DIO PERDONA, WOODCOCK NO - SPIATI I VERTICI DI “PANORAMA” PER LO SCOOP SULLA ESTORSIONE AL BANANA DI LAVITOLA E TARANTINI

Maria Teresa Conti per "il Giornale"

I vertici di Panorama intercettati per almeno 15 giorni. Tra il 20 giugno e il 5 luglio del 2013 certamente, altre volte è probabile. Giornalisti spiati, nella loro attività e in privato, neanche l'Italia fosse una riedizione della defunta Ddr con la Stasi in agguato a captare le conversazioni sospette.

La loro «colpa»? Uno scoop di due anni fa, quello sulla conclusione delle indagini, da parte della Procura di Napoli, a carico di Valter Lavitola e Gianpaolo Tarantini, accusati di presunta estorsione a carico dell'allora premier Silvio Berlusconi. Uno scoop che, al contrario degli «spifferi» che dalle segrete stanze dei palazzi di giustizia raggiungono i giornali di sinistra, che quelli sono libera informazione e non si toccano, è sfociato in due indagini: una per accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreto d'ufficio, giunta ormai a conclusione; e un'altra con un'accusa, per il direttore di Panorama Giorgio Mulè, che sembrerebbe surreale se non fosse scritta nero su bianco: corruzione.

«Ciliegina» sulla torta, l'intercettazione a strascico, a due anni dai fatti, dei vertici del settimanale, scoperta dagli ignari e a dir poco stupefatti interessati perché tra gli atti dell'inchiesta madre ormai conclusa sono state depositate alcune telefonate del procedimento per corruzione.

A denunciare la vicenda, con un editoriale dal titolo «Giustizia: non si può più tacere» pubblicato su Panorama in edicola oggi, il direttore Mulè. «Si è trattato – tuona – di una gigantesca operazione di spionaggio nei confronti del vertice di Panorama, che è stato intercettato per almeno 15 giorni. Numerosi agenti di polizia hanno trascorso il loro tempo ad ascoltare e trascrivere migliaia di conversazioni fatte o ricevute da giornalisti non indagati come il mio vice e il capo della redazione di Roma».

È lo stesso Mulè a raccontare i dettagli di questa storia, paradigmatica, a suo parere, dello «stato di polizia» Italia. Tutto comincia con lo scoop dell'agosto 2011, sfociato nell'apertura di un'indagine affidata al gotha della procura di Napoli: i pm Henry John Woodcock, Francesco Greco, Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli.

«L'inchiesta – scrive il direttore – coinvolge anche il sottoscritto da almeno un anno. Avevo avuto modo di parlarvene – ricorda – nell'editoriale pubblicato il 4 luglio scorso subito dopo aver ricevuto un invito a comparire della Procura di Napoli in cui si vaneggiava nei miei confronti il reato di concorso in corruzione: avrei, in sostanza, pagato qualcuno per avere lo scoop».

L'accusa è fragile. Non lo dice Mulè. Lo scrive, in un documento dello scorso 22 giugno citato nell'editoriale, il gip di Napoli: «Non ricorrono allo stato seri elementi indiziari in ordine all'ipotesi di corruzione». Eppure cinque giorni dopo, il 27 giugno, arriva l'avviso a comparire, notificato al direttore di Panorama il 2 luglio.

«Un atto urgente e non differibile – scrive Mulè – avevano specificato i poliziotti incaricati della notifica. E sapete il perché di tanta urgenza? Perché i miei telefoni erano sotto controllo dal 20 giugno. Così come quello del vicedirettore esecutivo, del capo della redazione di Roma, del cronista autore dello scoop, di un collaboratore di Panorama, di un impiegato di banca, di un avvocato e di un cancelliere di Napoli. Sono in tutto la bellezza di 24 utenze telefoniche».

Una «gigantesca operazione di spionaggio ai vertici di Panorama», appunto. Il perché lo spiega il gip: «Scrive il giudice – continua l'editoriale – che “la ragionevole probabilità che, a oltre un anno dai fatti (in realtà due, precisa Mulè) le utenze in oggetto possano essere impiegate per comunicazioni utili allo sviluppo delle indagini discende dalla contestuale predisposizione di attività perquirenti che possono stimolare confidenze tra i soggetti coinvolti.

Da queste considerazioni discende anche l'urgenza dell'attività intercettiva”. Traduco: dopo due anni dai fatti convochiamo i giornalisti per essere interrogati e origliamo al telefono se dicono qualcosa di utile alla nostra indagine. Non fa niente che alcuni di loro – continua Mulè – non siano sospettati di alcunché, non interessa che siano persone perbene: si intercetti alla ricerca del reato». L'editoriale del direttore si chiude con un appello a Napolitano, perché intervenga. Prima che sia troppo tardi. E con una promessa: «Di questa inchiesta partenopea ci sono ancora molte cose da raccontare».

 

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