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VANNACCI, ORA CHE FAI? – DIETRO LA SCELTA DI MELONI DI PORRE, PER LA PRIMA VOLTA, LA QUESTIONE DI FIDUCIA SULL’UCRAINA, C’E’ LA VOLONTA’ DI FAR USCIRE ALLO SCOPERTO IL GENERALE, CHE DOVRA’ DECIDERE FINO A CHE PUNTO TIRARE LA CORDA – “LA STAMPA”: "I VANNACCIANI POTREBBERO ANCHE VOTARE A FAVORE DELLA FIDUCIA, MA CONTRO IL PROVVEDIMENTO. ROBA DA SOTTOBOSCO TARDO-DEMOCRISTIANO. MELONI NON LI IGNORA COL RETROPENSIERO CHE ANCHE QUELL’UN PER CENTO POTRÀ SERVIRE ALLE ELEZIONI, SALVINI SI MACERA NELL’ODIO MA RIMANE INCASTRATO NELLE SUE MACCHINAZIONI. MORALE DELLA FAVOLA? L'OPERAZIONE CHE FINISCE PER LEGITTIMARE IL GENERALE NEL GIOCO POLITICO. SE POI VOTERÀ LA FIDUCIA, SARÀ UN SOGGETTO DELLA MAGGIORANZA PUR RIMANENDO PROPAGANDISTA DELLE RAGIONI DI PUTIN…"

 

Alessandro De Angelis per la Stampa - Estratti

IL GENERALE VANNACCI A CHIAVARI

 

Finora il sostegno all’Ucraina è stato l’elemento distintivo del governo e il terreno su cui Giorgia Meloni ha costruito la sua credibilità, mantenendo l’ancoraggio europeo anche dopo Anchorage e in piena era Trump. Un'era segnata da una sfiducia ai limiti del disprezzo verso l’Europa e dal flirt smaccato con Mosca.

 

E finora, a ogni appuntamento parlamentare sul rinnovo del decreto per gli aiuti a Kiev, è andato in scena questo film (...)

 

 

La novità è che il governo, per la prima volta, ha posto la questione di fiducia. Non succedeva dai tempi di Mario Draghi, che in paio di occasioni vi ricorse per sedare le effervescenze gialloverdi. E

giorgia meloni 1

 

bbene, non è una questione tecnico-parlamentare, ma politica, sottolineata ieri dall’autorevole presenza del ministro Guido Crosetto in Aula, che di quella linea pro-Kiev è stato un serio e coerente alfiere. La fiducia come momento di «chiarimento politico» dentro la maggioranza. Il perché è semplice: il film sarebbe stato lo stesso delle altre volte, col campo largo frantumato (due partiti su tre contro le armi) ma, ecco il punto, con l’aggiunta di un altro titolo. Quello sulla contrarietà anche delle esigue truppe del Generale Roberto Vannacci (tre, dicasi tre parlamentari). Insomma, non un problema di numeri, ma di “nemico a destra”.

roberto vannacci emanuele pozzolo

 

Il retropensiero che l’ha animata è chiaro: il timore di ulteriori defezioni, tra le file della Lega, al momento del voto senza un vincolo di maggioranza. E quello di dare una tribuna al racconto vannaccesco che si propone di smascherare i “vorrei ma non posso” di Salvini su Kiev. La scissione di Vannacci è avvenuta proprio su quel decreto - nel suo passaggio in commissione – che la Lega non è riuscita ad impedire. Dunque, il Re è nudo: con Vannacci Mosca trova in Italia un sostenitore delle sue ragioni più efficiente di Salvini, e quest’ultimo va in crisi, come chi bluffa quando al tavolo qualcuno dice “vedo”.

 

ziello sasso pozzolo vannacci

A fronte di tutto ciò, il governo avrebbe potuto applicare la massima poetica del “non ti curar di loro, ma guarda e passa” o un più prosaico “chissenefrega” di tre parlamentari al seguito di un fenomeno ai limiti della caricatura. Certificarne l’irrilevanza, incassare un sostegno largo, in nome dell’Italia, e via. Si sarebbe però consumato lo strappo: la maggioranza che vota contro gli emendamenti di Vannacci e i suoi che votano contro il decreto.

 

Con la fiducia invece toccherà a Vannacci decidere fino a che punto tirare la corda. Dalle dichiarazioni di ieri si capisce che i suoi patrioti, autoproclamatisi duri e puri, potrebbero anche votare a favore della fiducia, ma contro il provvedimento. Roba da sottobosco tardo-democristiano. Nemico a destra, ma anche un po’ amico. Mentre con ogni evidenza i partiti del centrosinistra pro-Kiev voteranno contro la fiducia ma a favore del provvedimento.

giorgia meloni 2

 

Insomma, una grande questione nazionale (e internazionale) diventa questione di posizionamento politico, tutto interno al centrodestra. I vannacciani – così pare - non romperanno fino in fondo, perché vogliono tornare in Parlamento, Meloni non li ignora, consumando lo strappo a destra, col retropensiero che anche quell’un per cento potrà servire alle elezioni, Salvini si macera nell’odio ma rimane incastrato nelle sue macchinazioni.

 

Morale della favola: un’operazione furbesca a culturalmente minoritaria dominata dall’ansia di non cacciare fuori Vannacci finisce per legittimarlo nel gioco politico. Se poi voterà la fiducia, sarà un soggetto della maggioranza pur rimanendo propagandista delle ragioni di Putin. Peccato che, dall’altra parte, stiano messi peggio.

roberto vannaccigiorgia meloni 4ROBERTO VANNACCI COME CHARLES DE GAULLE - MEME

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