1- VOLTATI EU-GENIO, C’E’ UNA LETTERA DI MARIO PANNUNZIO CHE TI LEVA PELLE & OSSA 2- LIBERALE E FONDATORE DEL ‘’MONDO’’, PANNUNZIO SCRIVE A LEO VALIANI, NEL 1962, UNA RADIOGRAFIA AI RAGGI X DI SCALFARI: “QUELLO CHE RENDE INFELICE OGNI COSA, CON LUI, È L’ASSOLUTA SUA INCAPACITÀ DI RESTARE FERMO SU UN’IDEA: È INSTABILE, FEMMINEO, ESUBERANTE. NON HA VERI LEGAMI O AFFINITÀ IDEALI E MORALI CON NESSUNO. TUTTO È STRUMENTALE, UTILITARIO; TUTTO DEVE SERVIRE ALLA SUA SPLENDIDA CARRIERA. MA HA SEMPRE AVUTO LA SENSAZIONE DI PERDERE TEMPO STANDO CON NOI” 3- E POI: “UN PASTICCIONE E LIBERTINO, POLITICO, ECONOMICO, CHE NEL CAMPO DELLA SINISTRA DEMOCRATICA HA PORTATO I SISTEMI SCARFOGLIESCHI E ANGIOLILLIANI…”

Silvia Truzzi per Il Fatto

‘'La sola storia possibile è quella che si ricostruisce da dentro, attraverso la memoria di sé". La sera andavamo in via Veneto: tra Mario Pannunzio, Franco Libonati, Sandro De Feo, Ercole Patti, Moravia e Paolo Pavolini, il convitato di pietra era Marcel Proust. Poi c'era lui, Eugenio Scalfari, che di questo libro datato 1986 è proprio Swann, io narrante di un'età dell'oro che comincia alla fine degli anni Quaranta. Qualcuno ha notato che curiosamente il memoir scalfariano - il lavoro più famoso, assieme a Razza padrona - manca nella poderosa opera omnia, uscita a settembre per i prestigiosi Meridiani Mondadori.

Frugando tra le pagine leggere leggere - a sfogliarle c'è sempre il timore di romperle - ci s'imbatte in una nota dell'editore che spiega come, nel Meridiano, si è proceduto per sottrazione: risultano, nel testo definitivo, "dolorose esclusioni". Tra cui La sera andavamo in via Veneto, di cui però il lettore troverà "ampli stralci nel Racconto autobiografico" che precede la selezione dei testi. Ampi, ma non esaustivi.

Per esempio al rapporto con Mario Pannunzio, intellettuale liberale e fondatore del Mondo, Scalfari dedica nel Meridiano poche righe, peraltro in condominio: "Pannunzio e Arrigo Benedetti furono i miei maestri. A entrambi debbo moltissimo. Con entrambi e in modi diversi ebbi una rottura forte, come avviene tra padri e figli. A tanti anni di distanza ne porto ancora nel cuore l'insegnamento e la memoria".

Di quella rottura si trova invece traccia in un epistolario tra Pannunzio e Leo Valiani che in questi giorni l'editore Aragno dà alle stampe: 17 anni di lettere che s'intitolano "Democrazia laica". Dentro: la politica, motore per nulla immobile di tutto, gli amici (e i nemici) che attorno al giornale gravitavano, discutevano, (si) dibattevano, fondavano il Partito radicale, organizzavano furiose sessioni di lavoro (i famosi Convegni dell'Eliseo).

In due missive, entrambe dei primi anni Sessanta, Pannunzio racconta la sua frattura con Scalfari a Valiani (azionista, padre costituente, collaboratore del Mondo e de L'Espresso). I giudizi sono definitivi, le conclusioni sofferte: "Instabile, femmineo, esuberante. Non ha veri legami o affinità ideali e morali con nessuno. Tutto è strumentale, utilitario; tutto deve servire alla sua splendida carriera. Ma ha sempre avuto la sensazione di perdere tempo stando con noi".

E poi: "Un pasticcione e libertino, politico, economico, che nel campo della sinistra democratica ha portato i sistemi scarfoglieschi e angiolilliani". Pannunzio ce l'aveva, e parecchio, con Renato Angiolillo. Il suo Taccuino in risposta alla provocazione del Tempo contro la "malapianta azionista" e i visi pallidi acidi, moralisti, calvinisti, è ancora oggi celebre.

È l'invettiva contro i "visi rosei", qualunquisti, indifferenti, pronti a commuoversi se la nazionale di calcio perde, pieni di una comprensione che si scioglie di fronte "a un piatto di spaghetti alle vongole". Voilà, il battesimo degli "italiani alle vongole": espressione carissima al fondatore di Repubblica, che in ‘La sera andavamo in via Veneto' dedica invece molte pagine al discepolato contrastato e all'ultimo strappo con il padre-maestro.

Gli anni Sessanta albeggiano e gli screzi tra il Mondo e il partito radicale, che tante firme del giornale avevano contribuito a far nascere, cominciano a diventare scontri: sulla politica estera e su quella interna, soprattutto in merito ai rapporti con quel Psi che Scalfari avrebbe poi sposato, diventando deputato nel 1968.

Poi scoppia il caso Piccardi (Leopoldo, soprannominato dagli amici del Mondo "Papiniano" per le sembianze solenni). Renzo De Felice scrive che Piccardi aveva preso parte a un convegno sulla razza, organizzato nel ‘38 in Germania: boom.

Nell'autunno del '61, la rivelazione diventa casus belli e scatena una tempesta all'interno del Partito radicale (di cui Scalfari è vicesegretario): i rapporti tra Eugenio e Mario vanno in frantumi. "La rottura del '62 non coinvolse soltanto il nostro piccolo partito (...). Mise fine all'amicizia tra Pannunzio e me, o meglio al rapporto padre-figlio che tra noi era cominciato in un pomeriggio del settembre '49, ed era cresciuto rapidamente fino a diventare - almeno per me - uno degli elementi essenziali della mia vita intellettuale e politica. Nel cupio dissolvi che lo prese (...) ritenne fermamente che, una volta distrutta quella che in gran parte era stata l'opera sua, nessuno avrebbe potuto proseguirla (...). Dopo la rottura - così credo che pensasse - non ci sarebbe potuto esser altro che una recherche del passato, la memoria volontaria e involontaria celebrate da Proust, via della Colonna Antonina e il caffè Rosati come il cortile di palazzo Guermantes in Faubourg Saint- Honoré".

E fu la fine del Mondo, nella versione di Scalfari: "Mario troncò consapevolmente tutte queste cose e tutti questi rapporti il giorno in cui s'accorse che ciascuno di essi si stava affrancando dal complesso del padre nei suoi confronti. Forse capì che i figli non sarebbero stati in grado di liberarsi di lui".

La metafora del padre mutuata dalla psicanalisi - una teoria che per un secolo ha fatto incalcolabili danni spacciandosi per scienza - è una via d'uscita come tante, forse la più semplice. "La memoria di sé, assunta come fatto centrale dell'esistenza e della sensibilità, crea un problema d'importanza enorme che Proust solleva quasi senza accorgersene (...). L'immagine che io ho di me stesso, l'immagine che ho degli altri che mi circondano, l'immagine che suppongo che gli altri abbiano di me, l'immagine di sé che gli altri pensano che io abbia di loro. Basta che vi sia, in uno qualunque di questi specchi, un piccolo mutamento dovuto a un fatto, una parola, un ricordo, che subito quel mutamento si dipana su tutta la galleria degli specchi".

Così è lo stesso Scalfari, scomodando la Recherche (sempre in ‘'La sera andavamo in via Veneto''), a illuminare la prospettiva della "madeleine bifronte": si può essere discepoli di Pannunzio e insieme "reprobi" votati solo alla propria, "splendida", carriera.

E in qualche modo risponde anche a Roberto D'Agostino che qualche settimana fa - riportando sul suo sito un editoriale domenicale ("Io sono liberale di sinistra per formazione culturale. Ho votato per molti anni per il partito di Ugo La Malfa. Poi ho votato il Pci di Berlinguer, il Pds, i Ds e il Pd") - si domandava come mai Scalfari avesse dimenticato il Psi che l'aveva mandato, seppur da indipendente, in Parlamento. Colpa di Proust.

 

craxi scalfariREDAZIONE DE "IL MONDO", 1953- SCALFARI E PANNUNZIOEPISTOLARIO PANNUNZIO-VALIANI SU SCALFARIEPISTOLARIO PANNUNZIO-VALIANI SU SCALFARIpannunzioEPISTOLARIO PANNUNZIO-VALIANI SU SCALFARIEUGENIO SCALFARI E MARIO PANNUNZIO NEL 1957Marcel ProustSANREMO IL PRIMO A SINISTRA E EUGENIO SCALFARI IL PENULTIMO A DESTRA ITALO CALVINO 2006 - FESTA PER I 30 ANNI DI REPUBBLICA - GIGI MELEGA - CARLO CARACCIOLO - MARIO PIRANI - EZIO MAURO - EUGENIO SCALFARIlitografieCraxi scalfariEUGENIO SCALFARI NEL 1980

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