QUELLA VOLTA CHE PER LE STRADE DI “MAMMA ROMA” SI INCONTRARONO IL PITTORE FRANCO ANGELI E UN UBRIACO E PESTATO A SANGUE DI NOME JACK KEROUAC

Osvaldo Guerrieri per "la Repubblica"

Jack Kerouac e Franco Angeli: esistono personaggi più lontani e più dissimili? Kerouac, lo sapete, è considerato l'alfiere della Beat Generation. Autore nel 1957 del romanzo «On the Road» (Sulla strada), è stato elevato immediatamente a scrittore simbolo di una svolta storica e della smania pacifista che divorò l'America del dopoguerra. Ma non è stato soltanto questo. Sulla spinta di un misticismo un po' fanatico che lo induceva a scrivere lettere a Dio, ha dipinto quadri di tormentata religiosità: Cristi scavati, santi scorticati. Ha persino realizzato un ritratto del cardinale Montini futuro papa Paolo VI.

Angeli è stato un pittore pop che con Mario Schifano e Tano Festa ha dato vita alla cosiddetta «Scuola di piazza del Popolo». Era un romano di borgata ricciuto e bello. Nel 1943 la sua infanzia fu traumatizzata dalle bombe alleate che si rovesciarono su San Lorenzo come una nevicata. Si salvò con l'arte e si bruciò con la cocaina. Le donne erano una sua ossessione. Le conquistava facile (era così bello, dopo tutto) e le massacrava. Celebre per passionalità e violenza fu la sua relazione con Marina Ripa di Meana.

A Locarno Kerouac è stato protagonista di un evento d'arte parallelo al festival cinematografico. Cento sue opere tra dipinti e disegni sono state esposte fino a ieri nelle sale del centro culturale Rivellino. Pare si sia trattato della «personale» più ricca mai allestita, dalla quale, però, era escluso un pezzo che appartiene a Kerouac soltanto in parte. È «La deposizione di Cristo» che lo scrittore dipinse a quattro mani con Angeli nel 1966.

Come i due, sconosciuti l'uno all'altro, siano arrivati a incontrarsi e a lavorare insieme ha del romanzesco. Nel 1966 Kerouac venne in Italia su invito della Mondadori per promuovere il suo fortunato romanzo. La prima tappa fu Milano con il solito estenuante giro di incontri mondani e colloqui giornalistici. Fernanda Pivano, che degli scrittori Beat sarebbe diventata la vestale, intervistò Jack e ne ricavò una malinconica delusione.

Dopo Milano fu la volta di Roma. Stesso rito, ma con l'aggiunta del pellegrinaggio alle gallerie d'arte - per esempio alla Tartaruga di Plinio de Martiis - e alle chiese barocche. La Cappella Cerasi per contemplare Caravaggio era una tappa obbligata. A Roma Kerouac si estasiava e beveva fin quasi a svenire. Un giorno, passando per via del Babuino, Franco Angeli vide una specie di sacco buttato sul marciapiede davanti al Bar Taddei.

Si chinò. L'uomo ai suoi piedi era ubriaco fradicio e aveva la faccia pesta. Qualcuno, là dentro, doveva averlo scazzottato e buttato in strada. Senza dire niente, sollevò il malcapitato, lo portò nel proprio studio di via Oslavia e lasciò che lo sconosciuto vi smaltisse sbronza e botte. Lui, come se niente fosse, riprese a lavorare a una sua grande tela di tre metri per due.

Era un quadro a tema religioso. Lo stava dipingendo dopo avere scoperto (anche lui) nella chiesa di Santa Maria del Popolo la potenza espressiva e scenografica di Caravaggio. Lo aveva intitolato «La deposizione di Cristo» e raffigurava il Salvatore con le braccia abbandonate lungo il corpo, sorretto dalla Vergine e da san Giovanni Evangelista. Sulla sinistra era collocata la Veronica e in primo piano si scorgeva una madre che stringe a sé il proprio figlio.

Angeli dipingeva il quadro con colori opachi e seppiati, l'unica nota accesa proveniva dal copricapo di Maria. Le figure erano approssimative, l'atmosfera desolata. Secondo gli studiosi, lo stile così essenziale e così lontano dalla precisione realistica avrebbe richiamato l'Art Brut. Anzi, a loro giudizio, «La deposizione di Cristo» sarebbe stato l'ultima espressione di Art Brut.

Angeli era dunque impegnato a terminare la sua opera così lontana dagli «Half Dollar», dalle marce pacifiste, dalle falci e martello contrapposte alle svastiche che fino ad allora avevano segnato il suo percorso artistico, quando vide arrivare accanto a sé lo sconosciuto. Senza dire una parola, l'uomo prese un pennello e cominciò a dipingere fianco a fianco con il padrone di casa. Per niente turbato, Angeli lo lasciò fare continuando a non dirgli neppure una parola.

I due completarono il quadro in silenzio e, sempre in silenzio, lo firmarono sull'angolo basso a destra. La prima firma fu di Angeli, la seconda di Kerouac. Soltanto in quel momento il pittore capì che l'ubriacone raccattato in via Oslavia era lo scrittore di cui parlava tutta Roma. A quel punto i due voltarono il quadro e, a mo' di autentica, scrissero sul retro della tela la frase: «Dipinto nel 1966 da Kerouac e da Franco Angeli in via Oslavia 41 a Roma».

Il quadro fu acquistato dall'attore Gian Maria Volonté e per molti anni, prima di riapparire magicamente in una mostra ai Mercati Traianei di Roma, scomparve dalla circolazione.

 

 

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