1- NON DITE AL PRESIDENTE PATONZA CHE ALMODOVAR GLI DÀ DELL’ASPIRANTE FROCIO! 2- “BERLUSCONI È UN OMOFOBO OSSESSIONATO DALLE DONNE CHE SI VANTA IN CONTINUAZIONE DI NON ESSERE FINOCCHIO… QUESTA FRENETICA LOTTA CONTRO IL TRASCORRERE DEL TEMPO E L’IDEALE MODELLO DI BELLEZZA MASCHILE AGOGNATO DA BERLUSCONI SI AVVICINA AD AMBITI PROFESSIONALI CHE BEN CONOSCO E DOVE L’OMOSESSUALITÀ ABBONDA. BALLERINI, DISEGNATORI, COSTUMISTI. SO DI COSA PARLO…”

Malcom Pagani per "l'Espresso" in edicola domani


Le ragazze del mucchio di Pedro, smarrite tra crisi di nervi, peccati, tacchi a spillo, suore in overdose, segreti, fiori e uxoricidi a colpi di Jamòn, non abitano più qui. Tutto è stato già detto. Analizzato e incensato. L'oro di Almodovar- Premi francesi, Oscar all'ombra di Mulholland Drive, applausi transnazionali- è servito a conservare libertà. Così abbattuti mulini e diffidenze, dietro i capelli bianchi, Don Almodovar della Mancia, non scruta indifferente il succedersi delle stagioni: «Fatico ad accettare l'idea della morte, è sempre stato così».

Però sorride. Versa l'acqua, compie ampi gesti con le mani, gira il mondo, strizza gli occhi e tormenta la barba. Indossa larghe camicie e pantaloni con distratta casualità. A 62 anni, senza aver mai smesso, può continuare a sperimentare. All'epoca del Franchismo, l'ex dipendente della compagnia telefonica spagnola girava super 8 tra campi di papaveri, puttane in abito da sposa e fate. Oggi, una ventina di film e 4 decenni dopo, coltiva ancora il lusso dell'ironica attenzione verso l'interlocutore occasionale: «Spero sia passata qualche ora dalla visione, per assorbire il turbamento ce ne vogliono dodici».

Senza rinunciare al gusto della boutade: «Sintetizzi pure, sono drammaticamente logorroico» e della profezia. Interpolando citazioni, generi, corpi, anime in pena e quadri contemporanei di raggelante attualità. L'ultima ballata si intitola "La pelle che abito". Storia feroce di amore e di coltello, vendetta, sangue e bisturi, con echi di Eschilo, Kafka, Durrenmatt, Buñuel, Hitchkock e lampi debitori a un'altra ventina di signori dal cognome impegnativo. Fermare la clessidra. Bloccare il tempo con la violenza assecondando l'assurda ritmica di una normalità apparente.

Essere Almodovar. L' uomo, la donna, l'arbitrio, l'identità sessuale, la gioia inattesa, la disperazione. Al centro di una poetica mai tradita, uno che lo conosceva bene. Antonio Banderas. Barbablù di un eccessivo maniero a Toledo. «Bei posti, di un conservatorismo surreale». L'attore che divise con Almodovar l'esperienza di "Legami" è un chirurgo estetico circondato dalla follia, divorato dalla morte della moglie, alla ricerca di una soluzione medica che illuda di colmare la perdita con la vendetta della metamorfosi. L'ultima frontiera amorosa dell'azzardo non lascerà superstiti.

Psicopatici in doppio petto, uomini che diventano donne al di là della loro volontà, cattività forzate, catene. Protetta da un gelido velo di eleganza formale, la parabola de "La pelle che abito" sgomenta.
«È un film duro che riesce a disegnare, in un contesto terribile, un finale non troppo distante dalla felicità. Mi interessava raccontare un processo di resistenza interiore. Descrivere un angolo inaccessibile di umanità in cui, tra un'angheria e una negazione, si continui a essere se stessi. Dove nessuna violazione, neanche la più brutale, possa davvero spingere alla resa».

Esiste quest'angolo?
«È tutto ciò che abbiamo. Io lo chiamo identità».

Il carnefice de "La pelle che abito" riporta al Frankestein di Shelley. La chirurgia estetica è la nuova frontiera dell'orrore?
«Chiunque ha il diritto di operarsi, cambiarsi i connotati, intervenire, se non si piace, su ciò che desidera. La pelle determina le razze, ma la faccia non la nascondi. È il nostro specchio sugli altri. Riverbera una depressione e denuncia una malattia».

In "Tutto su mia madre", uno dei protagonisti, Agadro, improvvisa un monologo che è più di un inno all'incisione del corpo.
«È un transessuale, ma la sua ambiguità non indebolisce l'assunto. Agrado sostiene che si è veramente autentici quanto più si somiglia all'idea che si è sognata di se stessi».

Lei è d'accordo?
«I diritti non si discutono. Come cittadino constato, come regista non mi adeguo e in generale, non scelgo chi è ricorso all'intervento. Sul volto di un attore, il segno stravolge l'espressività e disvela l'anacronismo. La faccia si trasforma. È come filmare un affresco sul diciannovesimo secolo con la scenografia di Blade Runner».

La smania del ritocco esiste.
«Ho parlato con luminari e scienziati e ho messo ne "La pelle che abito" elementi di verità che sembrano fantascientifici. In materia di chirugia del volto, la Spagna è uno dei paesi più avanzati».

Commesse e star, una vocazione trasversale. Il miracolo artificiale fa proseliti, anche in politica.
«Tra attori e politici esiste una specularità. Entrambi vendono un prodotto, un'immagine, un viso che è anche il loro principale strumento di lavoro».

Le fa impressione?
«Dovrebbero essere due mestieri diversi. La corsa al potere è un percorso che abbraccia la sovraesposizione personale. Cosa abbia a che vedere con il bene pubblico è parte di un trattato filosofico che richiederebbe troppo tempo».

Il nostro Presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, non disdegna il lifting.
«Quanti anni ha? Settantaquattro? È una figura molto interessante, anche in foto. In Spagna politici e ritocchi di zigomi a favore di telecamere non sono ancora uno stile. I parlamentari tentano di trasmettere, anche se in maniera programmaticamente artificiale e spesso ipocrita, un'immagine vicina a quella del popolo».

In Italia?
«Non lo so. Non vivo qui, non ho diritto di voto e anche da noi, lo saprà, abbiamo qualche problema».

Le dispiace se insistiamo?
« Mai chiesta la scaletta delle domande in vita mia. Un "editto Almodovar" sarebbe ostile ai miei princìpi. Come diceva Oscar Wilde non esistono domande imbarazzanti, ma solo risposte imbarazzanti. Mi dà fastidio un'altra cosa».

Cosa esattamente?
«Quando i giornalisti strumentalizzano una dichiarazione per farmi dire quello che loro vorrebbero scrivere su Berlusconi. L'idea di piegare ogni ragionamento a un referendum non mi entusiasma. Neanche al cinema. Ha presente quei dibattiti appassionanti e profondi, trascorso un minuto dalla fine della proiezione?».

Come sono?
«"Il film mi è piaciuto" "a me invece no". Ecco, cose così, dialoghi intensi. Eviterei».

Garantiamo.
«Sul tema ho più domande che risposte, comunque. Classificare Berlusconi è complicato. Le notizie che lo riguardano di norma abbracciano più il sesso che la politica». (sorride)

Che domande porrebbe su Berlusconi?
«Chiederei al popolo italiano qualche lume sullo sconcerto e sullo scandalo che il suo nome provoca in tutta Europa». (Non sorride più)

L'estetica berlusconiana ci accompagna da vent'anni.
«Capisco. Berlusconi è un omofobo ossessionato dalle belle donne che si vanta in continuazione di non essere finocchio». (Almodovar pronuncia Maricòn con quello che sembra un lieve compiacimento )

Le operazioni in vitro. Le conquiste. L'esercizio del potere. L' invulnerabilità da sventolare in spregio all'evidenza. Le sembra strano?
«L'unica bizzarria è che in un certo senso, alcuni di questi temi hanno a che fare con il mio ultimo film».

E poi?
«Questa frenetica lotta contro il trascorrere del tempo e l'ideale modello di bellezzamaschile agognato da Berlusconi si avvicina ad ambiti professionali che ben conosco e dove, per ragioni tra le più varie, l'omosessualità abbonda. Ballerini, disegnatori, costumisti. So di cosa parlo e con questo, chiuderei l'argomento».

La indigna ancora qualcosa?
«Nel mondo della comunicazione c'è una perversione che contagia sia la forma che l'essenza. Corrono in parallelo. Imperano contenuti grossolani, di qualità modesta, urlati con aggressiva volgarità. Televisione e giornali, sono guidate dal dio unico del sensazionalismo. Non tutto è perduto comunque».

Speranze?
«Le persone comunicano. Pretendono una democrazia partecipativa. Utilizzano il Web per far viaggiare tematiche universali e se si mettono in testa di reagire il risultato è fulminante. E' un fenomeno epocale. Mai avrei creduto possibile la primavera araba su un terreno che per tecnologia denari e mezzi è secoli dietro le grandi potenze».

Come si difende?
«Se mi chiedono un parere, ragiono. Conosco le regole del gioco tra l' intervistatore e l'intervistato, so stare sul palco. Detto questo, mi sono ritirato dalla coralità a metà degli anni '80».

Ne soffre?
«Sto benissimo. All'alba della nuova democrazia spagnola, un periodo molto più interessante dell'odierno, andavo in giro con una tribù di 50 persone. Era meraviglioso essere giovani, tirar la notte, esagerare. Oggi ho deciso di trascorrere la maggior parte dell'esistenza al chiuso di 4 pareti. La mia parte pubblica è un frammento di passato».

Sembra di ascoltare le riflessioni di Kavafis sulla vita. "Non sciuparla portandola in giro in balìa del quotidiano, fino a farne una stucchevole estranea"
«La mia non è una condanna, ma una scelta. Se ritiene può metterla sotto la voce maturità. Non mi sento un misantropo, ma gli inverni passano e le circostanze ci cambiano. C'è stato un momento in cui, non so neanche come o perché, ero diventato un fenomeno da baraccone da esportare, di fiera in fiera. L'icona della trasgressione ad ogni costo».

Si stupisce?
«Non mi sentivo diverso né eretico, ma il "personaggio" eccitava i media più della persona. Se scherzavo in tv, ero certo di ritrovar montate solo le battute. Mi stavano trasformando in un comico».

La consacrazione non le ha fatto dimenticare i suoi modelli. Ne "La pelle che abito" l'amore, come in altri graffi almodovariani, è uno scambio di persona.
«La mia protagonista è prigioniera e aspetta l'attimo fuggente per la propria salvezza. Se in "Matador" la morte era un elemento di bramosia erotica della narrazione, qui, come in altri miei lavori, faccio coincidere amore e morte».

Anche se El Cigarral, il rifugio della cieca perfidia di Banderas, è una gabbia al pari della poverissima Concepciòn madrilena teatro dei suoi primi successi, ne "La pelle che abito" l'incontro tra ricchi e nullatenenti si risolve in trauma e dolore.
«I soldi non risolvono le psicosi e la gabbia è dentro di noi. Nel film le barriere sociali esistono, ma sono superate per un istante dall'invisibile ponte del desiderio».

Tra transgenesi, lembi di pelle, laboratori e dubbi bioetici, "La pelle che abito" preconizza anche ciò che saremo.
«L'evoluzione medica mi entusiasma e al contempo mi spaventa. Sono felice di non essere la persona deputata a decidere sulla prosecuzione delle ricerche perché anche se il progresso utilizza l'evoluzione per scopi nobili, nutro verso il genere umano una fiducia condizionata. In ogni caso non dipenderà da me».

Promette di essere un grande affare. Anche economico.
«Un'ala della comunità scientifica ha già creato la cellula che dà la vita. Una scoperta che cambierà il mondo per sempre».

Ne è sicuro?
«Molte religioni traggono forza nello stabilire l'origine divina dell'uomo, se crolla il concetto di base, non scommetterei sulla loro resistenza. Sa che le dico?»

Prego.
«Che non sarebbe male vivere ancora cent'anni».

 

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