sandro veronesi

UCCELLI MOLESTI - PER CHI HA SCRITTO SANDRO VERONESI IL SUO NUOVO ROMANZO, “IL COLIBRÌ”? SÌ, VA BENE: IL FIGHETTUME POLITICALLTY-CORRECT ANTI SALVINI, QUALCHE TWITTAROLO, QUALCHE EX BELLA DONNA ANDRÀ IN ESTASI SENZA LEGGERLO. MA L’IMPRESSIONE È CHE PER VERONESI LA LETTERATURA È COME IL RINNOVO DELLA PATENTE: “GUARDATE COME SO’ BRAVO, SONO ER MEGLIO DEL BIGONCIO. POI FARÒ UN ALTRO LIBRO, SEMPRE SENZA SAPERE PERCHÉ, SEMPRE SCRIVENDO IN BELLA SCRITTURA CHE NON HO NIENTE E CHE NON C’È NIENTE DA DIRE’’

Dagoreport

 

Sandro Veronesi

Ridotta ai minimi termini –  a quel Minimalismo un po’ cinico-chic che Sandro Veronesi sembra prediligere – “Il colibrì” (suo ultimo romanzo) è questo, la trama sarebbe questa.

 

Il dottor Marco Carrera è nel mezzo del cammin di sua vita e non se la passa bene. Ha un fratello Giacomo vivo mentre la sorella Irene è morta e sapremo duecento pagine più avanti perché: una notte quando lui esce con la donna che ama da sempre, Luisa Lattes (l’ebraismo c’è sempre, e se Donna Tartt fa Il cardellino, Veronesi fa Il colibrì e attendiamo Il fringuelletto di Piperno), Irene sfugge alla tutela del fratello Giacomo che, guarda caso, è anche amante della stessa Lattes (questo lo sapremo 300 pagine dopo, circa).

Sandro Veronesi

 

Il dottor Carrera è sposato con Marina, ma viene a sapere dallo psichiatra di lei, il ben ritagliato personaggio del dottor Carradori, che lei ha un altro; peggio, da quest’altro (un pilota di aerei tedesco, ma lo sapremo un 150 pagine più avanti) aspetta un figlio: sarà una bambina di nome Greta (ma lo sapremo molte pagine più avanti). Il dottore e Marina hanno pure una figlia, Adele, del cui futuro sapremo più avanti perché ogni capitolo del libro va avanti e indietro da far girare la testa (il tutto va dal 1974 al 2030).

 

I due si separano, la moglie Marina lo accusa di ogni nefandezza e va a vivere in Germania con il suo pilota, dal quale (ma lo sapremo più avanti) si separa di nuovo e finisce in un ospedale psichiatrico dal quale non si separa. Intanto il dottor Carrera – di cui si ricorda in più capitoli la bella gioventù in Toscana, a Bolgheri ecc., andando all’indietro – continua a scrivere a Luisa Lattes e lei a lui: si dicono e non si dicono: per il lettore è difficile capire dove Veronesi lo voglia condurre.

chiara gamberale sandro veronesi elisabetta rasy

 

Ovviamente, muoiono anche i genitori del dr.Carrera, Luisa e Probo (sono morti prima, ma lo sai dopo), di tumore e in tempi ravvicinatissimi. Ne consegue che il dottore sia alle prese con i traslochi dalla casa avita quando la figlia Adele, avuta dalla ex moglie e ormai ragazza, fa un figlio da padre ignoto (ci mancava anche questo), uno di un gruppo di amici. La nipotina si chiama Miraijin, nome che ha una valanga di significati che tengono venti-trenta pagine.

 

Sandro Veronesi

Bastano tutte queste sfighe? Non ancora. Adele ha un incidente sulle Alpi Apuane e muore lasciando il dottore solo con la neonata (siamo intorno al 2012): deve intervenire l’ex psicanalista della ex moglie – diventato, a sua volta ex psicanalista tout-court - per raccontare l’accaduto alla ex moglie Marina nell’ospedale psichiatrico in Germania. Poco dopo, il dottore scopre che l’amata Luisa Lattes era anche l’amore di suo fratello Giacomo. Tanto per…, anche Luisa finisce dallo psichiatra e il dottore rompe con il fratello Giacomo.

sandro veronesi foto di bacco

 

Per il bene della nipotina Miraijin il dr.Carrera e l’ex moglie tornano pure a vedersi. Poi lui si ridà al giovanil gioco d’azzardo, al tennis, a convegni e ritrova un vecchio amico d’infanzia che fa lo jettatore di professione, il menasfiga. Così si capisce tutto, è tutta una sfiga e la storia si conclude addirittura nel futuro, nel 2030 quando persino l’ex piccolina Miraijin (poteva mancare?) finisce dallo psicanalista. Il cerchio si chiude, i corsi e ricorsi vichiani sono accontentati, la tragedia umana è espressa di generazioni in generazione, “la vita è male” o, almeno, è cosa da psicanalisi. Il dr.Carrera stacca la sua flebo e noi la nostra.

Gli psicanalisti ringraziano e dovrebbero offrire all’architetto Veronesi almeno una laurea ad honorem nella disciplina.

 

Sandro Veronesi matteo salvini

Veronesi usa almeno tre registri per raccontare questa storia montata avanti e indietro come si è già visto in alcuni film: il discorso diretto totale, senza alcuna interruzione; la descrizione al passato in terza persona (con un narratore, diciamo) e l’epistolario di lui che scrive e lui che riceve. Li usa stilisticamente bene e, previo un farmaco per non fare girare la testa, tiene desta l’attenzione fino al traguardo (credo tagliato senza pastiglie da pochissimi).

 

Ma la domanda è un’altra: per chi ha scritto Veronesi questo libro? Cos’è, per Veronesi, la letteratura?

Sandro Veronesi

Sì, va bene: il fighettume politicallty-correct anti Salvini, qualche twittarolo, qualche ex bella donna ecc ecc comprerà il libro, andrà in estasi senza leggerlo, se lo porterà sottobraccio su una terrazza stile “La grande bellezza”. Va bene, venderà le sue copie. Ma Veronesi sa che questi lettori non possono leggere il suo libro tutto intero e capirlo. Per chi scrive, dunque, di quel 43,5% di italiani che leggono un libro tra i 60mila nuovi titoli all’anno che escono?

sandro veronesi

 

L’impressione è che Veronesi scriva per gli scrittori, per gli ex-critici che non esistono più, per i direttori dei giornali, per i nomi che figurano nella lista dei ringraziamenti, che scriva per dire loro: “Guardate come so’ bravo, sono er meglio del bigoncio, no?”. Che cos’è la letteratura per uno che voleva imbarcarsi sulle navi delle Ong in difesa dei migranti? Boh! Perché…, passi un Saviano, per il quale la letteratura è uno strillo propagandistico come una comparsata in tv o una fake-news su “Repubblica”.

Sandro Veronesi

 

Ma per Veronesi la letteratura come esperienza postuma - così come teorizzato da Ferroni – appare solo un esercizio di stile per esserCi, per “to -be-Veronesi”, per essere gettato nella letteratura (“nella forma del gettamento”, aggiungerebbe Cacciari) e poi – grazie a questa funzione prima assolta (per dirla con il fondatore della Nave di Teseo, il semiologo Umberto Eco) - poter dire qualcosa, qualcosa sul “Corriere”, in un salotto, su twitter, in un femminile. La letteratura gli serve per riconoscersi. Pubblico, dunque sono scrittore: poi dico, scrivo, faccio cose e vedo gente.

Sandro Veronesi e Michele Serra salutano il pubblico

 

Ma lo stile, in letteratura, dovrebbe essere finalizzato alla letteratura, non al riconoscimento di un ruolo! Per Veronesi, la letteratura è come il rinnovo della patente: eccomi, sono ancora un “grande scrittore” anche se, magari, non ci sarà più un amico che trae un film dal mio libro, come per “Caos calmo”. Per altri dieci anni mi avrete. Poi farò un altro libro, sempre senza sapere perché, sempre scrivendo in bella scrittura che non ho niente e che non c’è niente da dire.

 

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