione del codice di diritto canonico, i finanziamenti a Solidarnosc, le nomine».

Obiettivo: condizionare la Curia. Solo con Emanuela e Mirella, però, si arrivò al sequestro, anche se «per entrambe all'inizio fu allontanamento volontario, in quanto creammo una trama di amiche con cui si allontanarono».

Per la Orlandi, davanti al Senato, avrebbe agito «una compagna di scuola, che salì con lei su un'auto assieme a un finto prete», mentre con la Gregori «successe l'imprevisto: si innamorò di un nostro operatore, andò all'estero e tornò una sola volta a Roma, nel 1994, per incontrare sua madre in un caravan in corso d'Italia».

Antonietta Gregori, la sorella, replica stizzita: «L'avrei saputo, è una falsità assoluta». Quanto a Emanuela, l'idea era di liberarla presto, «il tempo di avere in mano la denuncia di scomparsa per esercitare pressioni», ma il piano fallì «soprattutto per l'appello del Papa all'Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso».

La ragazza «non subì violenze, visse in due appartamenti e in due camper, le procurammo un pianoforte e la rassicuravamo dicendole che la famiglia era al corrente».

Questo fino a dicembre 1983. Poi, avrebbe detto l'uomo ai magistrati, «il gruppo la trasferì all'estero, nei sobborghi di Parigi», «dove potrebbe essere ancora viva, così come Mirella, ma non so dove». Farneticazioni? Ennesimo depistaggio? Mezze verità? La risposta dipende da indizi e riscontri, ammesso che l'enigmatico personaggio li abbia forniti.

 

 

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