the square

RECENSIONI CONIUGALI: MARCO GIUSTI RIVEDE ‘THE SQUARE’ CON LA MOGLIE ALESSANDRA MAMMÌ, ESPERTA D’ARTE CONTEMPORANEA: ‘A CANNES MI ERA SEMBRATO UNA MATTONATA DI 2 ORE E 40 MINUTI, E UN FILM ARROGANTE E ANTIPATICO NEI CONFRONTI DI QUEL MONDO. INVECE PER CHI LO CONOSCE, HA TROVATO UN RITRATTO PERFETTO’ - MAMMÌ: ‘DISPIACE VEDERE UNA GRANDE GIORNALISTA COME NATALIA ASPESI ELENCARE LUOGHI COMUNI’

 

The Square di Ruben Ostlund

 

Marco Giusti per Dagospia

 

the square

Lo sapevo che lo dovevo rivedere. E, soprattutto, sapevo che dovevo rivederlo con qualcuno di più attento all’arte contemporanea. Perché questo The Square, coproduzione danese-inglese-svedese diretta e scritta da Ruben Ostlund, regista del notevole Forza maggiore, vincitore della Palma d’Oro a Cannes, a me, lo scorso maggio, durante il festival sembrò non solo una mattonata di 2 ore e 40 minuti, ma proprio un film arrogante e non simpatico nei confronti dell’arte contemporanea.

 

Se Forza maggiore era un film secco e riuscito, serissimo nel descrivere la crisi di una coppia di fronte all’imprevisto che rivelava il nostro difficile rapporto con la responsabilità individuale e quella collettiva, qui l’imprevisto mi sembrava lanciare una specie di commedia grottesca slabbrata e non così divertente non nelle corde del suo autore, che si perdeva alla ricerca di un filo impossibile da ritrovare lì dove un film come Toni Erdmann riusciva a chiudere la sua tela…

 

Devo ammettere che non solo il premio della giuria sotto il controllo di Pedro Almodovar mi dava torto, e vabbé, ma perfino mia moglie Alessandra Mammì, che lo ha letto in modo del tutto diverso dal mio e lo ha trovato un ritratto perfetto e molto dal di dentro del mondo dell’arte contemporanea. E qui son dolori. E, probabilmente, ha ragione lei.

 

Protagonista è qui Christian, Claes Bang, giovane direttore di un museo d’arte contemporanea svedese, che sta lanciando la sua prima esposizione, The Square, una sorta di richiamo simbolico all’abbraccio universale per combattere l’indifferenza dei nostri giorni. Proprio prima di entrare al museo, Christian è rapinato di cellulare e portafogli ma, grazie al gps, riesce a capire se non proprio il nome del ladro, almeno il suo indirizzo.

 

the square

Scrive a tutti gli abitanti della palazzina una lettera minacciosa che gli riporterà, come sperava, la refurtiva, ma darà vita a una serie di contrattempi che metteranno in discussione l’idea di fratellanza proprio della installazione di Christian in un crescendo di situazioni bizzarre. Detto questo, scrivevo, lo scorso maggio: l’idea che ha il regista dell’arte contemporanea mi sembra piuttosto banale e non sviluppa nemmeno grandi momenti di commedia.

 

Magari il pubblico svedese si diverte, ma spesso il tentativo di satira del mondo dell’arte è imbarazzante. Come l’incontro con lo scrittore turbato dalla presenza di uno spettatore ammalato di sindrome di Tourette che seguita a dire cose sconce e pesanti alla moderatrice dell’incontro.

 

Non parliamo poi della grande scena di sesso di Christian con Anne, Elisabeth Moss, che termina con uno scontro fra i due su chi deve buttare il preservativo nella spazzatura. A questo punto, però, vi rimando direttamente a quello che ha scritto Alessandra sull’Espresso, che, come tanti altri critici, da Peter Bradshaw del Guardian a Maurizio Porro del Corriere, sono stati forse spettatori più attenti di me:

 

 

Alessandra Mammì per http://mammi.blogautore.espresso.repubblica.it/

 

“No. Non è vero che “The Square”  Palma d’Oro a Cannes, supernominato agli Efa, firmato da un regista sottile e complesso Ruben Östlund ambientato in un pallido museo di Svezia, prenda in giro l’arte contemporanea. E’ vero il contrario… La conosce a fondo. La rispetta. Ne condivide i riti, perdona i vizi.

the square

 

E con malinconia ne osserva la deriva che è la stessa di quel mondo europeo e borghese che l’ha prodotta, e che ha creduto nella cultura e nel welfare, nella democrazia e nell’equilibrio sociale e individuale. Un gioco di specchi, ormai deformati  e deformanti che di quell’ utopia  ci rimanda solo un metro quadrato luminoso, simbolo del rigore minimalista e ultimo respiro dello “spirituale nell’arte”.

 

Eccolo: si chiama “The Square”  è l’ opera firmata da un’artista argentina che prova a declinare nell’astrattismo concettuale anche un messaggio sociale. “Il quadrato è un santuario di fiducia e di amore, entro i cui confini tutti abbiamo gli stessi diritti  e doveri” recita l’iscrizione che completa l’opera.

 

Presto sarà inaugurata. Il museo si prepara il curatore capo Christian  acchitto e piacione,  dagli abiti sartoriali grigio fumo, calze colorate in contrasto, sempre con libera sciarpetta al collo e ciuffo leggermente ribelle sembra un clone del fascinoso Chris Dercon ( ex direttore della Tate Modern ).

 

Aspettando la mostra con indolenza  filosofica indice riunioni, concede interviste…. Lavora e vive in questo mondo protetto dove si parla inglese, negli spazi immacolati del white cube simile in tutto il mondo, nel silenzio delle installazioni di Land art, tra le ghiacce luci che sfavillano dalle parole al neon di un simil Kosuth, nell’international style di look e abitudini che sembrano immuni da qualsiasi minaccia. Lui vive lì  tra riunioni democratiche che accettano anche la presenza di cani e neonati. Tra tazze di caffè e nessun posacenere, sotto gli occhi freddi  di una direttrice di rigida eleganza e  due giovani addetti stampa spericolati e social addicted.

the square

 

Poi un giorno un banale incidente, fuori per la strada, nel mondo reale, tra i passanti e i mendicanti,  si insinua come un crepa in questo cristallo perfetto e pian piano lo manderà in frantumi.

 

E in questo caos che ci attende all’angolo, quella roccaforte di critici e curatori, artisti e collezionisti, studiosi e studenti si ripara nell’ultima spiaggia di un’utopia che dovrebbe renderci  tutti se non è proprio uguali, almeno simili alla iper-democratica Svezia e alla serenità del suo Stato sociale che sondaggi recenti indicano come il paese  più generoso al mondo.

 

Ma anche lì lo stato sociale si è già sfaldato , mentre dentro il fortino del museo si muove  un’aristocrazia destinata alla sconfitta, una comunità benestante che  applaude il più ricco  tra loro perché dona un’opera, un mondo di fantasmi che si compiace e si riflette nella sempre più anoressica e anemica simbologia che ormai produce.

alessandra mammi e marco giusti

Ma è un mondo che ci  appartiene più di quanto si pensi.

 

Vero come è vero dibattito anche la gag iniziale dove la giornalista  chiede al curatore cosa vuol dire l’annuncio sul sito di una  “mostra/ non mostra” e soprattutto la criptica spiegazione che ne consegue.

 

Lo sguardo perso del nostro eroe potrebbe dar luogo a una caduta comica, ma la risposta invece è perfetta, lineare “se io metto la sua borsa in una sala  del museo è un ‘opera o no?”.

E’ dai tempi di Duchamp che se ne discute. E non c’è niente da ridere.

Ostlund ne è consapevole. Il gioco di sfiorare il ridicolo e subito innalzarlo a simbolico è continuo nel film. Ogni luogo comune sull'arte contemporanea è contradetto e rimandato al mittente. L'uomo delle pulizie danneggia una installazione di ghiaia? Invece della situazione comica arriva la responsabile risposta di Christian: "abbiamo le foto? abbiamo la ghiaia? procediamo a riparare".

 

E dispiace vedere una grande giornalista come Natalia Aspesi elencare luoghi comuni sull’arte che non sono  affatto nel messaggio del film.  Perché  in “The Square” non c’è niente da ridere. Dall’orinatoio di Duchamp, al Piss Christ di Serrano o la rana crocefissa di Kippenberger qui si mette in scena quell’ambiguità che cammina sull’orlo di un baratro ma che l’atmosfera sacra del museo rende credibile.

 

Quella serenità che si respira nello spazio bianco, luminoso e sicuro delle sue sale e riscatta ogni paradosso. Quella ritualità che ha trasformato kunsthalle e gallerie contemporanee in laiche chiese e luoghi identitari.

 

 

NATALIA ASPESI

Luoghi giusti, perfetti per  ambientare un film che costruisce una tensione sui piccoli eventi scaturiti  invece dalla perdita di identità, dal dissolversi di una comunità, dalla paura dell’altro e del diverso. Finché l’aggressività non entra anche lì, nel sacro recinto, come un mostro generato dall’eccesso di ragione e controllo e partorito dalle viscere del museo stesso. Non è la morte dell’arte, ma è la fine di un mondo. Il nostro: europeo, democratico, civile, estenuato, paradossale mondo di cui l’arte attuale è specchio e copia conforme.

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