“ABILISSIMA ALLESTITRICE E VETRINISTA” - “IL MANIFESTO” RICORDA GAE AULENTI CON UN PEZZO TERRIBILISSIMO DI GIOVANNI TESTORI DEL 1979 TRATTO DAL “CORRIERE” – “CI ERAVAMO ARMATI DI TUTTO PUNTO. IL NOME ERA QUELLO D’UNA DUCHESSA O DOGARESSA DELLA PALAZ¬ZINA DELL’INTELLIGENZA RADICAL-ESPRESSO-PANORAMICO-REPUBBLICHISTA… NEPPURE ALL’IRRITAZIONE RIESCE PIÙ AD ARRIVARE, OGGI COME OGGI, LA CULTURETTA DEI PALAZZINANTI!”…

Giovanni Testori, "Corriere della Sera", 1 dicembre1979

«E' poi tutto qui? Perché se è così, allor lasciamo andare» - l'indimenticabile, stri¬sciante, vellutata, albicocchica voce d'Ornella Vanoni c'inseguiva, con il suo sottile amiche¬vole invito, mentre uscivamo dal Padiglione d'arte contemporanea di via Palestro dopo aver visto (visto? Ma visto che?); Insomma, dopo aver tentato di vedere, quasi terminata, la Mostra di Gae Aulenti (sino alla fine di dicembre). Era tutto lì? Ma se era tutto lì, perché sforzarci di cavarne un «taglio» di terza e non tagliar su, una volta per tutte, tutto? L'impegno, dio mio, l'impegno assunto con vibrante core e con fermissima, alfieriana volontà!

Sopra gli alberi spogli dei Giardini e, ancor più, sugli, altri, stenti e rari, di Piazza Cavour di¬lagava il tramonto; indicibili rosa; tenerissimi, affranti e imploranti violetti (imploranti a chi? A cosa? Al risveglio della pietà nostra di noi? Al ringraziamento dell'iddio?); tenuità di peschi fioriti; dico peschi e sottolineo fioriti; sottolineo come cantava l'altra indimenticabile, cremonesissima, mostardica, sublime voce, quella di Mina (fioriti, dico, al chiudersi del novembre); e levi cirri, ferite nubi che s'abbassavano come palpebre di sopra i tetti e le terrazze...

Quel morir, così, del giorno ci ripagava dell'inerzia che il dovere assunto ci aveva obbligati a constatare; ci ripagava anche dell'odontotecnica pochezza, dell'ortopedica inanità, del para - littorio, del para - novecentesco, del para - ritorno all'ordine e continuatissimo, mediocre, fanciullesco riporto. Un Sironi, per favore! Dateci un Sironi! Sia pure dei meno belli... Persino l'Argengario dateci! Che venga, anzi! Sì, che venga l'Argengario, qui in Palestro!
S'allargava nell'imminente sera il cuore stesso del cielo. Ad ogni passo i viola smorivano in altri, ancor più imprevedibili, ancor più trepidi, ancor più innamorati...

Ci eravamo armati di tutto punto. Il nome era quello d'una Duchessa o Dogaressa della Palaz¬zina dell'intelligenza radical - espresso - panoramico - repubblichista. Non che, conoscendo¬ne l'opera, il tutto ci allarmasse. Disposti però ci eravamo al dovere; o quantomeno, al diver-timento dell'irritazione. Nossignori. Neppure all'irritazione riesce più ad arrivare, oggi come oggi, la culturetta dei palazzinanti! Siamo al «tilt»; sviene, spira; muore. No! Non un Sironi! Non l'Arengario! I sali, ecco! Sì, i sali!

Credevamo che il talento di Gaetana Aulenti fosse di tipo o di pretesa e presunzione dure, proditorie, acciaiesche. Quella che s'era messa addosso, all'atto pratico, è risultata solo una maschera, sul Catalogo (imprevedibilmente avaro di notizie tecnico - filologiche) l'architetta è caduta nel ricatto della secolare oppressione maschilista («ingrata donna!» dovrebbero gri¬darle dietro, per coerenza, le femministe); e, come facevano le signore di tempi meno fervosi, in biografia s'è scordata di renderci nota la data di nascita.

Che le donne vengano partorite fuori dal tempo?
Il tempo che faceva, l'altra sera, quando uscimmo! Tiepida s'era fatta, l'aria. Infastidiva, attor¬no al collo, la sciarpa che pure l'arietta mattinale ci aveva consigliati a prender su, lasciando Novate (Nuà). Il lettore mi perdoni; sovviemmi una canzone dell'amatissimo paese mio. Essa dice; «a Nuà i murùn fan l'uga». Qui fanno uva (denari) non i moroni (gelsi), bensì quattro idee quattro.

Uva era, americana o fragola che dir si voglia, spiaccicata per entro i punti più straziati del
cielo; per entro i fulcri dello spasimo tramontizio... Credevamo. Sicuri, anzi, credevamo che fosse L'Aulenti abilissima allestitrice e vetrinista. Ma, ecco, al punto d'esporre se medesima; al punto di mettersi tutta e intera in vetrina, un'inaspettata prudenza, un inaspettato pudore (o a che possiamo mai addebitare l'inesistente esito?) l'ha fermata lì, da ingenerarci, ecco, tene¬rezza. «E' poi tutto qui?» Sì. E' tutto qui.

Bisognò aspettare che il delirio dolcissimo del cielo si calmasse nella sopraggiungente sera; attendere bisognò che spuntasse nel cielo la prima stella («quando nel ciel spunta la prima stella - ricordati di me bimba bella!») perché riuscissimo a capir la ragion vera di tanta liber¬tà, di tanto successo; e di tantissimo mercato.

La risposta fu che tale talentosa talentosità era consistita in questo: nella velocità con cui l'Aulenti carpì ai già insediati colleghi delle belle arti, delle belle lettere e dell'eccetera il machiavello per entrare nella succitata Palazzina; la quale s'erige dirimpettaia e simulima al Palazzo di pasoliniana denominazione. Il machiavello consiste, come tutti sanno, in questo: non esser mai, per frequentazioni sociali, clientela e con¬quibus, abbastanza a destra, da una borghesia complessata e in sfacelo e, per quel che riguarda la sinistra, da alcuni partiti in cerca di fregole mondane. Finché il carro passò davanti ai buoi. E adesso? Già: e adesso?

Di sopra a un piano nerissimo che s'inclina sullo sparso terriccio (memoria, crediamo, della faticata, faticante, costosissima scenografia para - tedesca per «Wozzeck» scaligero) sono esposti progetti, alzati, spaccati, scenografie, fotografie, planimetrie, modelletti, teatrini. Vi s'alzan sopra in aggetto (si fa per dire) alcune lampade (Pileo, Oracolo, King, Sun, Giova, Rimorchiatore); manca, a maggior disdoro ma forse era stata vista e venduta a sufficienza) la lampada «Pipistrello» che pure fruttò all'Aulenti l'universale celebrità e l'universale mercato; tre poltroncine (Sgarsul, Locus solus, April) alcuni membri delle famiglie Kartel - Knoll e un tavolo, dicesi uno (Jumbo). Fine?

Sì, fine. Avarissima, striminzita, come se ogni oggetto che presenta fosse un Piero della Francesca (e invece è solo un Francesca del Piero), la mo-stra offre assaissime difficoltà. Alcuni disegni ed alcune fotografie son poste talmente lontano dall'occhio dell'eventuale visitatore che, per veder qualcosa, sarebbe necessario strisciare sul nerissimo piano. Ma allo strisciamento i custodi giustamente s'opporrebbero.

Peccato! - pensavamo mentre s'accendeva, lucidissima, sul «nost Milan» la seconda stella (e qui la canzone non c'è). «Panettone, no?»: ci passò per la testa, improvviso, un frammento, folgore di neoportiana bellezza, della grande Valeri; e, per fedeltà, lo trascriviamo. Peccato, perché come allestitrice e vetrinista l'Aulenti possedeva una sua ingombrante chiarezza! Qui, invece, neanche più l'ingombro.

S'accese, verso nord, la terza stella: punto d'oro nell'abbuiarsi infinito. Ebbe ad allestire l'Au¬lenti bellissime vetrine di macchine da scrivere. Allestisce al presente stellanti vetrine nei capolavori dei più celebrati e cari (cari, intendo, di prezzo) gioiellieri del mondo; luoghi, quest'ultimi, presso i quali, come ognuno sa, han l'abitudine di recarsi a far la spesa i cassin-tegrati, i senza tetto e i senza lavoro; ed anche i nostri camerieri che vanno a «far la stagione» in della Sguizzera; Geneve, lac Lèman (non è detto a caso). Stregata, mite notte, dopo un così stregato, mitissimo tramonto. Alla gran Personale il talento mollò, come aquilone stracciato
dai venti; si sgonfiò il medesimo come pallone spungiuto da atroce forchetta, o come soufflè mal riuscito.

Che restava nella memoria? Un'aria di reazione assai elitaria e trentennialista; una lucidità vagamente obitoriale; uno strano odor di gabinetto dentistico; alcune forme da protesi nazi - gulagiche; e il feminil malessere di qualcuno che aveva osato pensare che l'uomo non sia altro che un fatto d'ortopedia... Oh, snob dei tempi andati! Non si dice tanto! Di quando invece che di Pifano parlavate del «Marchesone», invece che di Emma Bonino della «divinazza santa»! Costringerci in così pochi anni a simili rimpianti!

Che abbiano, ecco, i visitatori tutti che si recheranno a frotte al Padiglione di via Palestro; che abbiano tra monti come quello che capitò a noi; e simillime notti! Quando salimmo sul treno che ci riportava a Nuà, le stelle erano tante, nel cielo, da far baraonda; tandis que; nelle case di qualche amico - amica dei Palazzinanti si preparava il party per l'inaugurazione dell'indo¬mani. Saranno stati ammessi «i uperari»? Toi (moi) inguèrissable peupliste! (Si dice? Ma! Ad ogni modo arrischiamo...)

 

GAE AULENTI testori giovanniAgo e Filo di Gae AulentiAULENTIGae Aulenti Umberto Pizzi - Copyright PizziGAE AULENTI PISAPIA mi44 gae aulenti lina sotismi45 gae aulenti lina sotisFrancesco Micheli e Gae Aulenti - Copyright PizziGiorgio Forattini e Gae Aulenti - Copyright Pizzi

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