carlo conti giorgia meloni

IL SANREMO DELLE PIPPE (AUTARCHICHE)! NIENTE STRANIERI ALL’ARISTON: NON È SOLO QUESTIONE DI BUDGET – MASSARINI: “CHE LA MUSICA DOMINANTE SIA ITALIANA NON È UN CASO: AVETE PRESENTE QUEL LUOGO COMUNE PER CUI LA RAI È LO SPECCHIO DELLA SOCIETÀ, E LA MUSICA RIFLETTE IL PERIODO STORICO? ALLORA PERCHÉ IN QUESTO MOMENTO NAZIONALISTA E SOVRANISTA, NEL QUALE L'ITALIANITÀ È TENUTA IN PALMO DI MANO, E LE COMPETENZE SONO UN OPTIONAL, LA MUSICA CHE ASCOLTIAMO DOVREBBE ESSERE STRANIERA? MUSICA RIBELLE? CHI NE SENTE LA MANCANZA O IL BISOGNO? ORA È TUTTO OMOLOGATO, ADDOMESTICATO, E ANCHE SANREMO, COME LA MESSA, HA LA STESSA DINAMICA: ANDATE IN PACE, FRA UN ANNO SI RIPETE”

Carlo Massarini per “la Stampa” - Estratti

 

C'è stata un'epoca in cui il Festival della canzone italiana di Sanremo era molto diverso da adesso. 

 

carlo conti arruola giorgia cardinaletti per la serata finale di sanremo 1

Partiamo dagli inizi: dopo un esordio assolutamente nazionale (l'era dei Claudio Villa, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli etc), negli Anni 60 il Festival si è aperto verso l'estero. Ospiti stranieri sì, ma in concorso: abbiamo visto nomi quasi da fantascienza (Louis Armstrong, Stevie Wonder, gli Yardbirds, etc), spesso malpresentati e malusati, il fine era quello di allargare l'impatto internazionale con nomi conosciuti un po'da tutti i mercati, pace se gli venivano offerte canzoncine senza senso.

 

L'eco di Sanremo non ha mai attecchito nei mercati anglofoni (anche se alcune delle canzoni in gara hanno avuto grande successo tradotte, vedi Io che non vivo di Pino Donaggio diventata You Don't Have To Say You Love Me nelle mani della grande Dusty Springfield prima ed Elvis poi), ma sicuramente ha penetrato il mercato sudamericano e, per quel che conta, russo e dell'Est in generale (c'è chi ci vive ancora di rendita, alla faccia dell'etica). 

 

carlo conti

Poi questa strada è stata abbandonata, e con l'avvento di una «nuova musica italiana» negli Anni 70 e 80 è calato drasticamente sia il numero degli artisti stranieri che l'interesse per il Festival: i ragazzi avevano scoperto il mercato americano e inglese, ed era cambiato tutto, gusti inclusi. Nell'87 e'88 una strategia di ricupero che ho vissuto in prima persona: i migliori nomi possibili per ridare lustro all'estero (ma anche rivitalizzare il mercato in Italia), in una sorta di Festival parallelo, con nomi pazzeschi. Trovarsi a presentare Paul Simon, Whitney Houston, Paul McCartney, George Harrison, Duran Duran (e un'altra ventina quasi allo stesso livello) è, come si dice ora, tanta roba. Mai visto né prima né dopo, onore a Baudo, Bixio e Ravera jr., che quell'anno organizzavano. 

 

Poi, l'era dei superospiti, generalmente sempre malpresentati ma ora totalmente autonomi, tipo vengo, canto, non parlo: David Bowie, Tina Turner, Bruce Springsteen, Madonna, Peter Gabriel, e mai dimenticare l'immenso Ray Charles in concorso con un brano di Toto Cotugno, una di quelle cose assurde ma che once in a lifetime funzionano (bè, Ray la riscrisse tutta). Poi, qualche attore col film nuovo, e varie altre figure assortite (da ex-Presidenti a Premi Nobel a pugili, venghino signori venghino, ce n'è per tutti). 

Quest'anno sembra non ci sarà nessun superospite straniero, e uno si chiede, perché? 

Vi do almeno tre buoni motivi: uno, costano.

 

carlo conti atreju

Nell'87/88 la genialata fu chiamare «quelli in promozione», che le Case Discografiche erano felici di poterti portare. Ma, rispetto a quarant'anni fa, le Case Discografiche (cioè, le tre major che ancora ci sono, Emi-Universal, Warner, Sony BMG) lavorano in modo molto diverso, il potere è negli artisti e nel loro management, un ospite fuori dagli schemi è fuori budget. La promozione si fa con altri mezzi rispetto alla tv: sulle radio, sul web, sui social, sui siti personali, e le star ai grandi Festival live ci vanno sì, ma a far cassa. 

 

Poi, è cambiato il concetto di grande star internazionale. 

 

(...)

 

È cambiato il pubblico della musica in Italia: da dieci anni almeno la musica che senti dalle radio più popolari, persino nelle pubblicità, la musica che riempie i live, persino gli stadi, è italiana. Un po' per la scomparsa – come si diceva prima – di grandi star trasversali e per la ritrosia degli artisti Usa a farsi vedere sotto Milano, molto perché le generazioni di adesso vogliono sentire testi e ritmi che possono comprendere, con cui identificarsi. Li sentono loro, pace se sono meno interessanti di un americano.

GIORGIA MELONI - FOTO di Luca Santese e Marco P.Valli - Cesura

 

Si è messo in moto un meccanismo generazionale abbastanza autoreferenziale, in cui vengono spesso coccolati esordienti con poco da dire, una gigantesca partita di giro nel quale il talento vale meno della popolarità e dei follower, essendo il primo percorso molto più lungo e faticoso del secondo. E pazienza, anche, se tutto questo lascia fuori della porta ragazzi che hanno passione per la musica vera, suonata, ma che è fuori schema in questo momento. «Voglio fare lo stadio» è diventata peraltro un'ossessione presso le giovani leve, celodurismo a sette note, status quo da affermare magari poi sottoprezzando o regalando i biglietti per riempire i vuoti. Hanno fatto un disco e si considerano (o gli fanno pensare di essere) popolari come Vasco, auguri per il futuro se ragionano così. 

 

Un'ultima considerazione. 

carlo massarini foto di bacco (3)

Che la musica dominante sia italiana non è un caso: avete presente quel luogo comune per cui la Rai è lo specchio della società, e la musica riflette il periodo storico? Allora perché in questo momento nazionalista e sovranista, nel quale l'italianità è tenuta in palmo di mano, e le competenze sono un optional molto meno importante delle conoscenze o giuste appartenenze, la musica che ascoltiamo dovrebbe essere straniera? 

 

Perché dovrebbe essere diversa dal pop orecchiabile e cantabile, buono per tutte le ore e per tutti i gusti, che lascia le cose esattamente come stavano? Musica ribelle? Chi ne sente la mancanza o il bisogno? Ora è tutto omologato, addomesticato, e anche Sanremo, come la Messa, ha la stessa dinamica: andate in pace, fra un anno si ripete. 

carlo conti

 

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