GRATTA IL MURDOCH E TROVI LA MERDACH! - BRUTTI TEMPI PER LO SQUALO: STAVOLTA A FINIRE NEL MIRINO DEL “GUARDIAN” È LA SUA TESTATA AMMIRAGLIA: L’AUTOREVOLE E PALUDATO “WALL STREET JOURNAL” - COME GRAN PARTE DEI GIORNALI DELL’ORBE, GONFIAVA LE VENDITE COMPRANDOSI LE COPIE DA SOLO CON UN CERVELLOTICO SISTEMA DI PASSAGGI DI DENARO TRA PIÙ SOCIETÀ - LO SCOPO, ATTRARRE PUBBLICITÀ - DOW JONES (CHE PUBBLICA IL QUOTIDIANO) SMENTISCE. MA L’EDITORE DELL’EDIZIONE EUROPEA SI È DIMESSO...

Dagoreport da "The Guardian" - http://bit.ly/oF4uMD

Ancora guai per Murdoch. Stavolta, al centro dell'ennesimo scandalo che coinvolge lo Squalo c'è la sua testata ammiraglia, l'autorevolissimo "Wall Street Journal". Secondo quanto scrive il quotidiano "The Guardian", la testata più importante del conglomerato di Rupert avrebbe gonfiato le vendite, comprando migliaia delle proprie copie. Nel mirino è finita l'edizione europea del "Wsj" ed è già caduta la prima testa: quella dell'editore Andrew Langhoff.

In base alle prove raccolte dal "Guardian", per falsificare la tiratura il giornale di Murdoch avrebbe utilizzato varie compagnie del Vecchio Continente. Lo scopo: far schizzare i costi degli spazi pubblicitari sul quotidiano. Il bizzarro sistema messo in piedi dal "Wsj" includerebbe anche un contratto formale scritto con cui una società è stata persuasa a cooperare in cambio della disponibilità del quotidiano a pubblicare articoli-marchetta a suo favore.

La responsabilità del direttore Langhoff nell'affare emergerebbe dalle email interne all'azienda. Il centro delle operazioni era Londra, ma anche se sembra essere coinvolto solo il "Wall Street Journal Europe", anche la base di New York era a conoscenza del bluff: lo scorso anno un informatore interno avvertì i dirigenti del giornale, incluso il braccio destro di Rupert Murdoch Les Hinton. Nessuno fece nulla e, anzi, l'informatore fu licenziato.

Il caso non può che aggravare la già controversa situazione in cui si trova la "News Corp", che oltre al "Wsj" comprende tra gli altri anche la "Fox", il "New York Post", gli inglesi "The Times" e "The Sun". Un gruppo di azionisti del conglomerato mediatico ha fatto causa a Murdoch negli Stati Uniti, sulla scia del caso "News of the World", il tabloid britannico chiuso l'estate scorsa dopo essere stato travolto dallo scandalo intercettazioni illegali che è costato allo Squalo anche il mancato acquisto del 100% della pay tv del Regno Unito BSkyB.

Lo strano schema messo in piedi per gonfiare le vendite del "Wsj" viene inaugurato nel 2008, quando il giornale sigla un accordo con una serie di società inglesi che pubblicizzano seminari per studenti universitari candidati a diventare la futura classe dirigente del Paese. Il "Wall Street Journal" promuove queste compagnie sulle proprie pagine e in cambio queste gli comprano copie in quantità a un prezzo di favore, mai superiore a 5 centesimi. I giornali vengono distribuiti nelle università. Un sistema che lascia tutti contenti: gli sponsor, per essere legati a un quotidiano così prestigioso. Il "Wall Street Journal", perché vede aumentare la tiratura.

L'affare è controverso. Il punto è che le aziende coinvolte comprano giornali (a prezzi estremamente bassi) che non vedono neanche. Gli studenti a cui vengono distribuiti possono leggerni come non; di certo, nessuno di loro ha mai cacciato una sola sterlina. Secondo i dati dell'Audit Bureau of Circulation, l'organo che diffonde i numeri ufficiali di tiratura e quant'altro, l'operazione sembra piuttosto redditizia in termini di copie: nel 2010 il 41% di esse va ricondotto a tali accordi; 31mila copie al giorno su un totale di 75mila vengono vendute grazie ad essi.

Lo schema si inceppa quando all'inizio del 2010 uno degli sponsor più grossi, l'olandese Elp, minaccia di tirarsi fuori. Da sola è responsabile del 16% delle vendite, pari a circa 12mila copie al giorno (a 1 centesimo l'una). In un anno ne compra 3,1 milioni, spendendo 31mila 80 euro. Solo che la pubblicità sul giornale, a detta dell'azienda, non produce effetti tali da giustificare l'investimento. Il 9 aprile 2010 Andrew Langhoff scrive alla Elp per cercare di siglare un nuovo accordo spiegando che "l'obiettivo è di arricchire con un nuovo tassello la partnership" e offrendo "una bella vetrina per i preziosi servizi di Elp".

Alla fine l'azienda accetta di continuare a comprare 12mila copie al giorno, ma in cambio ottiene molto: in base a un addendum di otto pagine che il "Guardian" ha potuto vedere, il "Wall Street Journal" gli garantirebbe pubblicità a costo zero. In cambio Elp produrrebbe per il giornale dei "leadership videos". E poi più workshop e seminari organizzati insieme su temi connessi alle attività di Elp. Ma il punto cruciale è un altro: Langhoff accetta di pubblicare "un minimo di tre report speciali" realizzati da Elp sulla base di indagini del mercato europeo e con l'aiuto del giornale.

Tale accordo, che se non altro solleva dubbi di etica su come dovrebbe comportarsi un giornale, è quello a cui è stato fatto riferimento martedì scorso, motivando le dimissioni di Langhoff. Le "marchette" alla Elp sono poi state effettivamente pubblicate. Una il 14 ottobre 2010 e un'altra, una lunga intervista a un partner dell'azienda olandese, il 14 marzo di quest'anno. In nessuno dei due casi il lettore è stato messo a conoscenza dell'accordo con Elp.

Ma i problemi arrivano nell'autunno del 2010, quando la compagnia torna a lamentarsi e minaccia di non pagare 15mila euro di copie. I dati sulle vendite rischiano di crollare del 16%, portando giù con sé i ricavi pubblicitari. È a questo punto che Langhoff mette in piedi un complesso sistema per comprare le copie al posto di Elp. Ad esempio chiede alla compagnia indiana Hcl di passare 16mila euro destinati al giornale per un evento organizzato il 30 settembre 2010 a Londra, a una società editrice belga che, a sua volta, li passerà ad Elp. Gli esempi potrebbero continuare.

Dopo essere stati avvertiti di tali attività da un informatore interno all'azienda, i dirigenti di New York fissano un incontro per il 14 dicembre, a Londra. In quell'occasione l'informatore ripete in maniera dettagliata le accuse di fronte all'avvocato arrivato da oltreoceano Tom Maher e al responsabile europeo per le risorse umane del Dow Jones (che pubblica il "Wall Street Journal") Carol Bosack. Dopo il meeting l'informatore riceve un'email da Bosack: "Sei pregato di tenere per te i dettagli, le tue reazioni e le tue opinioni sui fatti recenti. È una questione che riguarda noi, Langhoff, l'Internal Audit e la Corporate legale". Apparentemente non fu presa nessuna misura e l'informatore, dopo 8 anni dentro Dow Jones, a gennaio è stato licenziato.

Pare che le rivelazioni del "Guardian" e le indagini del giornale inglese sulle persone coinvolte nell'affare abbiano seminato il panico dentro Dow Jones. Langhoff si è congedato così: "Poiché l'accordo potrebbe dare l'impressione che la copertura delle notizie possa essere stata influenzata da logiche commerciali, come editore, credo che le mie dimissioni siano la conseguenza più onorevole". Dal canto suo Dow Jones ha diffuso un comunicato con cui afferma di aver iniziato a indagare nella faccenda dal 2010 e di non aver trovato nulla di irregolare.

 

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