roberto vecchioni

“LE LUCI DI SAN SIRO NON SONO QUELLE DELLO STADIO, SONO QUELLE CHE SCORGEVAMO DALLA MONTAGNOLA DI SAN SIRO, ANDAVAMO LÀ A FARE L’AMORE” – ROBERTO VECCHIONI CONFESSIONS: “LA CANZONE PARLA DEL MIO PRIMO AMORE, FU LA SCOPERTA DEL SESSO. UNA SERA ERAVAMO IN UN BOSCHETTO. LEI MI DISSE DI NO E USCÌ DALLA MACCHINA. IO LA RINCORSI E MI TROVAI CIRCONDATO DALLE PROSTITUTE. MI PRESERO A BORSETTATE” – “SAMARCANDA? NACQUE IN AUTOSTRADA. UN TALE DAVANTI A ME FRENÒ DI COLPO. GRIDAI: “OH, COGLIONE!”. MA SUBITO DIVENNE “OH, CAVALLO!” – IL DOLORE PER IL SUICIDIO DEL FIGLIO, I PROBLEMI CON L’ALCOL, LE GARE DI BEVUTE CON GUCCINI E… - VIDEO

Estratto dell’articolo di Aldo Cazzullo per www.corriere.it

 

roberto vecchioni

Natale in casa Vecchioni non è ancora finito. Due Babbi alti tre metri ci accolgono in giardino, per la gioia di Amelia e Adelaide, le splendide nipotine nate dalla figlia Carolina. «Ho altre due nipoti da Francesca, Nina e Cloe — racconta Roberto Vecchioni —. Sono gemelle ma molto diverse, una alta e bionda, l’altra piccola e bruna. Francesca è omosessuale, molto impegnata nella sua associazione Diversity. L’ho accompagnata due volte ad Amsterdam per l’inseminazione, ma non è andata bene. Poi è andata da sola, e ci è riuscita».

 

 […] Vorrei chiederle come e dove nasce Luci a San Siro.

«Nasce al Car».

 

dalla guccini vecchioni

Centro addestramento reclute.

«Alle casermette di Casale Monferrato. Luogo di una tristezza spaventosa. Due giorni prima di partire militare, lei mi aveva lasciato».

 

«Tanto che importa, a chi la ascolta, se lei c’è stata o non c’è stata, e lei chi è?». Appunto: lei chi è?

«Il primo vero amore. Siamo stati insieme quattro anni».

 

Lei Roberto aveva già 24 anni, era già laureato, già cantautore.

«Ma sono stato tardivo. Fino a diciassette anni, solo bacetti».

 

La prima volta fu con la ragazza di Luci a San Siro?

roberto vecchioni

«No. Però erano stati amori casuali, neanche tanto piacevoli. Con lei fu la scoperta del sesso, un’emozione fortissima. Quando mi lasciò fu terribile. Mi pareva di aver perso l’unica donna del mondo».

 

La prima versione del testo è durissima: «stupri, coiti anali», che poi diventano «sesso, prostituzione», infine «donne da buoncostume».

«Non fu censura. L’ho voluto io, per rendere la canzone più vasta, più universale, meno incazzata».

 

[…]  «Avevo una chitarra, ma non riuscivo proprio a scrivere una canzone su un amore finito. Era un sentimento così forte, mi pareva che le parole non bastassero. Le notti non passavano mai, non dormivo in camerata ma al bar dei sergenti, anche se ero solo aviere semplice… Fu Orlandi a convincermi».

vecchioni

 

Chi?

«Un commilitone emiliano, noto perché dedito a sedute autosessuali pubbliche, insomma una vera bestia. Eppure si commosse per la mia storia, e mi disse una frase che ancora ricordo: “Tu devi fare questa canzone, perché questa canzone sarà per sempre”».

 

L’ha scritta in caserma?

«No, a casa, durante una licenza, su un tavolinetto rotondo, con le farfalle sotto il vetro. Cominciando dalla fine: il patto con Milano. Perché io, figlio di napoletani, amo Milano. In Luci a San Siro, Milano è una persona viva, cui propongo uno scambio».

ROBERTO VECCHIONI CON LA MAGLIA DELL INTER

 

[…] Lo stadio?

«Ma no! È quello che pensano tutti. Ma le luci di San Siro non sono quelle dello stadio, dove andavo a vedere la Grande Inter. Sono le luci che scorgevamo dalla montagnola di San Siro, quella innalzata con le rovine delle case bombardate. Andavamo là a nasconderci e a fare l’amore. E poi Settimo Milanese, Sesto San Giovanni, il laghetto di Redecesio vicino all’Idroscalo… strade bellissime, vicende fantastiche».

 

Con Roberto e la sua ragazza sulla 600.

«Una sera eravamo nel boschetto sui bastioni di Porta Venezia. La storia stava finendo. Lei mi disse di no, che non voleva più farlo, e uscì dalla macchina. Io mi gettai nella rincorsa, e mi trovai circondato dalle prostitute. Non mi ero mai accorto di loro. Mi presero a borsettate: “Porco, lasciala stare, ti ha detto di no!”. Me la diedi a gambe. Lasciai lì la 600, tornai a recuperarla il mattino dopo».

 

roberto vecchioni

[…]  Samarcanda invece come nacque?

«Lessi un articolo di Antonio Ghirelli sul Giro d’Italia: “Francesco Moser ha trovato la sua fine a Samarcanda”. Non capii. La cosa mi incuriosì. Mio fratello mi mise in mano un libro, “Appointment in Samarra”, di John O’Hara. Non c’entrava nulla, era una storia d’amore. Ma nel frontespizio si citava una commedia di Somerset Maugham. Era più o meno la storia della canzone».

 

Perché più o meno?

«Il protagonista non era un soldato, ma un servo, cui il padrone tentava di salvare la vita. Ma l’originale è nel Talmud babilonese. Il re Salomone vede l’angelo della morte, lo trova triste, gli chiede perché. Lui risponde: “Devo portare via due persone, due tuoi servitori, e non li trovo”. Salomone fornisce ai servi due cavalli e li invita a scappare, nella città di Luz: dove però li attende la morte. Il giorno dopo, Salomone ritrova l’angelo, tutto allegro: “Grazie per aver mandato i tuoi servitori nella città in cui li aspettavo”. Una storia ripresa anche da Jean Cocteau, il poeta, e da Borges».

roberto francesca vecchioni

 

Ma nella sua canzone la morte parla con il soldato, non con il re.

«È una variante che ho trovato in Oriana Fallaci».

 

Lei aggiunse «Oh oh cavallo!».

«Quello è successo in macchina. Composi Samarcanda in autostrada, tra Milano e Bologna».

 

E come la scrisse?

«Non la scrissi, la cantai. Ho spesso composto canzoni in auto, mandandole a memoria: quando ho timore di perdere qualcosa, freno, accosto, e scrivo. Quel giorno, uscito dal casello, un tale davanti a me frenò di colpo. D’istinto gridai: “Oh, coglione!”. Ma subito divenne “oh, cavallo!”».

roberto vecchioni

 

Molti pensarono a una favola per bambini, invece era una canzone sull’ineluttabilità della morte.

«Non sull’ineluttabilità; tutti sappiamo di dover morire. Quella semmai è Viola d’inverno: “Arriverà che fumo, o che do l’acqua ai fiori, o che ti ho appena detto: scendo, porto il cane fuori…”. Samarcanda è una canzone sulla perversità della morte. La sua cattiveria. Ispirata a mio padre Aldo. Proprio quando pareva guarito dal cancro, si aggravò all’improvviso, e morì».

 

Suo padre torna in un’altra canzone, «L’uomo che si gioca il cielo a dadi».

«Papà si giocava qualsiasi cosa. In montagna, con la scusa di far respirare aria buona ai figli, prendeva casa davanti al casinò di Saint-Vincent. Alla vigilia della maturità mi vide triste e mi portò cinque giorni a Parigi, a giocare ai cavalli a Vincennes, e poi a vedere Rosa Fumetto: ricordo quella donna stupenda, che passeggiava nuda su una rete distesa sopra di noi… La maturità comunque andò benissimo».

 

daria colombo e roberto vecchioni (2)

Lei sta da quarantatré anni con la stessa donna, Daria Colombo.

«Quando la vidi pensai: ma davvero esiste una creatura così? Non avevo mai visto una donna tanto bella in vita mia. La chiamai, le chiesi di uscire. Il mattino dopo la richiamai: “Vuoi uscire anche stasera?”. È stato un corteggiamento lungo. Una battaglia. Ma sapevo che era la mia compagna. Infatti mi ha salvato la vita, tante volte».

 

Allude alle sue malattie?

«Quello è niente. Prima di ogni operazione, al polmone, al rene, alla prostata, al cuore, lei mi ha sempre fatto coraggio, “cosa vuoi che sia?”. Sono sempre entrato in sala operatoria ridendo”. Ma alludo soprattutto ad altro. Agli errori che mi ha evitato, alla vicinanza nei momenti bui, a come mi ha sostituito quando non c’ero…».

 

Avete anche perso un figlio, Arrigo.

«Un ragazzo che non apparteneva a questo mondo: per discrezione, generosità, senso dell’umorismo. Era fantastico con i bambini. Vale per lui quello che ho scritto in una canzone per Van Gogh: “Questo mondo non si meritava un uomo bello come te”. Arrigo era un grande scrittore, ha composto poesie straordinarie. Ed era un grande interista».

 

roberto vecchioni e il figlio arrigo

[…] In una bella intervista a Walter Veltroni, lei disse di sentire ancora suo figlio dentro di sé.

«È vero. Durante il giorno mi faccio forza, anche per mia moglie. Inoltre lavoro moltissimo ma qualche notte, quando Daria dorme mi ritrovo a piangere, lei non si dà pace e così è da oltre un anno. Non avevamo mai pensato al suicidio. La malattia mentale viene ancora affrontata come una vergogna; invece se ne deve parlare. Forse io e Daria scriveremo un libro. Un tempo io bevevo soprattutto superalcolici, lui soffriva nel vedere il suo papà, una persona importante, che si distruggeva così, di certo anche io ho le mie colpe».

 

Ora non beve più.

de andrè vecchioni guccini

«Da dieci anni, proprio perché l’alcol mi distraeva dai figli. Ma ad Arrigo non è bastato. Non siamo riusciti a capirlo. Le forme bipolari sono aumentate con il Covid, lo stravolgimento dei rapporti umani ha fatto il resto, e l’assistenza sanitaria è gravemente insufficiente. Troppe famiglie vengono lasciate sole. È una battaglia che io e mia moglie vorremmo combattere».

 

[…] È vero che siete amici con Francesco Guccini?

«Ci siamo incontrati tanti anni fa a Sanremo, al Tenco. Lui mi fa: tu sei quello dello stadio che si illumina?».

dalla guccini vecchioni

 

Vede? Anche Guccini pensava che Luci a San Siro si riferisse allo stadio.

«Io risposi: e tu sei quello del trenino che si va a schiantare? Poi facemmo a gara a chi beveva di più. Lui aveva una bottiglia di bourbon, io di whisky. Le scolammo entrambe».

 

Chi vinse?

«Eravamo troppo ubriachi per stabilirlo».  […]

dalla guccini vecchioniroberto vecchioniroberto vecchioniIRENE BOZZI E ROBERTO VECCHIONIVECCHIONI AD AMICI2 francesca vecchioni e alessandra con le loro gemelledaria colombo e roberto vecchioniroberto vecchioni alfa

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