sabelli fioretti scalfari

“L'ADDIO A REPUBBLICA? LA MIA CAZZATA PIU' GRANDIOSA” – CLAUDIO SABELLI FIORETTI RICORDA LA FONDAZIONE DI "REPUBBLICA" CON SCALFARI E LE SUE DIMISSIONI: “ERO PROPRIO UN IMBECILLE. PEGGIO DI ME SOLO MASSIMO FINI, CHE SE NE ANDÒ DOPO APPENA UN GIORNO. NON AVEVO CAPITO CHE, QUANDO UN GIORNALE STA NASCENDO, A DOMINARE È UN GRAN CASINO” – "POI CHIESI A SCALFARI DI TORNARE. LA RISPOSTA DI EUGENIO: "NON LO RIPIGLIO NEANCHE MORTO". DA ALLORA, LO ODIAI PER SEMPRE” - LA BORDATA AL "CORRIERE DELLA SERA" PER LE INTERVISTE...

Maurizio Crosetti per “la Repubblica” - Estratti

 

Claudio Sabelli Fioretti, ma come andò che fondaste Repubblica? 

«Ero disoccupato, e Scalfari stava cercando un capo dello sport per il nuovo giornale che aveva in mente. Venne a Milano, ci incontrammo e mi mostrò il progetto, le pagine»

Ma scusi, lo sport all'inizio di Repubblica mica c'era. 

claudio sabelli fioretti

«Errore. C'era. Poi le damazze, come le chiamavo io, cioè le signore radical chic che Scalfari frequentava, lo convinsero che lo sport era una cosa volgare e lui le ascoltò. Ci ripensò soltanto più tardi, dopo avere visto il successo della Stramilano di cui tutti parlavano». 

 

Nel frattempo, come preparaste la grande novità? 

«Con una serie impressionante di numeri zero, cioè quelle copie che non vanno in edicola ma si realizzano per prova, però con cronache, commenti, interviste. Simulazioni perfette. Certo, era imbarazzante intervistare personaggi per un giornale che non esisteva, e per pezzi destinati a non uscire mai. Quando Scalfari mi spiegò che lo sport dentro Repubblica non ci sarebbe stato, ci rimasi malissimo e lui mi promosse all'istante vicecapo della redazione milanese, guidata da Gianni Locatelli.

 

E quando le pagine sportive finalmente apparvero, io mi rifiutai di esserne il capo, per ripicca. Certo ero proprio un imbecille. La verità è che non mi trovavo tanto a mio agio, e mi dimisi. Peggio di me solo Massimo Fini, che se ne andò dopo appena un giorno. Non avevo capito che, quando un giornale sta nascendo, a dominare è sempre un gran casino». 

 

eugenio scalfari giorgio forattini 23

Ma come, lei abbandonò sul più bello la nave destinata a cambiare il giornalismo italiano? 

«Fui veramente un coglione. Accettai l'offerta del Tempo Illustrato, un settimanale senza futuro, insieme a qualche altro transfuga dall'Espresso, tra i quali Carlo Gregoretti e Lino Jannuzzi, un'avventura folle di un gruppo di folli, e mi pentii amaramente quasi subito. 

Allora telefonai al mio amico Gianluigi Melega, caporedattore di Repubblica, e chiesi di riferire per favore al grande capo che sarei tornato anche a piedi sull'autostrada del sole, mi sarei messo in ginocchio sui ceci purché mi riprendesse. La risposta di Eugenio arrivò dall'altra stanza in tempo reale, in quella stessa telefonata: "Non lo ripiglio neanche morto". Da allora, odiai Scalfari per sempre». 

 

claudio sabelli fioretti

Repubblica è stato il suo grande errore? 

(...) andarmene da Repubblica fu la cazzata più grandiosa. Perché davvero quel giornale stava per fare la rivoluzione. Era bellissimo. Era scritto benissimo, tutto, non solo i pezzi delle cosiddette firme. E nessuno faceva il gigione. Consiglio a tutti i giovani colleghi di andarsi a cercare la raccolta di Repubblica di cinquant'anni fa, anche meno: lì dentro ce ne sono, di cose da imparare». 

 

Che posto era, quel giornale? 

«Una squadra di fuoriclasse, forse un po' snob. A quel tempo, i giornalisti amavano scrivere in prima persona, io, io, io. Scalfari lo vietò, per dirne soltanto una. La scrittura era al centro di tutto. Oggi, apro i giornali e stento a capire quello che leggo. Ci sono resoconti di partite di calcio senza neanche il risultato, e tutti vogliono fare i poeti. Gli epigoni di Brera hanno fatto un sacco di danni. Ma il suo unico e vero erede, cioè Gianni Mura, mica faceva il poeta! Scriveva benissimo, e mi portava in ristoranti meravigliosi». 

 

(…)

 

Repubblica le piace ancora? 

«Certo che sì! Anzi, mi faccia una cortesia: dica al direttore Mario Orfeo che verrei volentieri a fargli da vice. Lui mi è simpatico, e mica tutti i direttori lo sono stati. Anche Carlo Verdelli era magnifico, lo lanciai io in Mondadori, a Panorama Mese, era bravissimo, poi mi sostituì a Sette. E anch'io, nel mio piccolo, ho diretto e spesso affossato qualche giornale, Sette, Pm, Cuore, ABC, Gente Viaggi, eh». 

 

CLAUDIO SABELLI FIORETTI

La sua grande passione per le interviste nacque a Sette? 

«Grosso modo, sì. L'intervista è il genere più difficile, perché sembra il più facile. E se ne pubblicano troppe. Posso dire una cosa sul Corriere della Sera? Non posso? 

 

E io la dico lo stesso: mettono in pagina tutti i giorni quattro interviste lunghissime. Intervistano i cugini delle persone famose, i figli, le mogli, i fratelli, i nipoti.  

 

Vabbé, una volta hanno intervistato pure me e li perdono». 

 

Parliamo un po' di editori? 

«Ho letto che forse Repubblica sta per passare in mani greche. A questo proposito, vorrei dire che io ho fatto il classico ed ero il più bravo della scuola in greco (a questo punto, Sabelli Fioretti comincia a declamare versi nella lingua di Omero, n.d.r.)». 

eugenio scalfari

 

Scusi, ma cosa sta dicendo? 

«Sono versi di Tirteo e Callino, due poeti arcaici della guerra. Mi sto portando avanti col lavoro». 

 

Quando c'è un compleanno, di solito si fanno gli auguri. 

«E io auguro a Repubblica di tornare ai vecchi tempi e di mettere di nuovo insieme una squadra incredibile.  Perché i grandi giornali li fanno i giornalisti». 

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