sorrentino paolo conte

“NON HO PIU’ VOGLIA DI SCRIVERE. TUTTO QUELLO CHE MI PASSAVA PER LA TESTA ORMAI L’HO SCRITTO” - PAOLO CONTE INTERVISTATO DAL SUO “FAN” PAOLO SORRENTINO SU “VANITY” – I PRIMI AMORI, SINATRA “SOFISTICATO PARVENU”, LA DONNA IDEALE: “CHE COSA SIGNIFICHERÀ MAI LA PAROLA “IDEALE”? DEL RESTO, I VECCHI VIVEURS D’ANTAN, PER SCUSARE LA PROPRIA POLIGAMIA, RIPETEVANO: L’AMORE È UNIVERSALE” – VIDEO

 

 

Paolo Sorrentino per “Vanity Fair”

 

PAOLO CONTE

Mio padre lavorava in banca e amava sedersi al piano e suonare a orecchio. Solo allora, diventava leggero. Paolo Conte, ai miei occhi, incarna il padre che non ho più da molti anni. Bellissimo e appartato, sornione e ironico, tenero e scettico, lo spettacolo è una forma della riservatezza, le parole una forma del funambolismo. Ho accettato incautamente di occuparmi di un numero di questo giornale solo perché avevo un obiettivo chiaro: arrivare a conoscere Paolo Conte. Per poter ricordare ancora, dopo tanti anni, in modo più limpido, mio padre.

 

Da qui, nasce questa intervista. Spero che Paolo Conte possa perdonare le mie domande sciocche e pedanti. Lo sono, perché le mie sono domande da fan. E i fan, a volte, pongono domande sciocche, insistenti, inutili, fastidiose, banali. I fan pongono domande irrilevanti perché, spesso, sono obnubilati dall’idolatria. Io sono un fan di Paolo Conte. Dunque, cominciamo.

sorrentino 3

 

Mi piacerebbe chiederle qual è stato il suo primo amore. E, se non lo ricorda, qual è il primo che ricorda?

«Lascio alla sua meditazione di artista e di uomo sensibile e vissuto questa piccola cabala! “Non è forse vero che tutti gli amori di una vita sono dei primi amori?”. Mi interesserebbe una sua risposta. Comunque la mia canzone L’ultima donna dice, alla fine “un giardino ci sembrerà, sì, proprio l’ultimo approdo di terra l’ultima donna sarà, l’ultima donna sarà”».

 

Se anche trovassi un’acrobatica risposta, essa non sarebbe mai in grado di competere con il verso di una sua canzone. Sfuggo ponendo un’altra domanda: cosa sarebbe stata la sua vita se non avesse avuto un lungo matrimonio? Cosa sarebbe stata la sua vita immaginando mille, fugaci avventure amorose, tra solitudini, concerti, gocce di pioggia a rigare i finestrini dei taxi e passeggiate notturne di ritorno in alberghi destinati a essere dimenticati?

PAOLO CONTE

«Non saprei cosa rispondere. Del resto, sa, ci sono stati anche quelli che a un certo punto della vita si sono fatti preti…».

 

La vita non vissuta, dunque immaginata, i complessi che ci hanno abitato, gli status che non ci hanno mai riconosciuto o che non ci erano consentiti, tutto questo può essere il motivo o il motore dell’atto creativo? L’atto creativo non le appare, alle volte, una volontà di rivalsa? Una rimonta verso ciò che non siamo stati? Oppure lo sfogo creativo è solo l’opportunità giocosa, disincantata, di vivere vite che non abbiamo avuto il tempo di vivere?

paolo conte

«Per me vale la sua seconda opzione».

 

Io penso che il complesso della produzione artistica di un autore sia il risultato del suo universo poetico. A volte, quell’universo poetico è striminzito, o forse è il risultato di un’unica intuizione, allora si hanno autori di un solo film, una sola canzone, un solo libro. Ma il suo universo poetico, alla luce di tutto quello che ha creato, è vastissimo.

 

Lei, a volte, ha elencato nelle interviste alcune delle stelle di quel suo universo: il jazz, suo zio, i fallimenti che curava quando era avvocato, il dopoguerra, l’America, l’amicizia, il mistero del femminile. Secondo me, però, non ha detto tutto. Sono sicuro che c’è dell’altro, per giustificare la lunghissima sequenza di capolavori che lei ha inanellato. Quali sono le altre costellazioni del suo universo poetico che ancora non ci ha detto? Perdoni questa mia domanda disinvolta, non voglio forzare gli angoli più lontani, quelli del pudore, o del dolore.

PAOLO SORRENTINO

«Mi prende in un momento in cui non ho più voglia di scrivere (mi è già successo in passato) e mi rifugio nell’alibi del tutto quel che mi passava per la testa ormai l’ho scritto. Ho sempre evitato l’autobiografia in sé, che non mi piace neanche negli altri artisti. Qui si sarebbero annidate sensazioni più estreme, che forse in qualche canzone ho appena sfiorato».

 

Ricorda una faccia, tra le migliaia in mezzo al suo pubblico, che non ha più dimenticato? E, se sì, che gioia che sarebbe per me se me la descrivesse.

paolo conte

«Magari vado un po’ fuori tema, ma le racconto questo aneddoto. Per diversi anni, in Francia, mi sono esibito al prestigioso Festival di Ramatuelle. Una sera tra gli spettatori, c’era la grande attrice e cantante Juliette Gréco. L’avevano piazzata in platea in prima fila, per cui io seduto al piano le ero completamente invisibile, al massimo poteva vedere i miei piedi e qualche volta le mani quando le lasciavo pendere al di sotto della tastiera e “fingevo di dirigere la mia orchestra”. Quando, finito il concerto, ci siamo salutati, mi ha voluto esprimere le sue impressioni. Mi dice “Quel geste! Énergique et tendre!”. E poi, con un’esitazione molto francese, quasi un sospiro, aggiunge “…un homme…”».

paolo conte

 

«Non tutti i giorni ci si può svegliare ridendo, come diceva quel tale in coma». Questo è il mio incipit preferito di un romanzo, Il fratello italiano, di Arpino. Per me potrebbe essere stato anche l’incipit di una sua canzone. Proprio come in un suo testo, questa frase contiene tutta la forza dell’ironia e la potenza dell’ineluttabile.

 

Quando concepisco un film, mi arrovello sugli incipit fino a non prendere sonno. Essi determinano, per me, l’esito del resto. Devono sbalordire. Forse sono infantile, ma allora lo era anche Flaubert, che diceva più o meno: «Il lettore deve chiedersi, in relazione allo scrittore: ma come ha fatto?».

 

Ascoltando gli incipit di testi di sue canzoni come Diavolo Rosso, Sparring Partner, Dancing («C’è stato un attimo che tu mi sei sembrata niente», che inarrivabile meraviglia!) mi sembra che anche lei, con l’attacco dei testi, voglia sbalordire. E noi lì a chiederci: ma come ha fatto?

È d’accordo o sto farneticando?

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«Sì, l’incipit è un pezzo di bravura. Gliene aggiungo altri due miei, modestamente: uno è “Aeronautico è il cielo” (da L’ultima donna) e “Farà piacere un bel mazzo di rose e anche il rumore che fa il cellophane” (da Bartali)».

 

Ci sono incipit di romanzi che l’hanno attratta per sempre? Fino a ricordarli a memoria?

«Di romanzi non ho memoria, qualche verso di poesia (La pioggia nel pineto – D’Annunzio; La cavalla storna – Pascoli)».

 

Chi o cosa le manca? Voglio dire, cosa è svanito del passato che vorrebbe ancora con sé?

«Mio padre che mi paga un caffè al bar e vederlo che lascia sul bancone cento lire».

 

In questo periodo letargico sento diverse persone che mettono ordine nei cassetti. Molto di quello che esce era stato dimenticato. E spesso non vale la pena ricordarlo. Vale anche per lei? E cosa trova in fondo ai suoi cassetti?

«Sono un po’ animista, conservo di tutto, un cordino, un mozzicone di matita… Niente di sentimentale, ma qualcosa di sacrale».

paolo conte

 

Lei ha detto una frase per me luminosa. Ha detto: «Di solito, si ha paura di essere incompresi. Io ho paura di essere compreso». La irrita quando provano a spiegare la sua arte? Lo trova riduttivo? Preferisce solamente che, chi ascolta le sue canzoni, si abbandoni?

«Fra tanti applausi, colti e intellettuali (che certamente mi fanno piacere), quando finisco un brano in un concerto, l’applauso che preferisco è quello circense che si riserva all’equilibrista arrivato alla fine del filo. O almeno, così lo voglio immaginare».

 

Mio padre comprava prevalentemente dischi di Gershwin, Sinatra, Paolo Conte e Fausto Papetti. Di quest’ultimo, penso che li comprasse soprattutto per le donne nude sulle copertine. Se così fosse, non posso biasimarlo, quelle donne erano irresistibili. So cosa pensa di Gershwin, non le chiederò cosa pensa di Papetti, né di Paolo Conte, ma sarei così curioso di sapere cosa pensa Paolo Conte di Frank Sinatra.

paolo conte

«Viva l’eclettismo di suo padre! Sinatra non mi è mai piaciuto molto. Attenzione: grande cantante, molto apprezzato dai suoi estimatori per la dizione perfetta, ma non “di pancia”, con un repertorio, per di più, tendente al “sofisticato” parvenu. Mi piacciono i neri. Tra i bianchi e le bianche le indico Jimmy Durante e Sophie Tucker».

 

Lei ha detto di essere debitore, a volte, nella creazione delle canzoni, verso le tecniche di narrazione cinematografica. Qual è, per lei, l’essenza del cinema?

«Ci sono somiglianze, tra le due arti, nel maneggiare la sintesi. Una canzone perfetta non deve durare più di tre minuti. Si devono usare le luci del cinema, gli sguardi del cinema».

 

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Io, invece, per una coincidenza del tutto speculare, nella creazione di un film, sono debitore nei confronti della musica. Della sua in particolare. Aguaplano (album di Conte del 1987, ndr) ha alimentato la fantasia delle mie prime, balbettanti immagini. La versione da concerto di Diavolo rosso, 10-12 minuti, dove lei canta poco e poi solo il fluire della musica, il chitarrista che sembra morire per lo sforzo, la fisarmonica che s’impenna fino allo stremo, il violino in un dispiegamento virtuoso.

 

C’è, in quella versione di Diavolo rosso, un sentimento che ho imparato: la bellezza dell’estenuante. Lo sforzo di quell’esecuzione, con la sua lunghezza atipica per una canzone, sembra riassumere tutta la commozione della fatica di vivere. Ecco un’altra cosa che lei mi ha insegnato. Per non parlare di Max, poche parole all’inizio, poi un lunghissimo finale. Una strada maestra lirica e epica. Almeno io così leggo quel brano e dunque le ho saccheggiato l’avvicinamento al finale dei film ricorrendo a un altrettanto, lunghissimo finale.

 

Come nascono quelle esecuzioni? Lo so che è una domanda fastidiosa, la risposta non riassumibile in poche parole, ma, ancora una volta, le parole di Flaubert: ma come ha fatto? Anche quelle esecuzioni mirabili, in concerto, di Diavolo rosso, Max, Hemingway, sono frutto della sua passione per il cinema? Oppure ha cavalcato un istinto? Un sentimento?

paolo conte

«Diavolo rosso. Da un po’ di anni nei miei concerti a metà del brano apro un lungo spazio sopra un accordo fisso in re minore, dove alcuni miei musicisti hanno libertà di improvvisazione. Sono momenti di libertà che io regalo a loro e che loro mi restituiscono con un grande virtuosismo e partecipazione. Sono momenti “colti” in cui la musica assume diversi connotati “etnici”: il clarinetto si presenta con un accenno di Brahms, poi passa a un linguaggio ebraico Klezmer e conclude con una citazione di una vecchia canzone americana che si intitola Palesteena. La fisarmonica transita da uno spunto gregoriano a un jamboree di stampo rumeno. E poi il violino svetta in prodezza di “arte povera”. Sì, la parola giusta è “sentimento” mio verso di loro. Max. È una canzone, sì epica, ma anche enigma. Ho voluto scrivere poche parole, il resto è solo musica, a lungo».

 

Con Jimmy Villotti, al ristorante, dopo il teatro, finivate a parlare della donna ideale. Qual è la donna ideale? Com’è fatta? A chi assomiglia? Dove sta?

«Una sera in un night club Jimmy mi fa “guardale una per una, questa è la maga Circe, quella è Cleopatra, l’altra è la Sfinge, l’altra ancora ecc. ecc.”. Che cosa significherà mai la parola “ideale”? Del resto, i vecchi viveurs d’antan, per scusare la propria poligamia, ripetevano: l’amore è universale».

 

paolo sorrentino

Cosa pensa della contemporaneità? Voglio dire, lei è un dandy, un concentrato di «classe», la sua musica è sempre stata un unicum, refrattaria alle mode, lei stesso è refrattario a molti cardini del mondo d’oggi: l’esserci, le lusinghe sciocche, la volgarità, la fretta, le provocazioni, le urla, l’esibizionismo, i duetti musicali. Lei è al di fuori! Più in là di tutto questo. Lei sta al mondo restante della musica come De Chirico lo era al mondo della pittura. Entrambi impermeabili! Dunque, come si relaziona al mondo d’oggi? Le provoca irritazione?

 

Compassione? Disprezzo? Alla lunga, il mondo così com’è adesso non rischia di fiaccare il suo entusiasmo? O è una compagnia di giro che le scorre accanto in una pacata indifferenza? Mi sembra che sia un mondo, quello di oggi, che non la riguarda. Forse perché, alla fin fine, tutto quel che ci riguarda ha a che fare solo con la nostra infanzia e la nostra gioventù?

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«La nostra infanzia e la nostra gioventù. Sì, guardi, esteticamente parlando, io sono un antistoricista. Gli storicisti pretendono che con l’avanzare del tempo l’arte migliori. La tecnologia, sì, ma l’arte no».

 

Stravinskij disse: «Io non so perché sono vecchio». Lei lo sa? Cos’è la vecchiaia? Ammesso che lei l’abbia mai vissuta, la vecchiaia.

Io non credo, in verità.

«Almeno fino a oggi sono d’accordo con quanto lei mi dice».

 

PS: Grazie per avermi fiaccato in questo lungo interrogatorio (se alla polizia declinassi io le mie singolarità, da Fritz). Ma abbiamo ancora tante cose da dirci.

Alla prossima.

Con grande stima.

paolo contepaolo conte 3

P.C.

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