PIER PAOLO PASOLINI VISTO DAL SUO ‘’GESU’’’ ENRIQUE IRAZOQUI: “SI SENTIVA TUTTO. VOLEVA ESSERE CRISTO, LA CROCE, I SASSI DI MATERA, MAMMA ROMA...”

Marco Cicala per "Il Venerdì di Repubblica"

Gesù non beve. Fumava, ma ha smesso. Era marxista. Ha smesso. Da giovane, ha stracciato a scacchi il principe del dadaismo; ha rubato la scena al padre della beat generation; ha mangiato i tortellini in trattoria con Elsa Morante. E andava da Rosati assieme a quelli che andavano da Rosati: Guttuso, Moravia, Maraini: «Ma se c'era Elsa, Dacia non veniva».

Vabbè però adesso basta col giochetto: Gesù si chiama Enrique Irazoqui e nella sua vita avanti Cristo era uno studente di economia all'università di Barcellona. Militava pure nel sindacato giovanile. Comunista. Clandestino. Perché al volante della Spagna c'era Francisco Franco.

Per via della madre (nata, quasi un presagio, a Salò) Enrique se la sbrogliava bene con l'italiano, e così il Partito lo spedì a Firenze e Roma in missione speciale. Si trattava di cercare appoggi tra i big della politica e della cultura. Sostegno pecuniario, ma non solo: «Volevamo invitarli in Spagna a tenere conferenze contro la dittatura. Se li lasciavano parlare, bene. Se li arrestavano, pure meglio. Lo scandalo ci avrebbe fatto ancora più gioco».

Era il febbraio 1964. Irazoqui aveva 19 anni e un bel volto angoloso da antico eresiarca. In Italia venne preso in consegna da un gentil accompagnateur del Pci. Gli fecero vedere La Pira, Pratolini, Nenni, Bassani... Per ultimo lo portarono all'Eur, da Pasolini. Avvertendolo: «Guarda che è poeta. E omosessuale».

Enrique Irazoqui sedeva a casa di PPP e quello lo ascoltava in piedi, girandogli intorno senza spiccicare parola. Alla fine disse: «D'accordo, verrò in Spagna. Ma prima tu devi farmi un favore». Quale? «Interpretare Gesù nel mio prossimo film». Pardon? «Sarà un racconto epico-lirico, in chiave nazional-popolare, sai Gramsci? Dobbiamo restituire Cristo al popolo. Perché gli è stato rubato dalla classe dominante». Irazoqui era allibito. «Risposi di no. Per me la religione significava il cattofascismo franchista. Ero un ateo militante.

Fedele al motto di Kropotkin secondo cui "L'unica chiesa che illumina è quella che brucia"». Parole sante, «ma non ti hanno mandato in Italia anche a raccogliere soldi?» gli bisbigliò, luciferino, l'emissario del Pci.

«Guarda che se accetti sono m-i-l-i-o-n-i». Eh già. Allora affare fatto. Prodigi del materialismo dialettico. Tempo pochi giorni, Enrique, ancora minorenne, ottiene il nihil obstat dei genitori. Sarà sua madre a negoziare il contratto col produttore Alfredo Bini. Le riprese del Vangelo secondo Matteo lo porteranno a Barletta, Crotone, Matera... Un Meridione dove «i volti degli uomini parevano scavati nel diamante e nel carbone». Un sud «molto, ma molto più sud di quello spagnolo ».

Nelle pause di lavorazione, donne di nero vestite gli chiedevano miracoli. Così, à la carte. Ma poi sorprendendolo con la cicca in bocca, si ritiravano sdegnate. Perché Cristo non fuma.

Temendo che a quasi mezzo secolo dal film non lo riconoscessi, Irazoqui mi è venuto incontro benedicendo. Porta un panama signorile e scarpe minorchine. Da anni vive qui a Cadaqués, che fu la Saint-Tropez catalana e il Vittoriale mediterraneo, ora casa museo, di Salvador Dalí. «Quel fascistone» dice Enrique accennando alla (brutta) statua del Divino, che domina la baia e lo ritrae molto più ricciuto del vero: diresti Sor Pampurio.

Sediamo nel bar accanto a quello dove Irazoqui, giocatore precocissimo e temibile, batteva a scacchi Duchamp: «Era stato un asso, ma ormai aveva i suoi anni. Alla fine, la moglie Teeny mi pregò: "Evita le partite con Marcel, che poi la notte sta lì a rimuginare e non mi dorme"». C'era anche John Cage: «Simpaticissimo. Mai visto scacchista peggiore» sogghigna Gesù. E punzecchia: «Vediamo se anche lei mi farà la domanda che tutti mi rivolgono nelle interviste. Quale? Glielo dirò alla fine».

Parla un italiano irreprensibile. Ma sul set non gli servì. Sarebbe stato doppiato. «Durante la scena della crocifissione davo i numeri. Letteralmente. Urlavo al cielo: "Cinque, sei, sette!!"». Messia riluttante, non si è mai voluto rivedere nel Vangelo. «Mi invitano spesso a parlarne.

Ma appena comincia la proiezione vado a farmi un giretto». Non derogherà nemmeno a Trieste dov'è ospite del festival Mille occhi, dal 12 al 15 settembre. Ride ripensando a Ninetto Davoli che, allora sedicenne, si aggrappava alla giacca di PPP, implorando tra due ciak: «Pier Paolooo, moo compri er motorino?».

«Non ho l'impressione di aver fatto un film. Giravo cinque, dieci minuti. Poi si giocava a pallone. Pasolini era forte. A scacchi invece non ha mai voluto affrontarmi. Gran narciso». Si sentiva Gesù Cristo? «Si sentiva tutto. Voleva essere Cristo, la croce, i sassi di Matera, mamma Roma...».

Mentre alla madre Susanna fece recitare la Madonna da vecchia: «Sul set la trattava malissimo. Ai piedi della croce la voleva disperata. Le gridava: "Pensa a Guido!"». L'altro figlio, il partigiano morto ammazzato nelle foibe. Perché scelse Irazoqui per la parte? «Da tempo cercava un Gesù iconoclasta. Aveva pensato di proporre il ruolo a Jack Kerouac, ad Allen Ginsberg, poi al poeta russo Evtušenko...

Forse la mia faccia gli ricordava la pittura che amava: Giotto, Piero della Francesca, El Greco. Eppoi c'era il fatto che ero un militante rivoluzionario. Ma quando discutevamo di Spagna mi faceva incazzare. Diceva: "Beati voi che avete una dittatura. Almeno potete ancora identificare il nemico". No, io preferivo la libertà di Roma. Entrare alla libreria Rinascita e comprarmi Das Kapital in santa pace. Oppure andarmene da Rosati».

Pasolini «era uno torturato, angosciato da tutto. Non rideva mai. Al massimo sorrideva. Vestiva come un borghese di provincia, attento ai completi, alle cravatte. E malgrado le tirate contro l'industrializzazione, stravedeva per le macchine veloci. Era un uomo di eccezionale intensità. Esattezza radiografica. Per impersonare i farisei, voleva uomini dalle facce stronze. Scegliendoli, li scrutava in volto: "Scommetto che lei vota Msi. Vero? E quello: Beh, in effetti..."».

Nel cast aveva tirato dentro anche intellettuali: Natalia Ginzburg, Alfonso Gatto, Francesco Leonetti... «Sì, mi ricordo di Enzo Siciliano e Giorgio Agamben: minacciarono uno sciopero in difesa della madre Susanna e di Ninetto che ritenevano angariati da Pier Paolo. Lui non era un santo. Né un profeta. E - al di là delle persecuzioni che subì - forse non fu nemmeno un martire. Mi domando come sarebbe stato da vecchio. Anche di Gesù mi chiedo come sarebbe stato se non fosse morto giovane». Nessuna indulgenza: «Perché beatificarlo? Su alcune cose Pier Paolo aveva fiutato giusto e in anticipo. Su molte altre no.

Applicava l'etichetta fascismo a troppi fenomeni che non c'entravano: società dei consumi, tv... Idealizzava il mondo contadino, che invece può essere atroce. Difendeva le tradizioni, che possono essere mostruose. Qui in Spagna, fino a pochi anni fa, c'era una festa popolare dove una capra viva veniva portata in cima a un campanile e scagliata giù. A lei sembra che tradizioni del genere vadano tutelate?».

Che ne pensa Irazoqui degli altri film di Pasolini? «Il mio preterito resta Accattone. La Trilogia della vita non mi piace. Teorema mi dà sui nervi. Salò non l'ho visto». Meglio parlare di Elsa Morante: «Un'anarchica. Il mio vero Pigmalione. Fu lei ad insegnarmi tutto in quei mesi romani. Al giradischi ascoltavamo le musiche che aveva scelto per il Vangelo. Mi iniziò ai tortellini alla panna».

Enrique alloggiava in un alberghetto dei Parioli e girava con biglietti da diecimila lire arrotolati in tasca. Ma se li scialò tutti, e per tornare in Spagna gli toccò svendersi le macchinette fotografiche.

A casa ebbe noie dal regime: «Roba di poco conto. Mi arrestarono un paio di volte e subito venni rilasciato: dopotutto ero un figlio della buona borghesia». Recitò in qualche filmetto da nouvelle vague catalana. Ma intanto aveva capito un paio di cosette utili: «Primo: che anche in Spagna la gente non voleva la rivoluzione ma la Seicento. Secondo: che l'economia sarà pure, marxianamente, il motore della storia, però non faceva per me.

Tornando a casa dalle lezioni mi buttavo a leggere Kafka e i Surrealisti. Non ho mai capito fino in fondo la differenza tra debito e credito». Passò ad altra disciplina. Acchiappò una borsa di studio negli Stati Uniti e rimase a lungo laggiù. Insegnando letteratura spagnola nei college, smanettando coi primi programmi di scacchismo informatico («Ma il computer è cretino. Non impara. Ripete sempre lo stesso errore»).

Apprese della morte di Pasolini a Minneapolis. Dai giorni del Vangelo l'aveva rivisto solo una volta, di sfuggita, a Parigi. In quello stesso novembre del '75 morì anche il Caudillo. Ma Irazoqui tornò in Spagna solo a fine anni Ottanta. Oggi ha tre figli, cinque nipoti, tutti negli States. La terza moglie, Ans, olandese, l'ha conosciuta qui a Cadaqués. Pensionato non domo, passa il tempo bighellonando tra i caffè, fotografando la gente ai tavolini, socializzando su Facebook.

Ma Pasolini mantenne la promessa? Venne a parlare in Spagna? «Certo. All'università di Barcellona non si riuscì ad ottenere un'aula. Così ripiegammo sulla sala autopsie dell'istituto di medicina legale. Stracolma. Lui fece un discorso sull'antifascismo». Adesso è ora che Irazoqui riveli qual è la domanda che si sente rivolgere in ogni santa intervista.

«Con sguardo mistico, finiscono sempre per chiedermi, all'incirca: aver interpretato il Figlio di Dio ha cambiato nel profondo la sua visione della vita?». Io però non gliel'ho chiesto. «Lei no». Allora glielo chiedo. La risposta del Gesù di Pasolini è un gesto mediterraneo. Molto eloquente. Assai poco benedicente.

 

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